Archive

Posts Tagged ‘beatrice carducci’

beatrice ed il nouveau réalisme

maggio 10, 2016 Lascia un commento

1-beatrice-4 scatti del 09-08-15 alle 15.02 #10

Quello che è certo è che se non andavo a Lugano a vedermi gli espressionisti della Fondazione Braglia Beatrice non l’avrei mai conosciuta e ci saremmo tutti privati dei suoi articoli.

E con questo ho detto tutto come niente riguardo la voglia e la possibilità di muoversi dal proprio ambiente cittadino.

Ciao a tutti, 

Dopo molte settimane in cui sono stata molto presa dalle altre riviste e dall’università sono finalmente riuscita a scrivere un piccolo articolo per il mio blog.
Un abbraccio,
Beatrice

Arman, un poetico riciclo

Arman Pierre Fernandez, l’artista che in arte sarà semplicemente Arman, è uno dei personaggi di rilievo del panorama artistico della seconda metà del Ventesimo secolo.
Nato nel 1928 a Nizza,  egli è tra i primi firmatari ed esponenti del Nouveau Réalisme. Un movimento che deriva, seppur prendendone bene le distanze, dalle avanguardie dadaiste di inizio secolo.
I “nuovi realisti” pongono l’accento sul progetto mentale e sull’azione (più che sull’opera) tramite un processo di appropriazione della realtà attraverso la ricerca di una nuova estetica espressiva.

“Il Nouveau Réalisme è una rivoluzione dello sguardo, una nuova dimensione della sensibilità”.

violon__bronzo__2004_resized_800_800

Il suo percorso artistico spazia dai disegni alle stampe, dalle sculture monumentali alle accumulazioni di oggetti trovati ed è proprio su questi ultimi che voglio concentrarmi.

Oggetti, ripetizioni, accumulazioni. Questi sono gli ingredienti di un “nuovo approccio all’arte” descritto dal teorico e critico del Nouveau Réalisme, Pierre Restany.
Per Arman tale termine significa assemblare oggetti che la nostra società reputa marginali e insignificanti, puntando l’attenzione su ciò che non notiamo ed esaltando così il valore di ciò che utilizziamo giornalmente.
Arman attraverso gli oggetti di uso quotidiano, partendo dai famosi ready made di Marcel Duchamp, ha inteso analizzare quella società dei consumi che egli stesso ha visto nascere e svilupparsi. Di ogni oggetto coglie le intrinseche potenzialità espressive traendone una sua personale visione costruita in modo del tutto originale. L’artista ci restituisce, con discrezione, la sua personale visione della società e della realtà; trasformando il mondo intero in un teatro dell’arte. Un po’ come Bach che un giorno disse che quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla; così Arman ci ripropone in un poetico riciclaggio oggetti a cui dona una nuova vita.

2_g

E’ il gesto che dà senso all’opera. L’oggetto viene corroso, distrutto, mutilato, trasformato secondo uno spirito di protesta nei confronti della precarietà delle cose che appartengono alla galassia del consumismo.
Un gesto totale che materializza ciò che ha reso immateriale, donando la possibilità di ricomporre i pezzi e disporli a piacimento – ribaltando la struttura dell’immagine per l’idea dell’immagine stessa.

Il tempo cambia, spesso distrugge. Noi accogliamo queste distruzioni e queste alterazioni integrandole alla nostra vita e al nostro sistema di valori estetici, scoprendo che qualche volta preferiamo le cose che sono mutate con lo scorrere del tempo rispetto a quelli che non sono cambiate mai. Perché, come un giorno disse Adrienne Rich, il momento del cambiamento è l’unica poesia.

Beatrice Carducci

https://beatricecarducci.wordpress.com/2016/05/09/arman-un-poetico-riciclo/

beatrice si dà da fare

aprile 10, 2016 Lascia un commento

1-beatrice-4 scatti del 09-08-15 alle 15.02 #10

Beatrice.E’ più bella lei o la Gioconda con i baffi di Duchamp?

Meeting Art
Pubblicato il: mer 06 apr 2016

La seduzione dell’antico a Ravenna. Echi classici da Picasso a Duchamp

12.Marcel Duchamp, L'envers de la peinture, 1955, tessuto, penna e collage, cm 73.5x48, collezione privata ©Succession Marcel Duchamp by SIAE 2015 per Marcel Duchamp

Marcel Duchamp, L’envers de la peinture, 1955, tessuto, penna e collage, cm 73.5×48, collezione privata ©Succession Marcel Duchamp by SIAE 2015 per Marcel Duchamp

Può esistere un’arte senza radici e senza passato?

Questa è la domanda su cui dobbiamo riflettere una volta entrati al MAR di Ravenna.

L’esposizione “La seduzione dell’antico”, aperta fino al 26 giugno, intende documentare quanto sia stato forte il richiamo del tempo andato per gli artisti del Novecento.

Subito veniamo accolti da tre opere identificate come riassuntive di tutta la mostra, ovvero Métamorphose topologiche de la Venus de Milo traversée par des Tiroirs (1964) di Salvador Dalì, Il vecchio e il nuovo mondo (1927) di Alberto Savinio e Il figliuol prodigo(1926) di Arturo Martini. Quest’ultima scultura in particolare, secondo il curatore Claudio Spadoni, riassume tutto il senso della mostra perché simboleggia la storia del figlio (nuovo) che si allontana dal padre (antico) ma che poi ritorna, rendendosi contro che non può sopperire a se stesso da solo.

Ci troviamo quindi davanti a due concetti che parrebbero opposti ma che invece finiscono per fondersi insieme diventando una caratteristica importante di molta arte moderna e contemporanea.

Arturo Martini, Il figliol prodigo (1926), bronzo

Arturo Martini, Il figliol prodigo (1926), bronzo

Il percorso è diviso in 7 sezioni. La prima prende nome da una citazione di Carrà che recita “Quel non so che di antico e di moderno…” e le opere qui presenti vogliono farci comprendere come la tematica della seduzione dell’antico non voglia richiamare forme del passato in modo nostalgico ma piuttosto riproporle pregne di una nuova sensibilità. La seconda sezione raggruppa opere raffiguranti nature morte, per il loro “non so che” di seducente che non poteva lasciare indifferenti molti artisti del secolo breve, poi i paesaggi e il ritratto, che sicuramente impone all’artista un confronto con la tradizione.

La parte successiva mostra la scelta di molti artisti di recuperare le inquietudini tipiche del Barocco, un momento artistico che consideravano ancora da scoprire.

La quarta sezione è intitolata “il Mito e il Sacro”, temi distinti ma al contempo affini perché entrambi rimandano a qualcosa di antico. Proseguiamo all’interno della frazione dedicata alle Archeologie, che etimologicamente significano “discorso, trattato o storia di cose antiche”, dove troviamo Tano Festa che nel 1967 reinterpretò l’Aurora di Michelangelo.

13.Tano Festa, Michelangelo, 1967, smalto su tela, cm 81×65, Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza Scala © Tano Festa by SIAE 2015

Tano Festa, Michelangelo, 1967, smalto su tela, cm 81×65, Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza Scala © Tano Festa by SIAE 2015

All’interno della sesta sezione incontriamo le cosiddette “Citazioni” di cui l’emblema è forse rappresentato dall’ironica Monna Lisa con i baffi di Marcel Duchamp.

Nell’ultima sezione, “L’Attualità dell’Antico”, il passato viene svuotato e riutilizzato da artisti contemporanei. L’antico è ormai veramente lontano e il distacco diviene inevitabile. Qui troviamo la scultura “Mimesi” di Giulio Paolini, rappresentante due busti classici posti uno di fronte all’altro. Le due figure sembrano osservarsi a vicenda, ponendo a noi che guardiamo un importante interrogativo: è la contemporaneità debitrice del passato o viceversa?

Come le figure scolpite da Paolini questi due tempi si guardando a vicenda e a vicenda si comprendono perché il passato non passa mai, non è che un’estensione del presente.

30.Giulio Paolini, Mimesi, 1975, calchi in gesso, due calchi: cm 48×23.5×25.5, due basi: cm 120×35×35, Torino, Fondazione Giulio e Anna Paolini

Giulio Paolini, Mimesi, 1975, calchi in gesso, due calchi: cm 48×23.5×25.5, due basi: cm 120×35×35, Torino, Fondazione Giulio e Anna Paolini

2.Enrico Baj, La vendetta della Gioconda, 1965, collage su tavola, cm 55x46, Vergiate, Archivio Baj

Enrico Baj, La vendetta della Gioconda, 1965, collage su tavola, cm 55×46, Vergiate, Archivio Baj

32.Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, stracci e mica, cm 150x250x100, Biella, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, stracci e mica, cm 150x250x100, Biella, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto

Bill Viola, Il quintetto del ricordo, 2000, video, cm 365.8×548.6×731.5, Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

Bill Viola, Il quintetto del ricordo, 2000, video, cm 365.8×548.6×731.5, Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

37.Mario Sironi, Famiglia di lavoratori, 1924, olio su tela su tavola, cm 140x110, Bologna, Collezione d'Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio © Mario Sironi by SIAE 2015

Mario Sironi, Famiglia di lavoratori, 1924, olio su tela su tavola, cm 140×110, Bologna, Collezione d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio © Mario Sironi by SIAE 2015

38.Emilio Vedova, Crocifissione, 1947, olio su tela, cm 33x42.7, Cortina d'Ampezzo, Museo d'Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi, Regole d'Ampezzo

Emilio Vedova, Crocifissione, 1947, olio su tela, cm 33×42.7, Cortina d’Ampezzo, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi, Regole d’Ampezzo

39.Vettor Pisani, Barca dei sogni, 2001, legno verniciato, manichino, stoffa, barca, barca 70x371x140- manichino 188x52x35, Collezione Jacorossi

Vettor Pisani, Barca dei sogni, 2001, legno verniciato, manichino, stoffa, barca, barca 70x371x140- manichino 188x52x35, Collezione Jacorossi

INFORMAZIONI UTILI

LA SEDUZIONE DELL’ANTICO, da Picasso a Duchamp, da De Chirico a Pistoletto

21 febbraio – 26 giugno 2016

Orari: martedì-giovedì 09.00-18.00; venerdì 09.00-21.00, sabato e domenica 09.00-19.00

Ingresso: intero 9€, ridotto 7€, studenti 4€

– See more at: http://www.artslife.com/2016/04/06/la-seduzione-dellantico-a-ravenna-echi-classici-da-picasso-a-duchamp/#sthash.nO9yjZhk.dpuf

Beatrice Carducci

è un articolo di beatrice

Bella e Marc Chagall, un amore in volo

Il 28 marzo del 1985 si spegneva Marc Chagall (Vitebsk, 7 luglio 1887 – Saint-Paul-de-Vence, 28 marzo 1985) e oggi lo voglio ricordare tramite la storia d’amore tra lui e sua moglie Bella.

chagall.jpg

Molte delle opere più famose di Marc Chagall ritraggono l’amatissima moglie, che si spense con la fine della Seconda Guerra Mondiale.
E’ infatti lei la figura femminile con i capelli corvini rappresentata nella famosa opera del 1915 “Compleanno”. Questa opera ha una storia che la stessa Bella raccontò in un suo libro, spiegando l’origine del quadro. Scrisse che un giorno, mentre era intenta a decorare la casa con dei fiori per festeggiare il compleanno di Marc Chagall, lui le chiese di fermarsi. La baciò e disse che voleva ritrarla proprio così, in quell’atto d’amore.

«Non muoverti, resta dove sei…». Non riesco a stare ferma. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia. Mi sfiori l’orecchio e mormori…” A scrivere è Bella Rosenfeld, è lei la donna in volo. Lei che corrispose quell’amore con la stessa intensità.

Marc Chagall con la sua arte era riuscito a cogliere e fermare un meraviglioso istante che anni dopo non sarebbe potuto accadere mai più.

chagall_sopra_la_citta_2

La loro fu una bellissima storia d’amore. Un amore che non conosce il senso di gravità.
Marc e Bella raggiunsero il terzo stadio dell’amore platonico, quello che passa attraverso il corpo fino ad elevarsi ad altezze incalcolabili. Un amore che fa volare. Una levitazione che i protagonisti dello stilnovo – i poeti come Dante e i pittori come Raffaello – cercarono e soltanto a volte trovarono.

Poi a un tratto – scrive Marc – un rombo di tuono, le nuvole si aprirono alle sei di sera del 2 settembre 1944, quando Bella lasciò questo mondo. Tutto è divenuto tenebre”

E forse… L’amore non è amore se non ci si sente ardere e volare.

Beatrice Carducci

1-beatrice-4 scatti del 09-08-15 alle 15.02 #10

https://beatricecarducci.wordpress.com/2016/03/28/bella-e-marc-chagall-un-amore-in-volo/

l’analisi di beatrice su boccioni

1-beatrice-4 scatti del 09-08-15 alle 15.02 #10

Beatrice Carducci

Gli Stati d’Animo di Boccioni

Quest’anno ricorre il centenario della morte di Umberto Boccioni (1882 – 1916), pittore e sculture italiano tra i principali teorici ed esponenti del movimento futurista e dell’arte italiana.

Voglio parlare degli anni in cui Boccioni si avvicina alla pittura simbolista di Previati, il quale lo porterà ad attenuare i suoi interessi nei confronti del naturalismo e a ricercare una pittura più intensa sul piano psicologico ed emotivo.

Il giovanissimo Boccioni ha ventinove anni e ancora solo cinque da viverne. Eppure ha già bruciato e digerito tutto: simbolismo, art nouveau, divisionismo, cubismo… e dipingerà, nel 1911, il famoso trittico degli “Stati d’animo”; composto da quelli che vanno, gli addii e quelli che restano.

Sono tre dipinti che in quanto a potenza espressiva potrebbero stare benissimo anche da soli ma  raggiungono il loro valore assoluto quando vengono presi in considerazione tutti e tre insieme.
L’artista realizza due versioni del trittico; la prima è strettamente futurista, la seconda nasce dopo che l’artista ha conosciuto le opere dei cubisti. Ma il concetto non cambia; futurista o cubofuturista, Boccioni ha sentito il bisogno di analizzare più volte il concetto di partenza, di addio, di inazione, di movimento – perché nel movimento c’è sempre, dopo colui che va, qualcuno che resta. E in mezzo c’è l’addio.

Io ho avuto occasione solo di vedere la versione futurista, conservata al Museo del ‘900 di Milano.

32 Boccioni - Quelli che vanno degli stati d'animo

Quelli che vanno sono linee oblique che attraversano la tela come saette, come fulmini. Il dinamismo, tema forte del futurismo, è reso grazie ad un’immagine vista dal finestrino di un treno in movimento: perché quelli che vanno, sembra dirci Boccioni, sono proiettati in avanti, sono presente ma già futuro. Sono come una locomotiva che sfreccia senza freni nella nuova città elettrica.

30 Boccioni - gli addii degli stati d'animo

Questa tela è quella che forse congiunge le altre due, sia materialmente che nel movimento pittorico, dove la velocità è un’onda rossa con arcobaleni gialli e blu.
Negli addii le persone si abbracciano, strette in un vortice che sta per sgretolarsi; al centro scorgiamo due sagome che, intente nell’atto di abbracciarsi, appaiono quasi già separate.

1911_-_Umberto_Boccioni_-_Quelli_che_restano

Quelli che restano sono linee dritte o ondulate, da su a giù, impossibile andare avanti, impensabile tornare indietro. Questa è la tela che prova a riassumere lo stato d’animo di chi rimane. Immobili ma pure vaganti. E il colore? Il verde; quello dell’equilibrio, della staticità.
Le sagome sono multiple, perché Boccioni vuole forse farci capire che chi resta non è solo e, anche se rappresentate come figure a sé stanti, sembra che alcune si muovano in coppia, o che il loro vagare all’interno della tela sia quasi un cercare di riempire il vuoto lasciato da quelli che se ne sono andati.

Boccioni ha sempre cercato il movimento in ciò che è immobile, ha trovato il movimento in ciò che è fermo. L’opera d’arte. Non il teatro, non il cinema, non la musica. La pittura. La scultura, quanto di più pesante ci sia. Il bronzo imponente delle Forme uniche. Un uomo che, fermo, si muove; affronta un’atmosfera spessa come un muro e una gravità pesante come un macigno. Fermo, ma evolve, perché il suo corpo si deforma.

Boccioni lo sapeva. Tutto si muove, anche quando sembra di stare fermi. La vita si muove, la storia si muove. Tutti vanno, tutti restano.

https://beatricecarducci.wordpress.com/2016/03/21/gli-stati-danimo-di-boccioni/

beatrice alle prese con yves klein

Yves Klein – nel blu dipinto di blu

“Un pittore deve dipingere un solo capolavoro: se stesso,costantemente.”

Voglio raccontare Yves Klein – artista innamorato dell’infinito – per l’intensità e la passione con cui ha mescolato vita e arte nella sua breve e visionaria esistenza.
Yves Klein nacque nel 1928 a Nizza e prese parte alla corrente del Nouveau Réalisme. Si spense all’età di 34 anni e la sua carriera artistica durò all’incirca 7 anni, nei quali realizzò oltre mille dipinti.

article_all_about_yves_yves_klein_2000x1333

Per me l’arte di Klein è un risplendere di vertigini concettuali e di acrobazie poetiche che si disperdono nel blu, infinitamente. Klein rappresenta l’arte come un salto spericolato, come un’immensità di emozioni.

L’artista francese sosteneva che non esistono limiti all’espressione artistica, né nel contenuto, né nella forma. Non creò opere ma gesti, non oggetti fisici ma creazioni dell’invisibile, non colori ma formule.

L’articolo prosegue su:

https://beatricecarducci.wordpress.com/2016/03/10/yves-klein-nel-blu-dipinto-di-blu-3/

1-beatrice-4 scatti del 09-08-15 alle 15.02 #10

Beatrice Carducci

+

beatrice e Omar Hassan

omar-hassan-purple-sky

Buon pomeriggio a tutti,

esattamente 24 ore fa mi trovavo nello studio di un bravissimo artista emergente, Omar Hassan. Ho scritto un articolo a riguardo:
E’ un artista bravissimo e credo proprio si sentirà parlare sempre più di lui!
Buona lettura
Beatrice
1-beatrice-4 scatti del 09-08-15 alle 15.02 #10
 
 +

“Ecco il mio secondo articolo scritto per il magazine Parlare d’Altro”

+

beatrice ci conduce in terra messicana

febbraio 29, 2016 2 commenti

 Beatrice

“La bellezza salverà il mondo”, L’Idiota, Dostoevskij

1-beatrice-4 scatti del 09-08-15 alle 15.02 #10

La forza di Frida Kahlo

Frida Kahlo è l’artista messicana dalle folte sopracciglia, dal destino brutale ma soprattutto dalla inguaribile passione per la vita. Una vita da romanzo, di quelli da leggere tutti d’un fiato. Una vita breve, segnata dalla malattia e da un terribile incidente in tram.
“Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere” – usò queste parole trasformando il dolore in bellezza, trasformando in arte un corpo fragile e ferito. I suoi quadri si fondono con la vita e non possono esserne disgiunti, perché è la sua vita stessa ad essere un’opera d’arte.

Risulta impossibile inserirla tra i tanti movimenti di avanguardia della prima metà del ‘900. La vollero con loro i surrealisti ma lei, rivolgendosi ad André Breton, sottolineò che ciò che dipingeva non era affatto il suo inconscio, ma la sua vita e la sua realtà; quella di tutti i giorni, quella vera. Un’arte simbolica ma non surreale, difficilmente spiegabile con le parole. La sua pittura è un’esplosione di realtà.

Selbstbildnis mit Dornenhalsband
Autoritratto con collana di spine, 1940 Nickolas Muray Collection, Harry Ransom Center, The University of Texas at Austin

A differenza degli enormi murali che dipingeva il suo eterno amante, Diego Rivera, i quadri di Frida sono di piccole dimensioni e solamente nei ritratti userà tele di maggior grandezza. Cominciò a dipingere distesa sul letto, davanti ad uno specchio che inquadrava il suo volto; suo perenne oggetto di studio.
La poesia della sua arte fu quella di riuscire ad essere trionfante sul dolore, attraverso quei suoi occhi neri e malinconici, sempre aperti e che tramite i suoi autoritratti non smetteranno mai di guardarci. “Continuerò a scriverti con i miei occhi. Sempre.” – scriverà sui suoi diari poco prima di morire.
La sua vita non si piegherà mai al dolore ma reagirà. E ci basterebbe avere anche solo la metà del suo coraggio, della sua fierezza e della sua immensa voglia di esplorare il mondo.

Frida-Diego

Il rapporto con suo marito Diego fu una delle più tormentate e passionali storie d’amore, ma anche di dolore. Una nota dolente che rimarrà tale per tutto il corso della vita di Frida Kahlo. Due cuori così infiammabili ma così bravi a giocare con il fuoco.
Desiderio, angoscia, dolore e passione. La vita scorre in questa assurda giostra di amore e disperazione.

“Il 13 luglio 1954 è stato il giorno più tragico della mia vita. Avevo perso la mia Frida, che avrei amato per sempre. Solo più tardi mi resi conto che la parte più bella della vita era stato il mio amore per Frida.”
(Diego Rivera)

Beatrice Carducci

https://beatricecarducci.wordpress.com/2016/02/27/la-forza-di-frida-kahlo/

Per parlare d’altro  Beatrice la trovate pure su:

File name: 3275-186.jpg Joan Miró Figures at Night Guided by the Phosphorescent Tracks of Snails, 12 February 1940 watercolor and guache on paper sheet: 37.9 x 45.7 cm (14 15/16 x 18 in.) framed: 58.4 x 73.7 x 4.4 cm (23 x 29 x 1 3/4 in.) Philadelphia Museum of Art, The Louis E. Stern Collection, 1963 © 2012 Successió Miró/Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris

“Lo spettacolo del cielo mi sconvolge. Mi sconvolge vedere, in un cielo immenso, la falce della luna o il sole.”

(Joan Mirò)

 http://parlaredaltro.it/index.php/2016/02/27/joan-miro-la-forza-della-materia/

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: