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Archive for the ‘Cultura’ Category

la dottoressa acik

maggio 24, 2017 Lascia un commento

Abile conferenziera,disinvolta col microfono in mano,esperta di cabala ebraica e di regole alimentari,personaggio spiritoso;cosa altro dire per presentarvela non saprei,la conosco appena,già ma è anche medico.

L’incontro di Alessandria è già avvenuto e poi con questo caldo da Vercelli non si scomoda nessuno per una conferenza fuori porta che potremmo con un pò di buona volontà ripetere anche qui da noi.

Incrociamo le dita speranzosi.

https://www.facebook.com/doctoracikvictoria/

www.doctorvictoria.it

 

Alessandria
Le “storielle” della dottoressa Acik raccontate in un libro
Martedì 23 Maggio presso la Biblioteca Biomedica dell’Azienda Ospedaliera ci sarà la presentazione del libro “Storielle di un medico ebreo” di Victoria Acik. E’ il primo dei quattro incontri letterari in programma

ALESSANDRIA – Martedì 23 maggio alle ore 17 la Biblioteca Biomedica dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria, in collaborazione con l’Associazione “Amici della Biblioteca dell’Ospedale” e la Biblioteca Civica, organizza la presentazione del libro “Storielle di un medico ebreo”.

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Per il primo di quattro incontri letterari legati tra loro da un filo conduttore, ossia il superamento delle difficoltà attraverso la lettura e la narrazione nonché la vicinanza geografica degli autori, la scelta è ricaduta sull’opera di una estrosa dottoressa di Valenza, laureatasi in Medicina e Chirurgia a Milano ma originaria di New York: Victoria Acik.

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“Molti medici, a un certo punto della propria carriera, sentono la necessità di scrivere un libro; forse perché il contatto con i problemi della gente li porta a sperimentare emozioni e sentimenti talmente intensi che non devono andare persi. Ci sono caduta anch’io e ho preferito descrivere quella che, a mio parere, è la più stupefacente delle emissioni umane: la parola”, racconta.
È un libro di storielle tratte dalla realtà, in particolare dai racconti dei pazienti della scrittrice, ma anche dal suo vissuto personale che riemerge, con una grande dose di ironia, ad ampie pennellate a cominciare dalla fede religiosa del medico protagonista.

Caratteristiche di tali storielle, infatti, sono la visione ebraica delle cose ma anche l’intento terapeutico del racconto “visto che anche i nostri maestri ci insegnano che alla base della buona salute c’è un cuore contento”.


Questo incontro letterario, inoltre, sarà l’occasione per presentare l’altro volto della Biblioteca Biomedica dell’Azienda Ospedaliera, o per meglio dire il volto aggiuntivo: oltre all’aspetto scientifico che la caratterizza, infatti, ora è dotata anche di un’area “di svago” in cui è possibile prendere in prestito libri di lettura appartenenti ai più disparati generi. Da quest’anno la Biblioteca Biomedica tra le sue iniziative ha inserito anche il rinnovamento e l’ampliamento dei servizi forniti grazie all’ingente donazione effettuata dalla Casa Editrice Mondadori e al lavoro di selezione del patrimonio librario già esistente.
21/05/2017
Redazione – redazione@alessandrianews.it

casalebraica II

maggio 18, 2017 Lascia un commento

 

 

http://www.casalebraica.info/

 

esce oggi in libreria

maggio 13, 2017 Lascia un commento

L’autore Marco Cordara Antona è seduto a destra con la camicia chiara.

Ventiquattro anni non sono tanti per sapere scrivere un libro ma lui ci prova e con la faccia pulita del buon ragazzo di famiglia che mai diresti e si butta su di un horror psicologico dal titolo Il Defoncè edito da Effedi che trovate nelle migliori librerie della città di Vercelli.

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La presentazione è avvenuta al Bar Bistrot della nostra città e c’era pure parecchia gente.

Eccovi la trama condensata.

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Auguri al giovane autore per l’umiltà e la simpatia.

visita alla fondazione pierre gianadda a martigny

maggio 12, 2017 Lascia un commento

L’artista vercellese Aurelio Nigro dinanzi un paesaggio del lago Lemano opera di F.Hodler

Impressione,sole che si alza: manifesto dell’impressionismo di Claude Monet

Neve fresca opera di Edvard Munch Oslo.

Ci tenevo a vedere qualche opera di Munch il pittore norvegese balzato alle ribalte internazionali dopo che un suo pastello raffigurante il celebre “Urlo” aveva raggiunto nel 2012 presso Sotheby’s niente di meno che la quotazione di 120 milioni di dollari.L’Urlo non era esposto ma neppure molte opere tristi di questo autore che ne hanno fatto “il messaggero dell’angoscia” come trovo scritto da alcune parti.

Tanti artisti hanno avuto una vita difficile e molti si sono dedicati anche più all’alcool che non al pennello e ci sono testi dedicati a spiegarne le ragioni le quali esulano da quanto cercavo in questa breve gita diretto a Martigny con l’amico pittore vercellese Aurelio Nigro che mi accompagnava.

Siamo andati alla Fondazione Pierre Gianadda accompagnati da una bella giornata di sole dove oltre a Edvard Munch erano in esposizione parecchie opere di paesaggio di un grosso calibro che fa nome a Ferdinand Hodler,svizzero,il quale ai suoi bei tempi a cavallo tra la seconda metà del 1800 ed il Novecento veniva considerato tra i migliori autori europei,e direi a ragione.

In mezzo a questi nomi non mancavano alcune opere di Claude Monet provenienti dal Musèe Marmottan Monet di Parigi che con quello dedicato a Munch di Oslo sono stati gli organizzatori di questa bella mostra.

Il pranzo nella locale cafeteria in giardino circondata da sculture ed alberi è stato un altro bel momento grazie anche alle patatine fritte di già provata fama e qualità.

Posso solo aggiungere che Gianadda non si smentisce nella qualità dei prodotti esposti ed a parte questa mostra che chiude il 11 di giugno la prossima che apre il 16 di giugno 2017 presenterà Paul Cézanne nel Canto della terra,sino al 19 di novembre.

Per gli amici lettori presentiamo una piccola piccola carrellata di fotografie scattate durante la giornata.

sole a parte,Aurelio pare rinfrancato dopo un buon caffè…svizzero strada facendo

eccolo in posa dinanzi all’edificio della Fondazione

ed a tavola con cotolette di agnello e patatine fritte oltre al bicchiere di vino del Vallese

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Alcune opere di Hodler scelte a caso

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di Claude Monet

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di Edvard Munch

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Con i saluti della redazione

il grande dimenticato sì…ma solo a casa nostra

maggio 11, 2017 Lascia un commento

 

La stazione di Vercelli

Tetti di Vercelli

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Buttando come si dice l’occhio su queste due incisioni in un sito americano mi sembrò di vedere la stazione di casa nostra,con le rotaie,i carri merci e la riseria coi silos aldilà della strada ferrata,toh,mi dissi,è proprio un’opera di Armando Donna cui ebbi modo di stare vicino per un annetto quando da tredicenne frequentavo i suoi corsi al dopolavoro della Chatillon di Vercelli.

Non sono mai arrivato a sfiorare l’incisione su rame,ma allego una foto di quanto imparai da lui per incidere su linoleum.Il cane Stuck: che apparteneva al papà di Gigi,il mio amico e vicino di casa.

(Jean Modeste incisione su linoleum)

Ora a proposito di dimenticati e di dispersi…per fortuna non è così proprio dappertutto e se “nemo est propheta in patria”, profeta lo sarà da qualche altra parte.

23 JUNE 2009

While in Florence, we went to the Uffizi. There was a little gallery for prints and drawings and I so loved Armando Donnas etchings. There are all these lines to build up values and surfaces, but no distinctive lines to separate shapes and areas. So very beautiful. 

http://amyhaney.typepad.com/art/2009/06/

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A chiusura avvenuta dell’undicesima settimana della cultura, abbiamo pensato di puntare i riflettori su uno di tali eventi fiorentini, quello dedicato ad “Armando Donna” maestro indiscusso del bulino contemporaneo che realizzò 497 stampe tra acqueforti, acquetinte e soprattutto bulini.
Allestito all’interno di uno dei luoghi di maggiore prestigio culturale, il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, è stato realizzato grazie alla donazione voluta dal figlio, Franco Donna, di quasi 120 opere grafiche che coprono la gran parte della carriera del padre, tra il 1948 e il 1992, offrendoci la possibilità di ricostruire i vari momenti del percorso creativo dell’artista piemontese.
La soprintendente Cristina Acidini ha definito la mostra “originale e raffinata, dimostrazione di grande coerenza di ispirazione e creazione, animazione spirituale e lievitazione interna”

Nato a Vercelli, Donna compì gli studi presso l’Istituto di Belle Arti e realizzò le sue prime opere ispirandosi ai paesaggi vercellesi, piazze, vicoli, cortili e solo durante il servizio militare, a La Spezia, arriva la svolta di stile.
Infatti, dopo la lettura di un manuale di Guarnati ha come una rivelazione e inizia a conoscere e praticare la nuova tecnica alla quale è rimasto fedele per tutta la vita, iniziando ad esercitarsi da autodidatta su piccole lastre di rame.

Il bulino è una tecnica di incisione molto difficile e faticosa che non permette ripensamenti o correzioni, nasce alla fine degli anni ’40 ed è ritenuta incisione rigida, storicamente collegata alla riproduzione delle opere delle arti maggiori.
Grande sfida per Donna quella di “superare quelle che sono le regole tecniche, la dimensione artigianale del fare artistico, per giungere alla creazione dell’opera d’arte”.

Le opere che ne riassumono la carriera ci consentono di cogliere lo sviluppo artistico e la ricerca di equilibri sempre più delicati, passando da modalità intense a modalità meno incisive, dall’utilizzo di lastre di dimensioni ridotte a lastre sempre più grandi.
Anche gli elementi ricorrenti nelle composizioni sono mutati negli anni partendo da rappresentazioni di vedute urbane, paesaggi di campagna e natura morta alla comparsa di personaggi, spesso sagome, che incarnano l’uomo nella sua condizione di angosciosa impotenza.
L’ultima fase della sua produzione è segnata dal trapasso dai soggetti ispirati ai paesaggi a una concezione più surreale, metafisica, dove la luna diventa un elemento ricorrente nelle rappresentazioni.

L’esposizione comprende anche alcuni disegni preparatori che ci permettono di ripercorrere i procedimenti e le fasi messe in atto dall’artista per immortalare le proprie emozioni.
Franco Donna ha ricordato così il lavoro del padre “Era un uomo pieno di sensazioni, ha inciso solo quello che sentiva. Normalmente il disegno preparatorio era uno solo ma la sua creatività non aveva limiti, l’incisione non avveniva subito dopo la stesura del disegno,anzi, lasciava i lavori nel cassetto e a distanza di tempo li recuperava e decideva se e come incidere”.

La grande tematica della solitudine che coglie l’uomo di fronte al suo destino ha accompagnato e affascinato Donna in tutta la sua produzione, ma il messaggio che si percepisce dalle sue opere non appare del tutto pessimistico, ma aperto alla speranza.

Elena Vannoni // pubblicato il 27 Aprile, 2009

Le foto con le opere che corredano l’articolo sono su:

http://www.artearti.net/magazine/articolo/armando_donna/

da nelson cornici con colombotto rosso

maggio 11, 2017 Lascia un commento

L’artista Colombotto Rosso in una foto del 1958 con Leonor Fini.Foto Andrè Ostier

LE “VISIONI DELL’ANIMA” DEL PITTORE ENRICO COLOMBOTTO ROSSO IN UNA MOSTRA A CURA DEL PROF. MASSIMO PARACCHINI PRESSO LA GALLERIA “NELSON CORNICI” DI VERCELLI.

Nelson Bozzini a destra con il prof.Massimo Paracchini

Nato a Torino nel 1925 e morto a Camino nel 2013, Enrico Colombotto Rosso esprime autenticamente e senza condizioni la propria sensibilità e la propria immaginazione. La ricerca dell’artista si sviluppa attraverso immagini forti, spesso crude per i colori, gli accostamenti e le espressioni delle figure che raccontano il dramma interiore inconfessato dell’umanità; un’arte provocatoria, che vuole opporsi alla moralità della società e trasgredire, ma che al tempo stesso vuole indagare in profondità le emozioni umane, oltre che dell’artista stesso, animo tormentato e incompreso.

maestro ineguagliabile di un surrealismo onirico, visionario e drammatico in grado di condurre l’osservatore verso l’ignoto; pittore dell’anima, anticonformista e ribelle” annota acutamente il Prof. Massimo Paracchini, che ha curato l’allestimento della mostra, “ che fa pensare alle “pitture nere” della Quinta del Sordo di Goya, icone delle inquietudini e delle tensioni del mondo contemporaneo”, legate come sono al trionfo del male e alla tragica condizione umana, indagata con un vertiginoso affondo emotivo da Colombotto Rosso e lo porta ad analizzare le tematiche “noir” che caratterizzano le opere di Odilon Redon in una visione della realtà, che va oltre il sembiante, per cogliere personaggi d’incubo o sogno.

Colombotto Rosso dimostra un grande interesse per la raffigurazione del corpo umano, ma non alla ricerca del bello e della perfezione, anzi: mani secche, nodose, scheletriche, nudi contorti, volti emaciati e sofferti. Un’umanità disperata e macabra di sopravvissuti.

«Tutto nella vita è morte» scriveva il grande pittore Egon Schiele, esponente di primissimo piano dell’espressionismo viennese, e nelle opere di Colombotto Rosso pare proprio essere l’atmosfera di morte e decadenza , lo sguardo malinconico, perso nel vuoto, rassegnato delle figure, l’attesa di qualcosa di terribile che stia per accadere, a sollevare il dubbio e spingere l’osservatore a riflettere sulla propria identità e interiorità.

Oltre a una ventina opere di grande impatto emozionale in mostra anche un interessante “libro d’artista”: Si intitola Gattomanzia e raccoglie diciotto chine di Enrico Colombotto Rosso che interpreta la felinità del gatto col suo inconfondibile tratto; alle tavole si alternano poesie di Giovanni Tamburelli.

Una mostra da non perdere per apprezzare l’opera di un grande Maestro.

A Vercelli, presso la Galleria “Nelson Cornici” di via W.Manzone, dal 6 al 27 maggio tutti i giorni tranne la domenica e il lunedì mattina

Presso la Galleria Nelson Cornici di Vercelli sono in permanenza opere di: R.Roncarolo, F.Leale, G.Raviglione, G.Giordano, A.Donna, F.G. Rinone, R.Mussolini, G.De Bianchi, M.Berrino, P.Fornara, V.Mele, F.Montagnini, E.Villani, G. Bertotto, M.Molinaro, M.Romano, W.Rosetta, F.Platinetti, F.Vertice, V.Soncin, G.Cecconello, A.Bersano, R. Luciano, V.Bonadonna, G.Alessio, G.Givogre, A.Nigro, R.Albertaro, M.Paracchini

Michele Catalano

un’opinione e nulla più

Pierre-Auguste Renoir: vista su Claude Monet mentre dipinge in giardino


All’origine un bisogno, una spinta che sorge dal di dentro – l’inconscio?- e cerca una via d’uscita.
A volte un bisogno di luce, di colore, di immediatezza, di qualche cosa che si avvicini all’infinito.
Sì, bisogno d’infinito, di indicibile, di qualcos’altro.
E questa intuizione primitiva si traduce in forme, colore, materia.
Tra i temi che preferisco, le grandi distese: i deserti o le crete senesi che tanto si apparentano tra di loro. Distese che comunicano il senso dell’immensità:

clicca per ingrandire
gu4

I miei mezzi di espressione privilegiano l’acquarello, per la sua trasparenza e fluidità; il disegno alla china, per l’immediatezza del movimento; le diverse materie, sovrapposizione di fogli, sabbie, cere, pastelli che lasciano indovinare le forme soggiacenti; il monotipo ed i diversi modi di impressione che mi sorprendono ogni volta.

I risultati?
A volte, dopo lunghe giornate di lavoro, la spinta iniziale non trova via d’uscita, e, nonostante la ricerca paziente, tutto è rimesso in questione.

A volte è la sorpresa ed è quell’attimo di meraviglia che fa esclamare: che bello! Non si sa perchè, qualche cosa d’altro è stato raggiunto.

Ed allora, anche il profano lo sente. Vedo l’amico che, davanti alla “burka”, immagine della donna afghana velata, mi dice: Sai, questo quadro mi è rimasto qui, mi interroga, non sai l’impressione che mi ha fatto.
O il postino che, guardando una delle mie opere più astratte, si rivolge a me con gli occhi pieni di lacrime. Questo lavoro mi commuove, non so perchè.
O quest’altro che, pur non avendo mai seguito un corso d’arte, commenta: si vede che questi lavori li hai fatti in fretta, non commuovono. Ed aveva ragione.

Ricordo il mio professore di disegno quando diceva: non cercate la bellezza, cercate di essere veri. E’ questa l’arte moderna.

Quando l’artista è fedele a se stesso, autentico, fedele all’intuizione primitiva, allora qualcosa si trasmette a colui che, nel silenzio, sa guardare. La bellezza di un colore ? La ricchezza di una materia? L’estraneità di una forma? La fluidità di un movimento?

Su un anno di lavoro, quante opere pervengono a comunicare questo “qualcosa d’altro”? Poche.

Ma per questo vale la pena di lavorare, di cercare, di provare e di lavorare ancora…

Anna Rimoldi

http://www.sinalunga.org/anna/dipingere.htm

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