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Archive for the ‘storia moderna’ Category

single,se in paradiso o in purgatorio non si sa

aprile 25, 2017 Lascia un commento

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I Single nel mondo

Sapere in quali aree del mondo sono presenti più single, o al contrario più gente sposata, è un fattore di interesse per molti. Forse anche per te.

Forse anche tu sai che oggi nei paesi del nord Europa si rimane single sempre più a lungo, si arriva al matrimonio sempre più tardi, o non ci si arriva affatto, e si fanno sempre meno figli. Ciò sta portando ad un invecchiamento costante della popolazione. Generalmente vengono additate come cause principali la mancanza di denaro, la crisi economica, l’aumento dei prezzi, la disoccupazione. Rivolgendo lo sguardo alla situazione mondiale si nota però che è soprattutto nelle nazioni più progredite, quelle nelle quali i diritti di tutti sono tutelati e non si hanno limitatezze finanziarie, che le percentuali di single sono molto alte in ogni fascia d’età. Quindi, anche se non si può dire che l’insicurezza economica o la miseria rappresentino un incentivo ad impegnarsi nella costruzione di una nucleo familiare, è altrettanto vero che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il benessere e la prosperità di per sé non rappresentano uno stimolo nella direzione della creazione di rapporti stabili e strutturati come quelli di un nucleo familiare.

In pressoché tutte le culture la pratica del matrimonio é caratterizzata dalla subordinazione della moglie al marito, spesso dovuta alla dipendenza economica della donna nei confronti dell’uomo. Per converso, oggi un numero sempre crescente di donne sta acquisendo l’indipendenza economica, così come esiste un numero sempre crescente di donne che si rifiuta di dipendere da un marito ed in molti casi preferisce vivere un rapporto libero da vincoli coniugali, come simbolo del conseguito affrancamento. Un caso tipico è quello nipponico. In Giappone è avvenuto un fenomeno epocale di trasformazione del modo di pensare e di comportarsi della donna. Giovani ragazze giapponesi dichiarano che, per essere felici, un marito non solo non serve più, ma è anzi spesso un ostacolo. Meglio libere che maritate è dunque il loro assunto. Libere di lavorare, guadagnare, spendere e di uscire con le amiche, anziché restare a casa con il marito e la suocera. Libere di mangiare al ristorante anziché cucinare, di fare carriera piuttosto che stare a casa ad allevare figli limitandosi al lavoro di casalinga.
Il matrimonio è sempre stata la tappa finale della vita di una donna, ma chi ha studiato e viaggiato, in molti casi non lo desidera più.

Quali sono i paesi con più single? Sono la Giamaica, Dominica e Grenada ad avere le percentuali più alte di celibi e nubili tra i propri cittadini. Nella fascia d’età compresa tra 25 e 29 anni quasi il 90% dei maschi e circa l’80% delle femmine sono single. Con tassi molto alti anche Barbados, Svezia, Irlanda e Slovenia.

In generale comunque è nei grossi centri urbani, specialmente quelli appartenenti a nazioni industrializzate, che si rimane single più a lungo e questo fa presagire che in futuro sarà proprio nelle metropoli che la percentuale degli scapoli e delle nubili crescerà maggiormente, portando cambiamenti anche a livello economico. È già possibile scorgere i primi segnali di questa evoluzione epocale, come la comparsa nei supermercati dei cibi monodose, o la presenza nella piazza immobiliare di costruzioni monofamiliari (i cosiddetti monolocali e loft), sempre più richiesti e quindi sempre più costosi. Un esempio lampante relativo al mercato sviluppatosi specificamente per i single è quello di Alexandria, area metropolitana della città di Washington (USA), dove ben il 47 per cento della popolazione è composta da scapoli e nubili. Nonostante l’esistenza di grossi centri urbani ad alta concentrazione di single come quella di Washington o di New York, gli Stati Uniti d’America non sono una nazione nella quale si rimane da soli per parecchio tempo. Infatti, anche in virtù della tradizione protestante cui gli Stati Uniti si ispirano e mantengono fedeli, l’istituzione matrimoniale è ancora molto sentita e la conseguenza di ciò è che ci si sposa anche molto giovani.

Le nazioni dove la percentuali di single è più bassa sono quelle africane come Malawi, Mozambico, Ciad e Mali. Ma anche Nepal, India e Bangladesh sono povere di single. Sono tutti Stati in cui il matrimonio è visto come una tradizione necessaria e dove esso viene celebrato in giovane età. In questo tipo di paesi, per trovare persone single, bisogna guardare a fasce d’età più giovani rispetto a quelle a cui si è abituati in Italia.

Questo argomento viene trattato approfonditamente nel libro “Eden, trova il Tuo Paradiso Terrestre” (collegamento a sezione ebook) che per accontentare sia i lettori che le lettrici, contiene due mappe: la mappa mondiale degli uomini single e la mappa mondiale delle donne single. Sono stati presi in considerazione esclusivamente i dati relativi a uomini e donne non sposati e che non lo sono mai stati prima. Sono state quindi escluse le persone divorziate e quelle vedove. Dalle due mappe è possibile capire in quali paesi è presente la concentrazione maggiore di single, uomini e donne.

http://www.ilmioeden.it/i-single-nel-mondo/

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l’europa ieri e oggi

aprile 25, 2017 Lascia un commento

Storia di Giuliano Kriznik, raccontata da Giuliano Kriznik – di Emmanuela Anderle e Cristiano Mugetti

La liberazione? Il 2 maggio

L’Italia festeggia oggi la fine della seconda guerra mondiale – Giuliano Kriznik, deportato a Dachau, la ricorda così

martedì 25/04/17 05:55 – ultimo aggiornamento: martedì 25/04/17 05:55

Aveva 19 anni Giuliano Kriznik quando venne prelevato dalle truppe ausiliarie naziste l’8 novembre del 1944, a Fiume, assieme ad altri istriani e, senza alcuna spiegazione, caricato su un treno e deportato nel campo di concentramento di Mühldorf, nella zona di concentramento di Dachau, in Germania.

Nei sei mesi di prigionia, Giuliano venne spostato in diversi sottocampi della zona di Dachau dove, obbligato ai lavori forzati, fu anche costretto a scavare – a sua insaputa – delle fosse comuni. Una notte, nel campo di Weidenbach, Giuliano ricorda di essere stato svegliato da una voce che chiedeva acqua. Proveniva da un treno che si era fermato nella stazione poco distante, carico di ebrei. “Ad un certo punto – dice – vidi un ufficiale SS che portava due ebrei morti sotto braccio e li infilava in un vagone dove i cadaveri erano impilati come sardine”.

Il 2 maggio il campo dove si trova Giuliano viene liberato dagli americani che arrivano con i carri armati, preceduti da un italo-americano mandato su una jeep in avanscoperta per stanare nemici e segnalare i prigionieri.

La guerra, anche per i detenuti a Weidenbach, era ufficialmente finita. Alcuni decisero allora di tornare a piedi in Italia, altri, tra cui Giuliano, di aspettare un passaggio. Dopo il fortunato ritrovo di una colonna di autocarri tedeschi abbandonati e carichi di viveri, Giuliano e i compagni vennero “identificati”, disinfestati con DDT, dotati di saponette Swan e lamette “gillette”e spostati in un campo di raccolta per ex prigionieri. Dopo aver perso il primo treno per il rimpatrio, Giuliano decise di restare in Baviera dopo aver trovato lavoro presso una fattoria , dove rimase un anno, fino al ritorno in Italia, nell’aprile del 1946.

Emmanuela Anderle

(n.d.r.) Giuliano Kriznik, il 9 dicembre 2017 compirà 93 anni. Il 7 ottobre del 1981 presentò alla Commissione per le provvidenze a favore degli ex deportati nei campi nazisti KZ una richiesta che, per vent’anni, lo impegnò a ricostruire una storia atroce, ma purtroppo vera. La sua e quella di molti altri istriani deportati.

L’intervista con Video è al sito:

http://www.rsi.ch/news/mondo/La-liberazione-Il-2-maggio-9008278.html

CORRELATI

Emma Bonino, nata a Bra nel 1948, è stata ministro degli Esteri nel governo Letta, dal 1995 al 1999 è stata membro della commissione europea guidata da Jaques Santer

La gente ce l’ha con la burocrazia, i vincoli, le limitazioni…  

«Nella campagna dei radicali “Tutto quello che sai sull’Europa è falso”, ricordiamo, tra le altre cose, che il numero dei funzionari di Bruxelles (55 mila) è inferiore a quello della città di Roma (62 mila con le partecipate). E comunque a tutti questi che vogliono uscire bisognerebbe chiedere: uscendo dall’Europa quali problemi risolviamo? Il terrorismo? Non mi pare. L’immigrazione? Dubito. La competitività economica? Non risulta. Ventotto Paeselli alla deriva di fronte a giganti come Cina, Russia e Stati Uniti. L’unica a rendersene conto è la Germania. Mi torna in mente la frase di un diplomatico: “L’Europa è fatta di due tipi di Stati: quelli piccoli, e quelli che non si sono ancora accorti di essere piccoli”».

Vede i margini per un’inversione di rotta?  

«Rilevo piuttosto che sono stati americani come Obama e Kerry a ricordarci che mettere insieme 28 Stati, 24 lingue e 19 Paesi con la stessa moneta, sia stato il progetto politico più ambizioso e meglio riuscito dei nostri tempi. Peccato che non ci sia più un leader europeo che abbia la forza e il coraggio di fare questo racconto al suo popolo».

L’articolo completo lo trovate su:

http://www.lastampa.it/2017/04/22/esteri/boninosenza-europa-siamo-paeselli-alla-deriva-ggC2SPxFdnaFC8vnw6q4ZI/pagina.html

la nostalgia…per sorridere insieme

L’articolo è dell’agosto del 2015 e molti lettori non ne sono a conoscenza.Lo ripresentiamo perchè tra una balla e l’altra mi è venuta nostalgia.

expovisita…per sorridere… insieme

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L’edificio della sala da pranzo del kibbutz Sdot Yam a Caesarea,Israele.

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Yehuda il Boss al volante,1971 kibbutz Sdot Yam (archivio personale)

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l’esperienza socialista,1971 (archivio personale)

un compagno canadese al bar vicino al kibbutz dove facevamo il break dal lavoro prima di pranzare

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Tony di Londra…era il fratellino della nostra stanza a tre letti,

(aveva qui 18 anni),la foto è del nostro bungalow come era all’epoca.

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due miei companheros di viaggio inglesi in visita ad Eilat,sul mar Rosso…

(Fine intermezzo della ns redazione)

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Ci siamo persi il kibbutz?

Ero molto incuriosita di vedere il mitico padiglione israeliano all’Expo di Milano anche perché tutti i (limitati) contatti che ho avuto con l’agricoltura nel corso della mia vita sono avvenuti in Israele. Difficile, però, per chi ha vissuto l’esperienza del kibbutz riconoscersi in una narrazione che si presenta come la storia di una famiglia proprietaria di un’azienda agricola.

Per la verità la dimensione socialista e collettivista non è l’unico aspetto mancante in una presentazione necessariamente sintetica, e lì per lì mi ha anche colpito l’assenza di riferimenti specifici alla cultura ebraica; ma tale assenza è giustificabile perché è corretto che Israele si mostri per quello che è, non uno Stato confessionale ma uno Stato democratico in cui convivono liberamente ebrei, cristiani e musulmani.

Del resto l’assenza – o, per lo meno, la presenza molto discreta – di elementi religiosi mi pare comune a quasi tutti i padiglioni, persino a quello iraniano, ed è probabilmente una caratteristica generale dell’Expo voluta dagli organizzatori per evitare tensioni e polemiche.

Invece, per quanto in effetti anche gli aspetti politici ed economici legati alla proprietà della terra siano generalmente messi in sordina all’Expo, mi sarei comunque aspettata qualche pur vago riferimento al kibbutz che in fin dei conti è forse l’unica forma di socialismo realizzato in un contesto democratico nella storia dell’umanità.

Può darsi che in passato il peso del kibbutz nella storia israeliana sia stato sopravvalutato, ma forse ora si sta esagerando nell’altro senso.
Va detto, comunque, che se queste sono le impressioni che lascia il percorso all’interno del padiglione, la scritta che si legge all’esterno riesce invece a coniugare perfettamente la dimensione ebraica e il tema della giustizia sociale attraverso le parole della Torah (Devarim 24, 19) –(il Deuteronomio ndr), – tratte dalla parashà che leggeremo domani:

“Quando mieterai il tuo campo e avrai dimenticato un covone non tornerai indietro a raccoglierlo: rimarrà per il forestiero, l’orfano e la vedova.”

Anna Segre, insegnante

(28 agosto 2015)

– See more at: http://moked.it/blog/2015/08/28/ci-siamo-persi-il-kibbutz/#sthash.2E3Tga30.dpuf

quando si dice studiarle tutte

La Panda viaggia con il biometano derivato dalle acque reflue (Twitter)

Il pieno con acqua delle fogne

Partito da Milano un test che prevede di percorrere 80’000 chilometri con un’auto alimentata a biometano

mercoledì 15/03/17 16:12 – ultimo aggiornamento: mercoledì 15/03/17 16:50

 

Una Fiat Panda di serie ha iniziato mercoledì da Milano un viaggio di 80’000 chilometri nel quale sarà alimentata a biometano prodotto dalle acque reflue, dei canali fognari. La vettura non ha subito modifiche particolari rispetto alle altre Panda che viaggiano a metano (“Natural Power” secondo la denominazione del costruttore) e la si guida senza particolari accorgimenti.

Il progetto del test sulla lunga distanza è del Gruppo CAP, azienda che gestisce il servizio idrico integrato della città metropolitana di Milano e che prevede tale sperimentazione sull’arco di diversi mesi. L’obiettivo è quello di permettere ai tecnici di FCA di valutare il biometano prodotto partendo dalle acque “sporche” e i relativi effetti sul propulsore dell’utilitaria, un bicilindrico di 0,9 litri da 80 CV.

Il pieno si farà nell’impianto di Bresso, alle porte di Milano, dove il Gruppo CAP sta trasformando i suoi depuratori in bioraffinerie e creare così il primo distributore di biometano a chilometro zero. Il percorso di prova della Panda sarà abbinato all’hashtag #BioMetaNow per raccontare le tappe dell’evento e i suoi sviluppi.

EnCa

gli attivisti in poltrona

Bisogna essere eclettici e curiosi del mondo,è un commento citato in basso al fondo della pagina.

Mentre da qualche altra parte ho trovato che ognuno di noi viene giudicato dal proprio prossimo per come parla,da come si sa esprimere.Ma chi l’aveva scritto ai tempi…non sapeva ancora che ci saremmo avviati verso la tecnologia dei social media e che di parole e di conversazioni se ne fanno sempre meno,metti solo un mi piace e passi.

Ci avviamo dunque verso una società di muti e di persone che sanno usare il taglia e incolla (come faccio anch’io) e a che pro se non di fare guadagnare Zuckerberg che a 32 anni vale una capitalizzazione di borsa da 50 miliardi di dollari grazie agli introiti della pubblicità?

Almeno per la televisione resta il canone da pagare se pur con le dovute polemiche,ma qualora succedesse uguale a Facebook e come accade anche per i giornali che richiedono il contributo dai lettori temo che sarebbe una nuova grande fuga.

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Società – Zygmunt Bauman e i veleni dei social

bauman

Il suo insegnamento è enorme, l’eredità che ha lasciato al mondo, e al mondo ebraico in particolare, inestimabile. Ma il capitolo del testamento del grande filosofo e sociologo Zygmunt Bauman (1925- 2017) che forse più corrisponde ai giorni nostri, quello che consideriamo dovrebbe essere patrimonio di tutti i giornalisti ebrei, è la sua messa in guardia nei confronti dei veleni dei social network.

Scettico nei confronti delle nuove modalità espressive praticate da quelli che sono stati chiamati gli “attivisti in poltrona”, la gente che dal comodo di casa propria, spesso sfuggendo a ogni assunzione di responsabilità, non risparmia maldicenze, calunnie e invettive sconclusionate, inventa notizie infondate, diffonde il sospetto e la sfiducia, il vittimismo e l’ossessione; Bauman anche in questo caso ha parlato molto chiaro. Da giornalisti, da ebrei, da cittadini, vale la pena di ascoltarlo ancora. “Il problema dell’identità – ha spiegato il grande pensatore polacco – è oggi percepito in una maniera nuova.

Dall’ipotesi di essere qualcuno che è nato con un compito da realizzare a quella di creare una tua propria comunità. Ma le comunità non si lasciano creare a tavolino, o esistono o non esistono. E i social network possono offrirci solo una artificiosa sostituzione”.

“La differenza fra una comunità e un network – prosegue – è che tu puoi appartenere a una comunità, ma un network può appartenere a te. Puoi aggiungere o cancellare amici a piacimento. Ti si lascia credere di poter controllare con chi essere in relazione. E la gente sul momento si sente un pochino meglio, perché l’abbandono e la solitudine sono i grandi timori della nostra civiltà dell’individualismo.

Ma è così facile aggiungere ed eliminare i propri amici in questo mondo artificiale che la gente sta disimparando le abilità sociali che sono necessarie per uscire fra la gente, per andare al lavoro, quando davvero è necessario mettersi in contatto e confrontarsi con persone in carne ed ossa”.

Infine una grande lezione che dovrebbe guidare tutti coloro che si occupano di comunicazione, soprattutto di comunicazione identitaria.

“Non è un caso se papa Bergoglio, che è un grande uomo di comunicazione, ha scelto di concedere la sua prima intervista a un giornalista che si proclama ateo. È il segno che ci lascia capire come il vero dialogo non può esistere fra persone che si danno ragione a vicenda.

I social media non possono insegnarci il dialogo. E per di più sono uno strumento utilizzato la maggior parte delle volte non per unire, non per aprire gli orizzonti, ma al contrario per ritagliarsi un ambiente mentale rassicurante in cui rinchiudersi, dove l’unico suono che ascoltiamo è l’eco della nostra voce, dove l’unica forma che vediamo è il riflesso del nostro volto.

I social media possono essere molto utili per dispensare soddisfazioni immediate, ma in realtà sono una trappola”.

gv, Pagine Ebraiche, febbraio 2017

http://moked.it/blog/2017/02/23/scoeita-zygmunt-bauman-veleni-dei-social/

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UN GIGANTE DEL PENSIERO CONTEMPORANEO

Nato nel 1925 in una famiglia ebraica nella parte di lingua tedesca della Polonia, scampato alla guerra nell’URSS, nel ‘68 Bauman fu costretto dalla repressione del regime polacco a lasciare il Paese.

Andò ad insegnare prima in Israele alla Tel Aviv University e poi all’Università di Leeds, dove ha mantenuto la cattedra per diversi decenni. La scomparsa di Bauman, mancato all’inizio di quest’anno, lascia un vuoto profondo, difficile da colmare. Una posizione condivisa dagli opinionisti del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche. “Non abbiamo potuto che iniziare con un suo ricordo. Perché, tra le molte menti illustri che abbiamo perso nei lager, ha rischiato di esserci anche lui” afferma Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione Cdec, che poche ore dopo la scomparsa di Bauman ha condotto un atteso dialogo con il direttore del Museo di Auschwitz Piotr Cywinski al Memoriale della Shoah di Milano.

“Ho iniziato a riflettere sulla Shoah proprio grazie a un suo testo, Modernità e Olocausto. Un testo decisivo per la mia formazione, che mi ha permesso di comprendere queste vicenda non più soltanto in termini storici, ma anche in una prospettiva sociologica. Ci ha davvero aperto gli occhi, Bauman, aiutandoci a capire come la macchina dello sterminio sia parte della modernità”.

“L’eredità più significativa che ci arriva da Bauman è la percezione del mutamento come dato strutturale delle società passate, presenti e future” riflette Claudio Vercelli.

Ma anche, aggiunge lo storico, la sua capacità di mettere in tensione un parere progressista come quello che ha sempre testimoniato con regimi “a parole progressisti, ma in realtà totalitari”.

Una figura quindi rilevante da un punto di vista intellettuale, ma anche civile. Una figura che, spiega Vercelli, è importante anche per il tema della complessità del mutamento, delle tante identità “che possono convivere in un individuo”.

Afferma invece Anna Foa: “Con Bauman scompare un personaggio grandissimo, che sarebbe limitativo associare esclusivamente alle sue teorie sulla società liquida. È stato infatti un gigante sotto vari punti di vista, a partire da quello etico. Ma anche da un punto di vista storico ha prodotto studi molto significativi sulla Shoah e la sfida della Memoria”.

Per la professoressa, Bauman fa parte di una categoria di protagonisti del nostro tempo difficilmente riproducibili, “anche per la loro capacità di cambiare il mondo e incidere sulla vita di così tante persone”.

“Bisogna essere eclettici e curiosi del mondo. E inoltre non bisogna fissarsi su un metodo sociologico, su una disciplina specifica”.

Questo per Wlodek Goldkorn, che molte volte l’ha intervistato, uno degli insegnamenti più importanti che ci arrivano dalla vita, dalle opere e dalla testimonianza di Bauman.

 

libri

STORIA Quegli eroi che salvarono i tesori d’Italia

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MP stands guard in front of a truck loaded with art treasures stolen by German Army and recovered by U.S. Army. The paintings are being returned to the city of Florence. 07/23/1945 111-SC-210396

Opere d’arte che ritornano a Firenze 23 Luglio 1945

 

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Alessandro Marzo Magno / MISSIONE GRANDE BELLEZZA / Garzanti

Arriva domani, mercoledì 2 marzo, nelle librerie, ma se il nuovo libro di Alessandro Marzo Magno profuma ancora di inchiostro fresco, la sua nuova impresa completa già la straordinaria stagione di impegno di un giornalista fuoriclasse.
Impegno per la gioia di vivere e di conoscere, impegno per la collettività, impegno per un’Italia che probabilmente non se lo merita, ma resta sempre il posto più bello del mondo.

Proprio alla bellezza, alla vera, grande bellezza che costituisce l’unico solido patrimonio, l’unica effettiva ricchezza della collettività italiana, è dedicato questo suo “Missione Grande Bellezza: Gli eroi e le eroine che salvarono i capolavori italiani saccheggiati da Napoleone e da Hitler” (Garzanti editore). Dopo il mondo del libro e delle prime tipografie che da Venezia e dalle altre città italiane irradiavano cultura in Europa e nel mondo, dopo il mito del cibo italiano, dopo il fascino della moda che fa riferimento all’Italia, era giusto arrivare al nostro inestimabile artistico e culturale e alle emozionanti storie di chi è riuscito a porlo, fra mille rischi e difficoltà, al riparo dalle devastazioni.

missione grande bellezza

Veneziano doc e cittadino a parte intera della Mitteleuropa, Marzo può permettersi di amare l’Italia come nessuno di noi saprebbe farlo. Un privilegio ormai riservato solo agli stranieri colti e a rarissimi intellettuali capaci di saltare gli orrori e il degrado per concentrarsi sulle cose preziose che tutto il mondo ci invidia.
E come nel caso degli altri suoi libri lo fa con una miscela di capacità nel racconto, di curiosità per le persone e per la vita, e di rigore nella documentazione e nella ricerca storica.
L’Italia – spiega l’editore – è un enorme museo a cielo aperto: nelle sue città, fra le sue colline, lungo le sue spettacolari coste sono nati alcuni dei più grandi capolavori artistici della nostra civiltà.

Ma sono tante le opere create in Italia che hanno vissuto destini travagliati: rubate in guerra, a volte restituite a volte no, spesso perdute.

Non c’è da stupirsi quindi che i più temuti personaggi della storia, da Napoleone fino a Hitler, abbiano preso di mira lo stivale d’Europa e i suoi tesori. Ma in loro difesa si sono battuti eroi, spesso sconosciuti, che hanno rischiato la vita per riportare in patria parte del bottino, e di cui oggi Alessandro Marzo Magno ricostruisce le gesta. Antonio Canova in missione a Parigi per conto del papa, l’ambiguo Rodolfo Siviero, agente segreto dall’oscuro passato, che ha dedicato tutta la vita al recupero delle opere trafugate dai nazisti. E poi ancora le Monuments Women italiane: Palma Bucarelli a Roma, Noemi Gabrielli a Torino e Genova, Fernanda Wittgens a Milano.

Quasi come in un thriller, grazie alla capacità dell’autore di farci leggere il passato come una straordinaria avventura del presente, rivivono le storie coraggiose di quelle donne e di quegli uomini che hanno recuperato e messo in salvo la bellezza del nostro paese. Duecentocinquanta pagine, debitamente annotate, che valgono saggi molto più pesanti eppure si divorano come un romanzo.
E una lezione difficile da dimenticare che ci fa comprendere come il futuro della nostra Italia dipenda essenzialmente dalla nostra capacità di dimostrare il coraggio di chi ci ha preceduto. E soprattutto, che non può esserci benessere e non può esserci bellezza, se non nell’amore per la libertà.

gv

 

 

http://moked.it/blog/2017/02/28/storia-quegli-eroi-salvarono-tesori-ditalia/

al servizio dell’imperatrice

Parata di truppe anglo-indiane nel 1911… a Mumbai dinanzi al Portale dell’India.

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Ogni popolo ha le sue di malizie per influenzare il visitatore forestiero.Poi è chiaro che ci sono quelle che riescono meglio e altre che riescono di meno.

Gli Inglesi usano ancor oggi le parate militari e fare sfilare i Royals lungo il Mall con tanto di bande musicali e non chiedetemi se fanno tutto ciò perchè gli piaccia veramente o perchè è un argomento che fa presa sul pubblico di ogni provenienza e rende un sacco di visitatori a Londra e quindi bei quattrini.Non saprei rispondervi al riguardo.

Noi siamo fatti diversi.

E l’unico ricordo che mi viene alla mente di parate militari è la pasquinata di Trilussa resa in occasione della visita del Fuhrer  a Roma nel 1938.

Che fu un bluff.

Abbiamo in compenso il Vaticano che porta a Roma molti visitatori animati dalla fede e dallo sfarzo che si esibisce.

Ma nessuno si meraviglia più.

(Delhi,1911 Festa per l’incoronazione di Re Giorgio V )

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Gli Inglesi ricevettero un giorno la visita dell’Emiro dell’Aghanistan,quando ancora erano in India.

C’erano trentamila soldati a riceverlo con tanto di Vicerè,elefanti e grandi dame.

Rudyard Kipling lo commenta così nei suoi Libri della Giungla:

“Ad un certo punto lo vidi (l’emiro) sgranare  gli occhi a dismisura…bisogna avervi assistito per riuscire ad immaginare l’effetto terrificante che ha sugli spettatori questa calata inesorabile di truppe.

Allora sentìì un vecchio capo centroasiatico dalla lunga chioma brizzolata rivolgere qualche domanda ad un ufficiale indigeno.

Come è stato possibile ottenere questa meraviglia?

E l’ufficiale rispose-E’ stato dato un ordine,e hanno obbedito.-

Ma gli animali sono intelligenti come gli uomini? disse il capo.

Obbediscono,come gli uomini.

Mulo,cavallo,elefante o manzo tutti obbediscono al proprio conducente,il conducente al suo sergente,il sergente al suo tenente,il tenente al suo capitano,il capitano al suo maggiore,il maggiore al suo colonnello,il colonnello al suo generale di brigata che comanda tre reggimenti,e il generale di brigata al generale d’armata che obbedisce al Vicerè,che è al servizio dell’Imperatrice.

Ecco come si fa.

Magari fosse così in Afghanistan!-disse il capo-Là obbediamo solo al nostro arbitrio.-

E per questo,-disse l’ufficiale indigeno arricciandosi i baffi-che il vostro Emiro,al quale non obbedite deve venire qui a prendere ordini dal nostro Vicerè…

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Vladimir Putin (keystone)

Fame di operai in Russia

I permessi di lavoro a stranieri sono cresciuti del 10% l’anno scorso. A tirare è soprattutto l’edilizia

mercoledì 15/03/17 09:04 – ultimo aggiornamento: mercoledì 15/03/17 09:38

Mentre in Europa le dinamiche di chiusura prendono sempre più piede, la Russia di Putin apre le porte ad altra manodopera straniera.

Con programmi di accoglienza facilitata e incoraggiamenti alla immigrazione, Mosca vuole colmare la richiesta di forza lavoro in crescita rapida. Molta di questa forza lavoro è impegnata nel settore edile.

Nel corso del 2016 i permessi di lavoro concessi sono aumentati del 10%. Lo scrive l’agenzia Bloomberg secondo la quale nel grande paese ci sono 11 milioni di lavoratori stranieri.

Fra le nazionalità di questi lavoratori spiccano quelle del Tagikistan e del Kirghizistan (ex repubbliche dell’Unione sovietica).

RedMM/mas

mas

http://www.rsi.ch/news/mondo/Fame-di-operai-in-Russia-8852863.html

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