mostre d’arte cittadine: c’è spazio anche per ironizzare?

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William Parrot (1846).
“JWM Turner il giorno del vernissage”

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Vai ad un vernissage e vedi poche facce incollate alle pareti dove sono appese le opere.Ne trovi di più a conversare o a farsi un bicchiere ed un tramezzino in compagnia.

Nulla da eccepire.

E tanto per ridere insieme ecco questo articolo per voi:

VERNICE, MERCATI, TARTINE, VIP, GOSSIP E UN PO’ DI ARTE

Ilaria Gianni

Tipologia 1 / donna di mondo quarantenne

“No, stasera non possiamo proprio vederci per l’aperitivo, ho un vernissage.”
“Cosa?”
“Un ver – ni – ssage. Tra l’altro non so proprio cosa mettermi… Ci saranno fotografi e telecamere e essendo amica della gallerista – sai Glory è una in prima linea – mi chiederanno sicuramente di posare con lei. Non posso sfigurare! Tra l’altro mi ha detto Miki che ci saranno anche personaggi del mondo della moda e dello spettacolo. Pare che questo artista – che non mi ricordo come si chiama – li conosca tutti. Speriamo poi ci sia qualcosa di buono da stuzzicare, o almeno un buon vino. L’altra volta il rinfresco era così deludente…”

Tipologia 2 /giovane studioso di arte contemporanea

“Mi dispiace, ma stasera ho un impegno. Espone per la prima volta in città un artista rumeno che mi interessa molto. Visto che lavora di solito in spazi pubblici, sono curiosa di vedere quello che ha prodotto per una galleria.”
“E dopo la mostra?”
“Anche dopo il dovere mi chiama. La galleria ha organizzato un dopo mostra a cui devo andare.”
“Che noia! Perché ci devi andare? Non basta andare alla mostra?”
“Forse non capisci che per me è lavoro pure quello. Oltre a conoscere l’artista e a farci quattro chiacchiere, è un momento di scambio con l’ambiente. Incontro artisti, critici, curatori, galleristi, si fanno qualche volta conversazioni interessanti e poi è importante farsi vedere. Più si è presenti in queste occasioni, più si viene riconosciuti. Sai quanti occasioni sono nate dalle chiacchiere ai vernissage?”

Definizione 1 / Vernice e mercato

Sul blog legardemots.tollblog.fr, Stéphane (lunedì 26 settembre 2005, ore 23.30), chiede il significato della parola vernissage. Risposta (martedì 27 settembre 2005, ore 00:20, Singularimots :: #380 :: rss): operazione che consiste nello stendere una vernice protettiva sulla superficie pittorica di un quadro.

Per estensione, inaugurazione di una mostra alla quale sono invitati critici, artisti e autorità.
Uhmm… definizione un po’ troppo vaga e sbrigativa, ma che ci offre comunque l’occasione per illustrare la storia di questo cerimoniale sociale così particolare.

Per gli addetti al lavoro il vernissage è uno dei riti obbligati del mondo dell’arte, o meglio il momento clou. Rito collettivo, risorsa per la stampa golosa di gossip, osservatorio privilegiato delle fortune (o delle disgrazie) di un artista, il vernissage ha un nome antico, derivato ovviamente da vernis, vernice in francese: tra il Sei e Settecento in effetti, terminato un quadro, al momento della stesura dell’ultimo strato di vernice trasparente, gli artisti cominciarono a invitare amici e mecenati per festeggiare insieme la fine del lavoro e la nascita di una nuova opera. In questo il vernissage sarebbe sempre rimasto distinto dalla spesso fastose inaugurazioni ufficiali del Salon, con la loro pompa e la moltitudine di artisti, di aristocratici e borghesi che accorrevano nelle loro sale. Ma il passaggio da una cerimonia privata ad una pubblica, e dalla cerchia degli amici ad una platea più vasta non sarebbe stata possibile senza la profonda trasformazione che accompagnò la nascita del mercato dell’arte e della figura del gallerista come la concepiamo in senso moderno, nell’ultimo quarto dell’Ottocento. È a Parigi in particolare che questa trasformazione si manifestò in modo più compiuto, soprattutto dopo la conclusione del regime di Napoleone III e dei violenti sommovimenti seguiti al periodo della Comune. Nella scia di un mutamento generale della sensibilità, i mercanti e le loro gallerie divennero, insieme ai critici d’arte, i nuovi protagonisti di quello che sarebbe presto stato definito il “sistema” dell’arte, di cui Parigi, con la sua relativa tolleranza, la sua scena cosmopolita, divenne già verso il 1880 l’indiscusso epicentro. Centinaia di artisti provenienti da tutta Europa, andarono a vivere in Francia poiché solo lì potevano esprimere la ricchezza, la sensibilità e l’energia sperimentale che non avevano diritto di cittadinanza nei loro paesi di origine. L’arte moderna, nata sulle sponde di Montmartre e Montparnasse, è il frutto di questa amalgama continua.
I precursori e primi sostenitori dell’arte “moderna” furono dunque imprenditori, furbi commercianti o amanti dell’arte, o entrambe le cose, personaggi tra cui spiccano i nomi di Vollard, Paul Guillame, Rosenberg, Kahnweiler, e che facendo delle opere merci da rivendere, hanno anche avuto il merito di supportare gli artisti derelitti, ora esposti nei più grandi musei. Piuttosto che rievocare in generale le vicende di questi noti mercanti, è forse più interessante raccontare certe figure coraggiose, meno conosciute, tipiche della dedizione e dell’apertura culturale che si respirava a Parigi e che ha contraddistinto la storia dell’arte e della modernità.

La mercantessa

Berthe Weill. I suoi pittori la chiamavano “la mère Weill” (che in francese suona come la merveille). Una mercantessa, e di famiglia ebraica. Raro per quei tempi. Era una donna di piccola statura, molto miope, che portava lenti di ingrandimento al posto degli occhiali. Viveva con poco, accontentandosi, a quanto si sa, di un percentuale molto bassa sui prezzi dei quadri. Dormiva e mangiava nella sua galleria di rue Victor Massé, un negozietto con dei fili tesi, sui quali, appesi con mollette da bucato, penzolavano opere di Matisse, Derain, Dufy, Utrillo, Van Dongen, Marie Laurencin, Picabia, Metzinger, Gleizes e naturalmente di Picasso. Vera amante dell’arte, Berthe Weill – nonostante l’ingiusta fama di rigattiera, ovvero di “venditrice di colori” che comprava e rivendeva tele di artisti, i quali le scambiavano per comprarsi un pasto o passare una serata al bar – ha contribuito alla diffusione dell’arte moderna quanto i prima citati Vollard, Kahnweiler e gli altri. Questa donna energica e devota alla causa dei suoi artisti organizzò nel dicembre 1917 la prima (e unica) mostra di Modigliani in una galleria della rue Taitbout a Parigi. Aveva chiesto a Blaise Cendrars di comporre una poesia che accompagnasse un disegno del pittore sui cartoncini d’invito.

La sera della vernice, il 3 dicembre, c’era tanta gente in galleria quanta in strada. Da una parte amatori d’arte, dall’altra passanti sbalorditi dai nudi esposti in vetrina. Signori in ghette e dame in cappellino, offesi, chiamarono il commissario di zona che ordinò alla gallerista di togliere i nudi. La Weill rifiutò e venne convocata nell’ufficio della polizia. Tradizione vuole che il dialogo seguente si sia svolto così: Berthe Weill “Cos’hanno questi nudi che non va?” – Il commissario “Questi nudi…. Hanno i peli!”. La galleria fu chiusa seduta stante. Non per questo, tuttavia, Berthe smise di sostenere come poteva i suoi artisti. Comprò tutti i quadri di Modigliani, consentendo così all’artista di continuare a dipingere… e permettendo indirettamente alla società “bene” romana, più di ottanta anni dopo, di partecipare, con calice di vino in mano, all’inaugurazione della retrospettiva del pittore livornese al Vittoriano a Roma. Modigliani, incompreso, censurato e mai apprezzato in vita, si è ritrovato così ad essere formale e superficiale argomento di conversazione proveniente da bocche masticanti tartine di una folla di gente, ripresa da telecamere e macchine fotografiche. Forse ne sarebbe felice…

Definizione 2 / Tartine e paillettes

Niente lustrini in passato, dunque. A quanto pare le “vere” gallerie di inizio ’900 erano luoghi informali, vissuti, spesso mal messi, punti di riunione, nonché di salvezza per gli artisti d’avanguardia. Erano quanto ci poteva essere di più lontano dagli spazi bianchi e asettici di oggi, vetrine per l’esposizione di monumentali opere nuove di zecca da offrire al miglior offerente. I vernissage erano momenti di battaglia intellettuale, eventi in cui affermare un punto di vista, in cui diffondere una nuova ricerca. I mercanti erano santi e approfittatori, complici e seduttori, più che semplici trader. La differenza è la metodologia con cui si affronta il momento “esposizione” e come il tempo abbia modificato il pubblico. Se le gallerie erano squallide e puzzolenti botteghe a cui la “società” non si avvicinava, adesso sono un luogo in cui esserci. Non dobbiamo dimenticarci che le gallerie – che possono essere considerate il polmone dell’arte contemporanea – vivono e permettono al “sistema” di andare avanti, grazie alle persone che acquistano opere (non ci interessa il motivo per cui decidono di compare: può essere per arredare il tinello, per fare un regalo di nozze o per sostenere una propria passione) e che per lo più appartengono a ceti elevati, conducendo una vita spesso di sfarzo e divertimento. Da qui la necessità di dare un certo tono ai momenti di rappresentanza per eccellenza impersonati dai vernissage, evento in cui si introduce l’arte al sistema che lo sostiene. Questo tono, in un epoca fatta di apparenze, ha spinto sempre più le rappresentazioni collettive a definire il vernissage come momento frivolo.
Su un secondo blog (iq.lycos.fr), che si questionava sul significato del termine vernissage, ho trovato aspetti e commenti inerenti il termine che mi hanno fatto particolarmente ridere in quanto glissavano l’aspetto culturale dell’evento, riferendone piuttosto la spiccata mondanità.

• Buongiorno. Il termine vernissage equivale a quello di inaugurazione. È un termine impiegato solitamente dalle gallerie d’arte, dove, prima dell’apertura al pubblico, sono invitati persone molto importanti (critici, collezionisti, VIP) che vanno a mangiare pasticcini e a dire quanto tutto sia bello).
(peau-de-bananes)

• Bah, è semplicemente una “cerimonia d’apertura” o l’inaugurazione di una mostra “artistica”(in realtà il termine si usa anche per l’apertura di un grande magazzino o di un negozio o di un bar). Ciò che conta è il buffet che può variare: dal caviale allo champagne, quando si tratta di un artista molto importante, ai cubetti di formaggio e noccioline con semplice vino bianco, quando è un artista poco conosciuto. (Gascol)

Pasticcini, caviale, champagne, vestiti, VIP. Ma che fine hanno fatto le opere? E gli artisti? Leggendo questi commenti, chi non fosse pratico dei vernissage, li crederebbe momenti snob e di semplice apparenza. Momenti per abboffarsi al buffet e spiare qualche VIP!

Non si dice mai che si sta andando all’apertura di una mostra per vedere in anteprima l’esposizione o un nuovo lavoro presentato da un artista, o commissionato da un museo, da una galleria, da una città. Effettivamente, anche chi va alle mostre interessato a ciò che è esposto, non può che partecipare all’ordine imposto da questi eventi, spesso portati ad un paradosso se visti e letti in chiave mondana.
I resoconti dei vernissage esistono da sempre, ma da quando il sistema dell’arte è stato preso di mira dai media come evento di intrattenimento chic e intellettuale, si è addirittura sviluppato un nuovo genere giornalistico, simile a quello scandalistico, in cui tra la descrizione di un vestito, un gossip, il resoconto delle presenze, scappa all’autore qualche descrizione della mostra. Sono vere e proprie cronache di mondanità, juicy per chi è ghiotto di pettegolezzi e sociologicamente interessanti per capire i veri e propri meccanismi giacenti nel mondo dell’arte. Gli artisti sono star, i galleristi imprenditori, i curatori dei guru, l’arte il must have dei big. Noti critici e curatori internazionali ci fanno la cronaca dettagliata delle inaugurazioni più in dell’anno. La maggior parte sono concentrate a New York, che sembra simbolo di una mondanità forzata e spettacolare: gallerie, musei, spazi no profit che inaugurano tutti i giorni, feste in locali, in loft privati, su terrazze panoramiche; fauna bella, giovane, famosa, vestita all’ultima tendenza. Tutti che si atteggiano a.. Ma a cosa?

New York, giugno 2005
«Addirittura Slater Bradley (famoso giovane artista americano, Ndr), che a tren’anni si sentiva vecchio. Per molti l’inaugurazione della mostra di Neville Wakefield, Bridge Freezes Before Road, la collettiva estiva da Barbara Gladstone è stato l’evento giovane e trendy della stagione post Venezia-Basilea. Il luogo figo in cui essere presente. E trendy è l’aggettivo giusto per definire la giovane generazione newyorkese, che popolava la galleria con jeans a vita bassa e top color pastello.»

Beverly Hills, aprile 2006
«“Chi altri se non Gore?” – è la domanda posta da Francesco Vezzoli (famoso artista italiano, Ndr) ad Ann Philbin, direttore del UCLA Hammer Museum. L’artista stava spiegando la sua scelta del soggetto di The Gore Vidal Trilogy, la sua prima mostra nella sede gigante di Larry Gagosian a Beverly Hills. (…) Vezzoli è stato catturato dai fotografi con Milla Jovovich e con la voluttuosa Courtney Love, due dei personaggi del suo Trailer for a Remake of Gore Vidal’s Caligula, proiettato in una sala tutta per se al secondo piano della galleria, ma visibile anche alla Biennale del Whitney. Era un po’ strano guardare il trailer ed essere nella stessa sala con le star protagoniste. È stato un momento in cui arte e Hollywood si sono davvero sovrapposte. (…) La cosa strana è stata vedere pochi artisti presenti. A parte Vezzoli, ho notato solo Ed Ruscha, Ari Marcopoulos e Monica Bonvicini. Ma ogni due passi sbattevi contro una celebrità. (…) Questa è stata sicuramente la prima inaugurazione a cui ho partecipato in cui mi sono sentito come se fossi a un bar mitzvah. Sarà stata colpa della sala da ballo del Beverly Hills Hotel, luogo che ha ospitato il dopo mostra dove la folla era composta dalla regina del blog Arianne Huffington, i collezionisti Eli Broad e Dean Valentie, il produttore Max Palevsky, il ristoratore Michael Chow, Wendy Stark, e Paris Hilton. Quest’ultima, avvicinatasi al tavolo di Gore Vidal con il suo fidanzato Stavros Niachros, si è presentata. “Paris Hilton? – ha risposto Vidal – È il nome più ridicolo che abbia mai sentito.»
Alberghi lussuosi, bellezza, ricchezza, glamour. Quasi insopportabile… Se così vengono descritti i vernissage, chi potrà mai essere attratto dal contenuto di una mostra (già di per se spesso difficile) e come dar torto a chi considera l’arte contemporanea per una piccola élite formata da intellettuali, borghesi, aristocratici che cercano momenti di svago fuori dalla massa? A volte, tuttavia, come ci dimostra Gore Vidal, pur sguazzando dentro questo mondo di apparenza, ci si ribella! Spesso quando si parla di inaugurazioni, sono gli stessi artisti, critici e curatori a lamentarsi della mondanità che si è costretti a sorbire, nonostante sia la stessa mondanità che si va a ricercare. È buffo trovarsi in situazioni che ipocritamente il “settore” aborrisce, ma nelle quali si sente poi completamente a suo agio.
Il quadro è volutamente grottesco e forse un po’ esasperato, ma credo non troppo lontano dalla realtà. Ma come dice un vecchio proverbio, non si può fare di ogni erba un fascio. Cerchiamo di distinguere, di capire. Forse le inaugurazioni sono gli unici momenti di divertimento nel mondo dell’arte contemporanea: momenti di festa collettiva e soprattutto occasioni di confronto. Il valore sociologico di questi eventi è infatti piuttosto chiaro. Si conquistano e rafforzano status e ruoli, in una situazione che dovrebbe essere culturalmente stimolante e al contempo divertente. La situazione è sempre stata così, la nostra epoca l’ha semplicemente portata all’esasperazione come ha fatto con tutto il resto. Si va a un vernissage per scoprire il lavoro di un’artista, ma si va anche per farsi vedere. È la tecnica dell’“io c’ero”. Nel nostro mondo piatto, omologato dai consumi e dalla visione iperindividualista veicolata dai media, l’unica differenza tra la signora impellicciata, la modella elegante, l’artista star, il gallerista straricco, l’industriale collezionista, l’intellettuale o il critico, è ciò che essi cercano dall’evento. Tutti frequentano i vernissage per ottenere qualcosa, nessuno lo nasconde. La vecchia signora, vuole ancora sentirsi adeguata nel bel mondo; il collezionista vuole investire in uno status symbol contemporaneo; l’artista vuole essere riconosciuto dalla stampa e dai critici (oltre che sperare in qualche soldino); il curatore, vuole conoscere artisti utili alle proprie ricerche – o se più frivolo, alla propria fama ; i critici vogliono capire se la mostra in questione possa rientrare nel saggio che stanno affrontando al momento e Paris Hilton, fa il suo dovere di damigella. Ma in fondo non è cambiato nulla. Siamo tornati ai Salons.

http://www.neromagazine.it/magazine/index.php?c=articolo&idart=126&idnum=16&num=10&pics=0

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