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i fiumi scendevano a oriente

aprile 27, 2017 Lascia un commento

di Massimo Gallizia –
Sulle orme di Leonard Clark: prima tappa
Normalmente nel cassetto si tengono i sogni, io ci tengo due viaggi che mi sono proposto di fare: il primo è di ripercorrere le orme di Leonard Clark, il mitico esploratore che nel 1946, partendo dalla cittadina di La Merced, raggiunse Iquitos e da lì Borja ed infine Bella Vista sulle Ande risalendo l’alto Marañon. Non voglio parlare del secondo per scaramanzia in quanto portare a termine il primo è già un’impresa, e non da poco. Come in tutti i miei viaggi, prima di partire, valuto tutto il valutabile cercando di non tralasciare nulla. Mi documento il più possibile leggendo i resoconti di altri, in modo da portare la percentuale di rischio a livelli più bassi possibile. Bisogna essere consapevoli che l’imprevisto è comunque sempre presente, necessita disporre di spirito di adattamento, doti di iniziativa e grande pazienza. Al momento il terrorismo sta incontrando una fase di recrudescenza, da poco hanno ammazzato in un’imboscata 13 militari. La delinquenza comune prospera anche per il poco o nulla che fa la polizia e gli assalti ai mezzi di trasporto ormai sono cronaca ordinaria. Inizio la mia ricerca partendo dall’ufficio del turismo di Trujillo, il treno che da Lima transita per la Oroya è stato soppiantato dai pullman a lunga percorrenza, più comodi e meno costosi. Esiste un treno prettamente turistico che giunge fino a Huancavelica senza soste intermedie e quindi non fa al caso mio. Qualcuno mi dice che esiste un treno per il trasporto merci che fa la tratta Lima – La Oroya e che a volte aggancia vagoni passeggeri, ma le informazioni esatte potrò averle solo a Lima.

A Tarma, prima tappa del mio viaggio, piove ancora molto quindi decido di fare un “salto”al Canyon del Cotahuasi. Viaggiare da Lima ad Arequipa, è un piacere, da qui a Cotahuasi è una tortura. Il bus è vecchio, non vi è lo spazio per distendere le gambe, non vi è aria condizionata e gli effluvi che colpiscono le nari non provengono dai laboratori di Chanel. Le 11 ore per percorrere i 280 km. transitando per il punto più alto posto a 4600 metri, vi assicuro sono interminabili. Quando però i vostri occhi si riempiranno delle bellezze paesaggistiche di Cotahuasi, sarete d’accordo con me che ne valeva la pena. Bene dopo questo preambolo riprendiamo da Cotahuasi paese. Nello scendere dal bus s’incontrano sulla piccola piazza le solite donne che vendono calde bevande a base di erbe ai passeggeri infreddoliti. Sale subito evidente che ci sono alcuni alberghi nuovi , chiaro segno che il turismo si sta sviluppando e presto Cotahuasi perderà quel suo aspetto di borgo medioevale. Alloggio al solito Hostal Fany Luz. Sono le 3,30 del mattino, riposo tre ore. Una doccia calda, mi ritempra e dopo una rapida colazione, scendo al torrente che scorre in fondo al canyon. Qui la parola inquinamento è stata abolita dal vocabolario, le sponde non sono ricettacolo di sacchetti di nylon ed altri residui di civiltà. Voglio saggiare la pescosità del fiume in quanto per vari motivi la volta precedente non ho potuto farlo. Comincio col lanciare il cucchiaino attraverso alla corrente e per mezz’ora non sento una tocca. Giunto ad una spianata dove si notano grandi massi sommersi, al primo lancio finalmente una trota abbocca, è sui due etti e si difende come se fosse il doppio. Nei due lanci successivi, ne prendo altre due. Al termine di due ore effettive di pesca ho catturato sei pesci ed altrettanti li ho persi. Niente male per un fiume che si ripopola naturalmente senza immissioni. La Domenica con un pulmino locale,vado fino ad Alca e di qui discendo il fiume sino a Luicho catturando solo una iridea di buone dimensioni mentre una seconda simile alla prima si slama sotto riva. Il livello del fiume è comunque alto e l’acqua molto fredda, sicuramente a Luglio la situazione potrà essere migliore. Prima di terminare aggancio un salmerino di trenta centimetri. Da domani solo turismo. Lunedì con mezzi locali vado al pueblo di Huainacocha per raggiungere il bosco di pietra. Il tragitto fatto in piedi, stipato come in una stia di polli, la dice lunga sulla sicurezza dei trasporti. Il mezzo dispone di 18 posti a sedere e siamo in 40 senza contare il carico dei più disparati generi. È evidente che siamo ben oltre il carico massimo consentito. L’aiutante autista deve continuamente scendere e porre due tavole di legno in corrispondenza delle ruote per superare buche e fossi. Il ciglio della strada è costantemente sfiorato dalle ruote. Un cedimento della sospensione può voler dire precipitare seicento metri più in basso. Finalmente si giunge a Huainacocha dopo due ore e mezza di batticuore. Delusione, mi hanno informato male, per giungere al bosco di pietra necessitano quarto ore e mezza di cammino che tradotte e moltiplicate per il numero delle dita dei piedi, divise per la radice quadra dei capelli che uno ha in testa vuol dire sei ore abbondanti. Questo perché quattro ore e mezza di cammino di un abitante di qui, con una capacità polmonare il doppio della nostra ed una forza nei polpacci pari a quella di un mulo, si traducono, ad essere ottimisti, in un cinquanta per cento in più. Salire al bosco, godere della vista e fare fotografie, significa pernottare in tenda una notte e non sono attrezzato. Non importa, la gita è solo rimandata. Ritorno con lo stesso mezzo, questa volta per metà vuoto. Mercoledì vado a Pampamarca con una ragazza di Lima, splendida camminatrice oltre che splendida ragazza. Passiamo una giornata piacevole raccontandoci dei viaggi fatti e di quelli che vorremmo fare. Mercoledì pesca al mattino e ritorno ad Arequipa nella notte. Sosta di due giorni nella Ciudad Blanca e rientro sabato notte a Trujillo. Non vado direttamente a Tarma per iniziare il viaggio della mia vita, ho fatto acquisti a iosa per amici e parenti e non posso trascinarmi il tutto per oltre un mese nella selva.

Ba! Quando si parla di destino, Lunedì, leggo sul periodico “OJO” che il pullman diretto a Tarma è precipitato in una scarpata nei pressi di La Oroya. Ci sono cinque morti e quattordici feriti. Come consuetudine, invece dei soccorsi che giungeranno dopo sette/otto ore, calano copiosi gli sciacalli, feccia dell’umanità, a derubare morti e feriti. Il Perù è anche questo. Sicuramente ho molta fortuna, avrei potuto essere su di quel pullman come avrei potuto essere sul pullman dell’impresa “Immacolata Concepcion” che si è ribaltato lo stesso giorno che sono giunto a Cotahuasi fortunatamente con un’altra compagnia, speriamo che la fortuna continui.
Ho trascorso una settimana a casa riprendendo i cinque chili persi a Cotahuasi e sono pronto, in tasca ho il biglietto per Lima.

Martedì 02/06/09
Giungo a Lima alle 08,20 del mattino e subito mi faccio turlupinare dal primo taxista che incontro. L’autista, dimostrando molta disponibilità, per 12 soles è disposto a portarmi sino al terminal da dove partono i mezzi per la selva centrale. Nemmeno a metà strada, il taxista si ferma ad un’agenzia che fa la stessa tratta per chiedere gli orari delle partenze, io resto in macchina a sorvegliare gli zaini. Ritorna sorridente dicendomi che entro mezz’ora parte il primo bus. Scendo, pretende lo stesso prezzo pattuito in precedenza, lo pago volentieri in quanto ho risparmiato il tragitto sino al terminal. Il taxi se ne va, ma vengo a sapere che il primo bus non parte dopo mezz’ora, ma bensì dopo 3 ore. Altro taxi che mi trascina sino al terminal dove già si sta muovendo il pullman per Tarma, lo prendo al volo. Altro tentativo di fottermi, il passaggio costa 15 soles, pago con 20, non ha il resto. Il pullman si sta muovendo, non è una grande cifra, ma non sono disposto a perderla. Urlo all’addetto di darmi il dovuto e mentre il mezzo sta prendendo velocità resto appeso fuori con la mano tesa. Ottengo il dovuto, conto, manca un sol ma è già una vittoria. Fuori di Lima la strada s’incunea nel vero senso della parola fra strette gole ed anguste valli sempre dominate da altissime montagne. Tornante dopo tornante, la strada s’inerpica sino ad oltre 4800 mt. offrendo uno spettacolo superbo.La discesa ripidissima che mi porterà sino a Tarma posta 1500 mt. più in basso non offre uno spettacolo altrettanto piacevole in quanto i fianchi delle montagne sono deturpati dagli scavi delle miniere. È comunque un viaggio da fare di giorno per godere del panorama ed anche per la pericolosità del cammino che di notte peggiora. Giungo a Tarma alle cinque del pomeriggio, alloggio all’hostal Vargas per la sua vicinanza alla piazza principale. Potrei continuare fino a La Merced, ma la discesa di 2200mt. fatta all’imbrunire non mi entusiasma, preferisco sostare un giorno e visitare la grotta del Guapago detta anche la grotta senza fine in quanto alcune spedizioni hanno raggiunto i 2745 mt. di profondità senza peraltro aver toccato il fondo.

Giovedì, 04/06/09
Parto con un taxi che trasporta cinque passeggeri, costo pro-capite: 12 soles (elevato se si pensa che con un bus si pagano 5 soles, ma il vantaggio è che si risparmia un bel po’ di tempo). Giungo a La Merce alle 9,30 del mattino, prendo alloggio al S. Rosa consigliato dalla guida Planet. L’unico vantaggio è che costa veramente poco, niente di più, per una notte può andare. La Merced, descritta da Leonarda Clark nel suo libro come un piccolo villaggio composto da una cinquantina di abitanti, è cresciuta a dismisura ed in modo caotico. Per le sue vie si vendono motoseghe tedesche, rasa erba giapponesi, motocicli cinesi, caffè, frutta della selva, di tutto e di più. Lascio lo zaino grande all’albergo e con un moto taxi vado al terminal da dove partono i mezzi per la comunità nativa di Pampa Michi. Con il termine di nativo si identificano i discendenti dei primitivi abitanti Campa, feroci guerrieri ampiamente descritti da Clark ed ora relegati in un’area dove si umiliano a vender collanine ed a inscenare miseri spettacoli per i turisti. Spero comunque di incontrare una persona che sappia darmi informazioni sui siti che furono le prime tappe del viaggio di Clark, ovvero: la “Colonia Perenè” in concessione al britannico Stone; la cosiddetta missione “Sutsiki” che in realtà era un centro di raccolta e vendita di schiavi ed infine la missione cattolica “Opata” fondata dal missionario francescano Padre Antonio. Per il momento sto seduto su di un pulmino in attesa che si riempia al fine di partire. Giungo alla comunità nativa dopo circa mezz’ora. Il pulmino mi lascia al bivio ed in cinque minuti sono nel centro del villaggio, in tutto una ventina di capanne Capanne di Nativisparse.Alcune donne con indosso una tunica marrone ed il capo coperto da un panno rosso si trascinano appresso i figli più piccoli. Chiedo del capo che mi viene indicato. Fernando è un giovane di circa trentacinque anni, non molto alto, robusto, indossa una tunica di color chiaro, i dati somatici indicano chiaramente la sua discendenza. È disposto ad accompagnarmi per visitare la Colonia Perenè e Sutsiki, luoghi che conosce molto bene . Contratto il suo compenso dopodiché si occupa di reperire il mezzo per raggiungere i luoghi in questione. Tornerà dopo un’ora. Nel frattempo gironzolo per il villaggio e familiarizzo con i nativi,con le donne perché gli uomini non si vedono. I bimbi invece sono una moltitudine. Dopo un po’ mi siedo all’ombra di una capanna ed un opossum viene a sistemarsi su di una delle mie scarpe e gioca con i lacci. Fotografo un grosso roditore dal peso di una quindicina di chili che qui chiamano “machete” per via dei grossi denti che riescono con facilità a troncare arbusti ed alberelli. Nel complesso mi pare di capire che nella comunità si vive in povertà estrema ma felici. Sono passate da poco le dodici che una station wagon arriva sollevando una nuvola di polvere, ne scende Fernando che mi presenta il giovane autista. Partiamo per la Colonia Perenè. Viaggiamo per circa un’ora su di una pista sterrata in un susseguirsi di alte colline, in fondo alla valle scorre il Perenè dalla limpide acque.Su di entrambi i versanti, immense piantagioni di arance si estendono a perdita d’occhio. Attraversiamo un piccolo villaggio e dopo pochi minuti ecco la Colonia Perenè. La scorgiamo dall’alto della collina ed è imponente. Scendendo dal colle ed entrando nella via che la attraversa resto sbalordito, quello che mi si presenta davanti è qualcosa di biblico.Mi ci vuole un po’ per riprendermi, davanti a me ho i resti di quello che era uno dei più grandi complessi industriali per la raccolta del caffè dell’epoca. In giro quasi nessuno, chiedo ad una donna se si può incontrare qualche anziano per avere informazioni dettagliate sulla storia del complesso, nel frattempo si avvicina un uomo sui 55 anni, è la persona giusta. In un luogo dove non viene mai nessuno, dove uno straniero è una novità assoluta,quale migliore occasione per dialogare. Le parole escono a fiumi. Quello che ci sta di fronte è l’esempio della capacità, dell’ingegno,della forza dell’uomo capace di domare anche la natura.Nel 1892, giungono qui nel mezzo della selva l’inglese Mitchel Whaley e cento famiglie di Italiani che danno inizio a questa splendida avventura.

 

Nel periodo del massimo splendore si producono 30.000 quintali di caffè annui con un organico di 2500 operai. C’è una scuola dove già nel 1919 gli alunni parlano inglese,vi è un ufficio postale gestito da un italiano, c’è un ospedale, una sala cinematografica,una panetteria sforna pane per tutte le maestranze. Una centrale idroelettrica con una turbina Pelton, produce l’energia elettrica necessaria, una immensa costruzione, ancora esistente, è dedicata agli uffici. I macchinari sono i più moderni. Nel 1920 funziona un centralino telefonico che comunica con gli altri stabilimenti posti nei dintorni ed una radio mantiene i contatti con Lima. Il caffè che viene coltivato sulle colline perviene alla Colonia a mezzo di tubi da quattro pollici di diametro e dove l’acqua lo spinge fino alle vasche di raccolta. Quello coltivato più lontano arriva fin qui con camion che transitano direttamente su di una bilancia che ne controlla la quantità.

La sicurezza contro eventuali assalti da parte dei nativi è mantenuta da una selezionata squadra composta da gente ben armata. Le epidemie vengono controllate bruciando i corpi ed assoldando nativi che li seppelliscono lontano nella selva. Più in alto sulla collina c’è la casa dei “padroni”. La casa dell’inglese Stone, in pietose condizioni, è abitata da una donna nativa che non mi ha permesso di entrare, ma dalle finestre ho potuto vedere l’interno spoglio. A fianco, un edificio più moderno e dotato di piscina, è dell’epoca successiva al periodo Stone che va dal 1940 al 1950. Anche questa costruzione, spoglia all’interno, sta cedendo all’avanzare della giungla che si sta riappropriando di quanto sottrattogli. Dopo il periodo Stone, altri proprietari si sono susseguiti, tra i molti un consorzio canadese/olandese e per finire una cooperativa campesiña che fu l’ultima, in quanto le incursioni terroristiche del gruppo denominato “Sendero Luminoso”, posero fine all’epopea. Gli arredi che erano nelle ville lussuose dei “padroni” furono spartiti fra i vari contadini che ora coltivano i “loro” pezzi di terra. Risalgo in macchina ancora frastornato da quanto ho visto ed appreso, non riesco a capacitarmi, cerco di non pensare guardando fuori dal finestrino. Tutto intorno è un’ esplosione di fiori e di colori. Cosa rimane della grandezza dell’uomo? Ben poco,forse i ricordi.

Per raggiungere Sustiki bisogna traghettare il rio Perenè. Una lunga canoa spinta da un fuoribordo giapponese da 40 HP vince con facilità la corrente. Dall’altra sponda alcuni bimbi giocano felici nell’acqua, un breve cammino su di un sentiero che si addentra nella giungla mi porta ad una radura nella quale spicca quella che un tempo era una casa padronale. Seduto sotto al portico un anziano sta leggendo un libro antico come lui. Quando viene a sapere che sono Italiano, mi sciorina la storia di Romolo e Remo. È più vicino ai novanta che agli ottanta, la sua mente non è più coerente e sfuma così l’opportunità di conoscere i fatti che hanno contribuito a fare di Sustiki uno sperduto pueblo della selva dedito all’agricoltura. Fotografo alcune capanne sparse qua e là, la scuola su cui spicca il nome di Sustiki e ritorno al rio Perenè per raggiungere La Merced. Domani partenza per Satipo dove spero di aver notizie della “Missione Opata” e come raggiungerla.

Venerdì, 05/06/09
Alle 08,15 sono seduto in un taxi diretto a Satipo. Sull’auto siamo in sei con l’autista. Sui sedili posteriori a tenermi compagnia due bellezze locali. Nessuno parla nelle due ore di viaggio, la ragazza seduta accanto a me si addormenta con il capo appoggiato alla mia spalla e posso osservarla bene. Avrà vent’anni ed è molto bella, il colore della sua pelle è leggermente ambrato, i seni non molto grandi e non costretti dal reggiseno, si sollevano ritmicamente. Mi costringo a guardare fuori dal finestrino. A Pichincha, l’auto si guasta e scendiamo, mentre trasbordo gli zaini su di un altro mezzo, la mia compagna si eclissa. Pazienza. Giunto a Satipo mi sistemo all’hostal S. Josè, anonimo alloggiamento senza lode e senza infamia. Incomincio la mia ricerca per giungere alla Missione “Opata”; ma mi accorgo che nessuno conosce il sito, ne all’ufficio del turismo ne tanto meno alla parrocchia. Vado a chiedere alle agenzie di viaggio che gentilmente mi permettono di interrogare i vari autisti che guidano per ogni dove nella selva, ma nulla. L’unica missione francescana è quella di Puerto Ocopa che in teoria potrebbe essere quella descritta da Clark, ma non si trova alla confluenza del rio Pangoa con il rio Perenè come riportato sulla mappa. Il rio negli anni ha cambiato il suo corso ed ora sfocia molto più a valle e nessuno ricorda che la missione si chiamasse “Opata”. Prenoto il passaggio in auto per Puerto Ocopa per le 6 del mattino successivo e vado a scovare un ristorante dove servano autentica cucina tipica. Mi servono carne di cervo con yuca , platano fritto ed una caraffa di succo di maracuyà, ottimo frutto della selva. Passo il pomeriggio a bighellonare ed a osservare la gente in piazza d’armi. Alle 19,30 in camera a preparare gli zaini e domani sveglia alle 5.

http://www.markos.it/viaggi/peru-sulle-orme-leonard-clark/

L’articolo prosegue per i nostri lettori in un prossimo post.

Saluti

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la rassegna parte giovedi sera

novembre 9, 2016 Lascia un commento

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il mondo si costruisce con i vicini ovvero sono a dieta ma non si vede ancora (2 puntate).

novembre 5, 2015 Lascia un commento

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Il Sig. Giuseppe Fioroni dell’omonimo ristorante-hotel di Carate Urio (Como) a sinistra con il nostro editore.La conoscenza tra di loro risale niente meno che a 41 anni fa,dal 1974.Sono anche pressochè coetanei.Ma il sig.Fioroni ha tanti atout in più oltre ad essere un peso medio e sà suonare il pianoforte (a coda) e la fisarmonica,pensate che anche George e sapete ben di quale George possa parlare che vive sul Lago di Como ogni tanto scende da Fioroni a farsi una cenetta con signora e genitori mentre l’altro suona, o tutti ascoltano suonare gli amici di George che hanno il ritmo nelle vene.

Se viaggiate con un budget e state andando a Lugano ad una mostra di pittura vi consiglio di trascorrere una notte sul lago di Como da Fioroni cena compresa seduti tranquilli nella sua sala ristorante che dà direttamente al lago.Non avrete sorprese che non siano gradite ne sulla panoramicità  del luogo, la qualità del cibo,la prima colazione e l’economicità della camera di un hotel a due stelle.

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In questa stagione poi si dorme super tranquilli perchè siamo fuori dal giro estivo dei turisti nordici che scendono sul lago a riposare,non fa ancora fresco più di tanto e c’è pace.

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la factotum Cinzia e Giuseppe Fioroni

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l’aliscafo serale che rientra a Como

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una vista mattutina sul lago dalla stanza

http://www.hotelfioroni.it/

169 giorni di vacanza…18a puntata: alle porte della cina…

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Hong Kong ai primi del novecento

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Hong Kong

Lo zio Oreste ha voglia di scrivere a casa,deve sfogarsi in fretta, e da cosa lo posso notare è abbastanza semplice.

E’ la prima volta che mette giù la data senza scrivere il mese ma facendolo con soli numeri,il mese di febbraio diventa quindi un due,e poi trascura di aggiungere l’ora in cui scrive,cosa che di solito fa sempre.

La moglie deve avergli fatto girare le balle o chi se no?

Non lo sappiamo,andiamo dunque per tentativi.

Forse è stato il banchiere portoghese che se pur un po’ sordo gli “occhieggiava” la moglie sotto agli occhi…”ma pòrtatela via…che te la lascio volentieri qui”, avrà pensato il povero zio Oreste alle prese con la cucina locale priva di quella polenta pasticciata…che condivideva a Torino con l’amica Ida.

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Carissimi,

siamo qui da ieri a mezzogiorno : abbiamo dovuto sostare per ben 5 ore e mezza a una quarantina di chilometri al largo a causa della fittissima nebbia che impediva ogni visibilità.Le acque erano piene di scogli e di bassi fondali e il Comandante della “Chitral” ha stimato più prudente stare fermo : un inglese mi disse che gli capitò una volta di stare fermo ben due giorni circa nello stesso punto,e a noi toccarono invece 5 ore e 1/2 soltanto.

Io sapevo che l’approccio di Hong Kong era una cosa bellissima,e mi vestii di notte per venir sul ponte : era una notte molto bella ma alquanto fredda,ma dopo poco cominciò a calar la nebbia.Quando questa si diradò il sole era già alto sul cielo azzurrissimo e pur essendomi mancato lo spettacolo del levar del sole,vidi ugualmente uno scenario superbo.

Molte isole del tipo Capri da una parte e dall’altra,e sullo sfondo dritto alla nostra prua il golfo di Hong Kong amplissimo e formicolante di navi,protetto da un formidabile sbarramento costituito da una collina disposta ad anfiteatro e dalle linee graziosissime.In basso-in riva all’acqua-tutta la città commerciale,e in alto una fitta rete di ville e villini,su cui sovrastano forti e cannoni.

Uno spettacolo indimenticabile da far impallidire Napoli,pur così bella,cui faceva da specchio un mare dai mille colori.Di sera lo spettacolo è altrettanto fantastico per la quantità di lumi e di luci che scintillano dappertutto.Hong Kong è una città di un milione di abitanti,di cui solo 15.000 europei e il rimanente tutti cinesi : bellissimi edifici e portici in quasi tutte le strade da ambo i lati,cosa utilissima oggi che piove.

Magazzeni e negozi splendidi,alcuni vastissimi sul tipo “Galerie Lafayette” tutti tenuti da cinesi di ambo i sessi,una grande festosità dappertutto data dall’affastellamento delle insegne dei negozi con scritte vistosissime,dai rumori i più svariati che fanno da richiamo per i curiosi,dalla luce che le vetrine proiettano a profusione sulla via e dall’intenso andarivieni di cinesi dai costumi variopinti.

Moltissimi cinematografi,alcuni grandiosissimi : tutte le più note Banche del mondo hanno una filiale qui (eccetto naturalmente la nostra Comit) tutte le Compagnie di Navigazione hanno agenzie con uffici bellissimi e su tutto troneggiano come a Penang e a Singapore giganteschi policemen indiani,scelti e vestiti con quella cura e con il buon gusto che sanno mettere gli inglesi in queste cose.

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poliziotti Sikhs a Hong Kong

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Giacchè Hong Kong è inglese,e a confermarvelo stanno nel porto superbamente alcune fra le più belle navi della flotta.

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Hong Kong nel 1910

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Nel porto e al largo a completare la festa ci sono centinaia di “sampan” barche di pescatori che servono anche da casa ad essi ed alle loro famiglie: ce ne sono ben 70.000 che vivono in tal maniera senza mai mettere piede a terra.Le barche hanno sulla prora due occhi di vetro azzurro e issano delle strane vele di foggia e di colore originalissimi.

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Il nostro amico portoghese è venuto ad attenderci allo sbarco ed abbiamo ottenuto a fatica di poter scendere all’hotel anziché a casa sua,che abbiamo visto ieri stesso e che è situata a metà collina con una vista naturalmente superba.

Ieri sera pranzavamo con lui in uno dei tanti ristoranti cinesi che pullulano qui,il migliore,e che è parte del nostro hotel,il quale-oltre al restaurant cinese-ha altri due restaurants sempre nello stesso edificio.Vi accludo il “menu”, Maria entusiasta della cucina cinese dopo il pranzo che ebbe a Bangkok,ha voluto per forza che ne gustassi uno anche io e mi spiegava che la prima portata era POLLO CON BAMBU’,al che io con quella facilità di far versi (colla bocca) che mi distingue, pronto risposi “O VOMITO STASSERA O VOMITO MAI PIU’ “.

Non ho vomitato ma sono rimasto poco persuaso e sono sempre ancora per le nostre zuppe di fagioli, polenta e merluzzo,paste asciutte,ecc.ecc.La mise en scène è graziosa ed interessante e comprende la somministrazione ad ogni commensale delle stecche di avorio al posto delle posate,alle quali io ho dovuto finire per ricorrere non essendo riuscito con dette stecche a portare alla bocca nemmeno un boccone.

Il pranzo comincia e termina coll’offerta da parte del cameriere di un tovagliolo inzuppato di acqua bollente per pulirsi le mani e bocca….e anche i piedi occorrendo.

Sono poco più di 24 ore che siamo qui ed abbiamo già visto molto,di giorno e ieri sera,girando coll’auto del banchiere e a piedi.Un via vai intenso reso ancor più interessante dalle centinaia di “rickshaw” che corrono agili in ogni senso a cui si aggiungono i palanchini,specie di grandi casse da imballaggio infilate su due lunghe pertiche di bambù (lo stesso che un giorno o l’altro mangerai col pollo) che due cinesi portano sulle loro spalle ossute dopo averti gentilmente introdotto nella cassa,e via!

Siamo anche stati stassera in un “Cabaret o dancing” cinese ma solo per mezz’ora,anche qui come da noi tutti ballano e non si vede che negozi dove si vende roba da bere o da mangiare e sono i più affollati.

Una delle cose più seccanti è l’affare del cambio,che causa non indifferenti perdite che si cumulano ogni momento: fiorini o “guilders” nelle Indie Olandesi,straits dollars a Penang e a Singapore,ticals in Siam,franchi in Indocina: in Cina poi ogni città ha la sua moneta,dimodochè la moneta che si compra con grave perdita per stare qualche giorno a Hong Kong devi buttarla via o quasi se te ne rimane prima di andare a Shanghai,dove comprerai sempre a prezzo di strozzo un’altra valuta,e così di seguito.

Aveva ragione quel vecchio barbuto che una quarantina di anni fa faceva vedere le stelle in Piazza San Carlo col telescopio al tenue prezzo di 10 cent. e che sempre borbottava a chi attendeva il resto di una lira o di 50 cent. “sempre si cambia e a furia di cambiare si resta senza la moneta!”

Malgrado questi dispiaceri tutto ciò che si vede è così nuovo che piace e diverte,ma ciò che diverte di più è la conversazione angloitalomimofrancoportoghese di Maria col banchiere portoghese da cui andremo stassera a pranzo con altri due portoghesi: non mancherò di essere “gaio ognor” e per completare la festa andremo dopo a sentire un dramma inglese!?

Stamani appena usciti abbiamo incontrato un ufficiale aviatore inglese che abbiamo conosciuto sul “Conte Verde”, ci ha subito offerto un volo con lui che Maria ha naturalmente accettato con entusiasmo ed io…con riserva: è roba da combinare una delle prossime sere che pranzeremo insieme dal banchiere.

Domani abbiamo le corse dei cavalli,per le quali anche qui come a Torino Domeneddio sta preparandoci il terreno: Domenica andremo a Macao e Martedì 27 a Canton,la più cinese delle città della Cina,tre milioni di abitanti di cui un milione passa tutta la vita sui pittoreschi sampan.

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Vi dirò in una prossima mia di queste due visite,e intanto già prepariamo la roba di inverno per Shanghai verso cui muoveremo Venerdì 2 Marzo a mezzanotte col piroscafo “President Grant” della Dollar Line: arriveremo a Shanghai il 5 Marzo e avremo da fare i conti collo stretto di Formosa che dicono sempre movimentato.

Sono finite la grandi sudate,l’arsura e le doccie fredde,e i vestiti di tela sono già relegati in fondo al baule.

Salute Ottima

I più affettuosi saluti a tutti,parenti e amici

Fto

Oreste

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Era arrabbiato per i soldi che gli portavano via sul cambio dunque,e come tutti gli uomini se la sarà presa con la moglie…!! E…con chi,se no ?

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il Pro-nipote redattore.

Ma qui siamo in ferie…nel 1934 ! 169 etcetera 17a puntata.

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Il Raffles Hotel di Singapore costruito a fine secolo XIX un bell’esempio di architettura coloniale.

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Sabato 17 ore 15 : Siamo arrivati a Singapore stamane alle 9 e ci siamo recati subito al Consolato dove trovai quanto segue:

1°Una  lettera di mia sorella 29 gennaio

2°Una    id.       di Nene e Ginio 30 gennaio

3°Una   id.       di Treves 27 gennaio e cartolina del 30

4°Una   id.       di Meo 30 gennaio

Ringraziamo tanto tutti : le lettere sono lette e rilette avidamente anche se non portano notizie gran che interessanti sono pur sempre una boccata d’aria ossigenata che giunge graditissima dal nostro paese,e che purtroppo non si rinnoverà prima di una quindicina di giorni,al nostro arrivo a Shanghai.

Qui (cioè sul piroscafo Chitral) trovammo due italiani,un certo chiamamolo Oliocarli.. piemontese residente a Parigi,dove è alle dipendenze di Cook e Wagons Lits,giovane simpaticissimo ed un certo Mari… che va a Tokyo,dove è stato nominato Consigliere a quell’Ambasciata : il resto sono tutti inglesi.La temperatura oggi a Singapore è di 32°,ma mi aspettavo di peggio dato che siamo all’Equatore.

Abbiamo girato due ore stamane in auto,ma a Singapore non c’è nulla da vedere: è un grande emporio commerciale con un porto immenso che raccoglie e smista tutte le mercanzie del e per l’Oriente.

Pullula naturalmente di cinesi-come tutti gli altri siti visti in precedenza-non pochi dei quali hanno fatto fortune vistose e lussuosi villini.Fra un’ora scendiamo di nuovo per andare a prendere il the dal Console che è il torinese March..  agente della FIAT, giovane molto “in piota”.( in gamba…ndr)

Stanotte si sta fermi in porto e domattina domenica 18 alle 6 ci si muoverà verso Hong Kong, di dove scriverò poi per dirvi come è andata questa nuova porzione di mare (saranno poi 40 giorni di navigazione in tutto).

Non posso rispondere partitamente a tutti quelli che mi scrivono,ma ringrazio di nuovo tutti e particolarmente Treves e Meo,la cui lettera è piena di notizie interessanti.

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Il nipote Giacomino detto Meo vestito da nostromo da bambino (1914)

Salute speciali per mia sorella Vittorina e Alfredo,e ugualmente cordiali e affettuosi per tutti gli altri,parenti ed amici.

Fto

Oreste

PS: il consigliere d’ambasciata che va a Tokyo è dei vostri- mi ha detto che devo aver capito male e che la conversione del consolidato ha avuto un successone avendo accolto l’adesione di oltre il 99% dei portatori.

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Nota editoriale di commento

In Italia è la solita minestra,ci viene da pensare.Tu sottoscrivi un titolo al 10% di interesse che poi ti cambiano in meno e devi dire anche grazie,pena perdere di più.

Questo è il succo del debito pubblico consolidato dell’epoca mussoliniana e della sua conversione.

Se mancano soldi si fanno ponti d’oro.

Ottenuti i soldi si cambiano le condizioni e devi pure tacere,soprattutto in un’epoca nella quale si era passati attraverso l’olio di ricino e il bastone e poi niente meno che il confino…

In compenso la posta mi sembra quasi meglio che non oggi.

Della corrispondenza datata 30 di gennaio in Italia arriva prima del 17 di febbraio a Singapore cioè in una quindicina di giorni,e la posta viaggiava quasi tutta per via mare.

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169 giorni di vacanza…15a puntata

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lo zio Oreste con la sua pipa e zia Maria ad Ostenda (1930)

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Lettere di donne

E’ certo che anche le donne devono dire la loro,ci mancherebbe altro.Pertanto eccovi un saggio di come la moglie dello zio Oreste scrive alla cognata,ovvero a mia nonna paterna.

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8 febbraio 1934

Carissima Vittorina,

grazie della tua lettera che mi ha fatto tanto piacere e che era attesissima.Sono stata così tanto tempo senza notizie di tutti che è stata una vera gioia rivedere i caratteri di tutte le persone care.

DSC05595 parenti e amici

Parenti ed amici tutti…in attesa di notizie di Oreste con Maria.

Sono contenta di sapere che sei abbastanza tranquilla,ti ho ricordata spesso così pure Andreina (la figlia) ed ho anche pensato spesse volte a quel disgraziato di Pino.(poveraccio…se era il marito della zia Andreina che come dopolavoro usava il tavolo da poker e le pasticcerie ndr.)

Credo che sarai tenuta al corrente delle nostre notizie da Ginio (che purtroppo non sappiamo chi sia),finora Oreste era stato benissimo,da due giorni è ricominciato il suo mal di stomaco molto forte aiutato dal freddo che abbiamo trovato a Brastagi nell’isola di Sumatra.Speriamo che se ne vada presto perché poverino oltre la sofferenza rimane di cattivo umore.Siamo in questo delizioso Penang che è come una Sorrento inglese,verde,ridente ed azzurra,ci riposiamo dai molti continui spostamenti e se Dio vuole sto qualche giorno senza fare le valigie.

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l’Hotel Runnymede di Penang

Ho visto tante tante cose belle ed interessanti,a descriverle non basterebbe un volume,così non comincio neppure e ti dirò soltanto che finora mi sono divertita ed interessata moltissimo a tutto ciò che ho visto.A voce ti racconterò poi tante cose.

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un filobus anni ’20 a Georgetown capitale del Penang

Tutto è interessante,dagli abitanti di diverse provenienze,alle case costruite in maniera diversa ai cibi che mangiamo al modo di vestirsi,quando lo sono,ai frutti stranissimi e dai gusti più disparati,agli alberi meravigliosi e rigogliosi,agli uccelli piccoli come farfalle,alle farfalle grandi come uccelli,insomma tutto per me è oggetto di interesse e di studio.

L’altra mattina siamo stati al mercato ( dove io vado spesso per vedere quello che vendono) ed abbiamo visto vendere dei pesci ancora boccheggianti con forme e colori completamente nuove per noi.

Piantagioni enormi di gomma in stato di abbandono per il ribasso della materia,palme di cocco a perdita d’occhio,palme da olio,palme da vino,l’albero del ferro,quello del pane,e riso,riso in tale quantità da toglierti la voglia di mangiarne.

A Bali ed anche a Sumatra le donne vanno a torso nudo esponendo cose belle ma molto spesso orribili il che faceva esclamare ad un francese che conoscemmo a Bali che aveva visto petti di donna in tale quantità da farne indigestione per il resto dei suoi giorni.

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persino i maestri di scuola chiedono…pietà,

su rivestitevi ragazze…

Abbiamo conosciuto parecchia gente e se avessimo parlato l’inglese ne avremmo conosciuta molto di più,tutti molto gentili e che ci hanno usato parecchie cortesie.

Il mare finora mi ha trattato abbastanza bene,a giorni ne avrò per altri sei giorni per andare ad Hong Kong e questo non mi entusiasma ma non si può fare diversamente.

Incarico te di salutare tanto zia Gemma per noi,saluta tutti i tuoi figli anche per conto di Oreste così pure si intende Alma ed Augusto.

Ad Andreina ed a te un tenerissimo abbraccio

Maria

Tanti saluti di mio pugno a voi tutti: Sono stato per tanti giorni senza l’ombra di dolori ma da 2 giorni sono ricominciati,spero per poco.

Un abbraccio

Aff.mo

Oreste

169 giorni di vacanza…12a puntata.

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Il Fokker  FVII del 1925,qui in versione normale con le ruote, fu tra gli aerei più venduti al mondo per uso commerciale del suo tempo.Lo compravano anche i nord americani se pur fabbricati in casa su licenza.

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Cosa dice la statistica? Che se ti siedi in aereo e leggi sul giornale che proprio ieri è caduto un aereo sarà difficile o improbabile che il fatto si ripeta anche oggi. Per cui vola tranquillo…e fregatene.Lo zio Oreste si tocca i cosiddetti just in case…giusto in caso e fa amicizia con l’olandese volante che gli mette sotto il naso un articolo di giornale proprio come appena descritto ai nostri lettori.Spiace per coloro che non ci sono più…ma possibilmente è toccata solo a loro,per oggi.

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Riassumendo per chi non guarda la carta geografica,lo zio Oreste ha finito di visitare Bali, fa una notte di vapore e sbarca a Surabaya che è a Giava ma a est,di qui prende l’aereo sino a Giakarta che è a ovest, e si imbarca sul Van Neck che lo porterà all’isola di Sumatra,ossia a Padang da non confondere con Penang – dove ha lasciato parte del bagaglio sbarcando dal Conte Verde – che è invece in Malesia.

700px-Padang_dari_Gunung_Padang_2Padang oggidì,a Sumatra

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Van%20Neck-02Lo zio Oreste dopo la parentesi dell’aereoplano è di nuovo a bordo di una nave , il “Van Neck” qui in fotografia che si autoaffondò nel ’42 a Surabaya per non cadere in mano ai giapponesi.

Mercoledì 24 gennaio 1934.

Carissimi,

Scrivo da bordo del “Van Neck” il quarto vapore della K.P.M. su cui navighiamo : vi siamo saliti stamane alle 8 a Batavia e ne scenderemo sabato 27 pomeriggio a Padang sulla costa occidentale di Sumatra.

Il vapore è piccolino,la giornata è piovosa,il mare così così in queste prime ore e speriamo non ci dia maggiori fastidi in questi tre giorni che ci dovrà cullare.

images07GK15QMlo stesso Fokker idrovolante come aveva scritto in precedenza avrebbe preso lo zio Oreste

Stiamo benone entrambi : e veniamo subito a parlare del nostro volo di ieri da Surabaya a Batavia.E’ durato SEI ORE giuste giuste – dalle 7 alle 13 : si doveva arrivare a Batavia alle 11,20,ma abbiamo fatto un’ora e 40 di ritardo a causa del vento contrario che non ci lasciò marciare che a 160 km. all’ora invece dei 225 previsti.

Prima rendo omaggio all’intrepidezza di mia moglie che salì disinvolta e calma,e tale si mantenne durante tutto il lungo interminabile percorso dormendo almeno tre ore sulle sei del viaggio grazie anche a due “Vasano” che ha voluto per forza prendere per precauzione.

Vi dico subito che io non mi sono divertito affatto : la giornata era coperta e mancò quasi totalmente lo scenario.Piovve anche ma sotto di noi,e fu curiosissimo veder comparire l’arcobaleno sotto i nostri piedi,come pure veder volare gli uccelli più bassi di noi.

Per diverse ore ci venivano incontro delle vere ondate di folte nubi sempre più alte,in maniera che il pilota doveva sollevare sempre più l’apparecchio per non aver impedita la visibilità,e con tutto ciò molte e molte volte forammo le nubi volando per qualche minuto dentro di esse ad un’altezza che diventava vieppiù vertiginosa e impressionante.

Volammo così per almeno due ore a non meno di 2500 mt. prima sul mare al largo e poi sulla terra.Credo che con una bella giornata di sole e di orizzonte spazzato mi sarei divertito di più,anche perché probabilmente non sarebbe stato necessario di mettere tanto vuoto sotto i nostri piedi : ma così proprio no ; anche per l’oziosità e l’immobilità completa in cui per ben sei ore ho dovuto restare.Ho fatto il conto che ho guardato almeno duecento volte l’orologio che avevo al polso!

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La cabina è qualcosa come spazio come uno scompartimento ferroviario con 4 poltrone per lato disposte nel senso della lunghezza in modo da lasciare in mezzo un piccolo “couloir”, i posti ( 10-12 ndr) erano tutti occupati ed indimenticabile fu e resterà il fatto di un giovanottone olandese seduto davanti a Maria che ha tenuto per una ventina di minuti ben spiegato per leggerlo un giornale naturalmente in lingua olandese con un titolone che occupava due colonne in cui con parole ostrogote si leggeva di un incidente capitato non so dove a un aeroplano finito con dieci morti.Io che ero al 3° posto dietro a Maria lo vedevo anch’io e così pure un altro passeggero che era dall’altra parte all’altezza di Maria e ci limitavamo a toccarci leggermente col braccio e a scambiarci strizzatine d’occhio.

L’eroe dell’episodio lo conoscemmo la sera a Batavia e non vi dico le grasse risate che si fecero…… dopo!

L’atterraggio dell’apparecchio è la cosa più emozionante per l’inclinazione che prende nel planare e per la deformazione che assume il terreno nel guardarlo da un piano inclinato.

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Surabaya è a destra e Giakarta (Batavia) a sinistra.L’Isola è Giava

Basta,è finita anche questa ed è finita bene,ma non so se la rifarei.

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Altra nota comica se si potesse raccontare,dirò così,fotograficamente è la comparsa alle 9,30 di un bisognino che – compresso- diventò bisognone dovuto trattenere fino alle 13,30 perché dall’aerodromo all’hotel ci volle ben 1/2 d’auto : Maria appena scesa mi confidò che era nelle mie identiche condizioni : più affiatati di così si muore !

Saluti affettuosi a tutti

Fto

Oreste

 

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