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Archive for the ‘Turismo Locale’ Category

invito al seminario di vercelli

maggio 22, 2017 Lascia un commento

un dettaglio del cortile interno del Seminario arcivescovile

da sin.Valerio Bonadonna,Elvira Treccani e Franco Ferragatta

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maggiori dettagli sono disponibili su:

https://futurarte.jimdo.com/

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i fiumi scendevano a oriente

aprile 27, 2017 Lascia un commento

di Massimo Gallizia –
Sulle orme di Leonard Clark: prima tappa
Normalmente nel cassetto si tengono i sogni, io ci tengo due viaggi che mi sono proposto di fare: il primo è di ripercorrere le orme di Leonard Clark, il mitico esploratore che nel 1946, partendo dalla cittadina di La Merced, raggiunse Iquitos e da lì Borja ed infine Bella Vista sulle Ande risalendo l’alto Marañon. Non voglio parlare del secondo per scaramanzia in quanto portare a termine il primo è già un’impresa, e non da poco. Come in tutti i miei viaggi, prima di partire, valuto tutto il valutabile cercando di non tralasciare nulla. Mi documento il più possibile leggendo i resoconti di altri, in modo da portare la percentuale di rischio a livelli più bassi possibile. Bisogna essere consapevoli che l’imprevisto è comunque sempre presente, necessita disporre di spirito di adattamento, doti di iniziativa e grande pazienza. Al momento il terrorismo sta incontrando una fase di recrudescenza, da poco hanno ammazzato in un’imboscata 13 militari. La delinquenza comune prospera anche per il poco o nulla che fa la polizia e gli assalti ai mezzi di trasporto ormai sono cronaca ordinaria. Inizio la mia ricerca partendo dall’ufficio del turismo di Trujillo, il treno che da Lima transita per la Oroya è stato soppiantato dai pullman a lunga percorrenza, più comodi e meno costosi. Esiste un treno prettamente turistico che giunge fino a Huancavelica senza soste intermedie e quindi non fa al caso mio. Qualcuno mi dice che esiste un treno per il trasporto merci che fa la tratta Lima – La Oroya e che a volte aggancia vagoni passeggeri, ma le informazioni esatte potrò averle solo a Lima.

A Tarma, prima tappa del mio viaggio, piove ancora molto quindi decido di fare un “salto”al Canyon del Cotahuasi. Viaggiare da Lima ad Arequipa, è un piacere, da qui a Cotahuasi è una tortura. Il bus è vecchio, non vi è lo spazio per distendere le gambe, non vi è aria condizionata e gli effluvi che colpiscono le nari non provengono dai laboratori di Chanel. Le 11 ore per percorrere i 280 km. transitando per il punto più alto posto a 4600 metri, vi assicuro sono interminabili. Quando però i vostri occhi si riempiranno delle bellezze paesaggistiche di Cotahuasi, sarete d’accordo con me che ne valeva la pena. Bene dopo questo preambolo riprendiamo da Cotahuasi paese. Nello scendere dal bus s’incontrano sulla piccola piazza le solite donne che vendono calde bevande a base di erbe ai passeggeri infreddoliti. Sale subito evidente che ci sono alcuni alberghi nuovi , chiaro segno che il turismo si sta sviluppando e presto Cotahuasi perderà quel suo aspetto di borgo medioevale. Alloggio al solito Hostal Fany Luz. Sono le 3,30 del mattino, riposo tre ore. Una doccia calda, mi ritempra e dopo una rapida colazione, scendo al torrente che scorre in fondo al canyon. Qui la parola inquinamento è stata abolita dal vocabolario, le sponde non sono ricettacolo di sacchetti di nylon ed altri residui di civiltà. Voglio saggiare la pescosità del fiume in quanto per vari motivi la volta precedente non ho potuto farlo. Comincio col lanciare il cucchiaino attraverso alla corrente e per mezz’ora non sento una tocca. Giunto ad una spianata dove si notano grandi massi sommersi, al primo lancio finalmente una trota abbocca, è sui due etti e si difende come se fosse il doppio. Nei due lanci successivi, ne prendo altre due. Al termine di due ore effettive di pesca ho catturato sei pesci ed altrettanti li ho persi. Niente male per un fiume che si ripopola naturalmente senza immissioni. La Domenica con un pulmino locale,vado fino ad Alca e di qui discendo il fiume sino a Luicho catturando solo una iridea di buone dimensioni mentre una seconda simile alla prima si slama sotto riva. Il livello del fiume è comunque alto e l’acqua molto fredda, sicuramente a Luglio la situazione potrà essere migliore. Prima di terminare aggancio un salmerino di trenta centimetri. Da domani solo turismo. Lunedì con mezzi locali vado al pueblo di Huainacocha per raggiungere il bosco di pietra. Il tragitto fatto in piedi, stipato come in una stia di polli, la dice lunga sulla sicurezza dei trasporti. Il mezzo dispone di 18 posti a sedere e siamo in 40 senza contare il carico dei più disparati generi. È evidente che siamo ben oltre il carico massimo consentito. L’aiutante autista deve continuamente scendere e porre due tavole di legno in corrispondenza delle ruote per superare buche e fossi. Il ciglio della strada è costantemente sfiorato dalle ruote. Un cedimento della sospensione può voler dire precipitare seicento metri più in basso. Finalmente si giunge a Huainacocha dopo due ore e mezza di batticuore. Delusione, mi hanno informato male, per giungere al bosco di pietra necessitano quarto ore e mezza di cammino che tradotte e moltiplicate per il numero delle dita dei piedi, divise per la radice quadra dei capelli che uno ha in testa vuol dire sei ore abbondanti. Questo perché quattro ore e mezza di cammino di un abitante di qui, con una capacità polmonare il doppio della nostra ed una forza nei polpacci pari a quella di un mulo, si traducono, ad essere ottimisti, in un cinquanta per cento in più. Salire al bosco, godere della vista e fare fotografie, significa pernottare in tenda una notte e non sono attrezzato. Non importa, la gita è solo rimandata. Ritorno con lo stesso mezzo, questa volta per metà vuoto. Mercoledì vado a Pampamarca con una ragazza di Lima, splendida camminatrice oltre che splendida ragazza. Passiamo una giornata piacevole raccontandoci dei viaggi fatti e di quelli che vorremmo fare. Mercoledì pesca al mattino e ritorno ad Arequipa nella notte. Sosta di due giorni nella Ciudad Blanca e rientro sabato notte a Trujillo. Non vado direttamente a Tarma per iniziare il viaggio della mia vita, ho fatto acquisti a iosa per amici e parenti e non posso trascinarmi il tutto per oltre un mese nella selva.

Ba! Quando si parla di destino, Lunedì, leggo sul periodico “OJO” che il pullman diretto a Tarma è precipitato in una scarpata nei pressi di La Oroya. Ci sono cinque morti e quattordici feriti. Come consuetudine, invece dei soccorsi che giungeranno dopo sette/otto ore, calano copiosi gli sciacalli, feccia dell’umanità, a derubare morti e feriti. Il Perù è anche questo. Sicuramente ho molta fortuna, avrei potuto essere su di quel pullman come avrei potuto essere sul pullman dell’impresa “Immacolata Concepcion” che si è ribaltato lo stesso giorno che sono giunto a Cotahuasi fortunatamente con un’altra compagnia, speriamo che la fortuna continui.
Ho trascorso una settimana a casa riprendendo i cinque chili persi a Cotahuasi e sono pronto, in tasca ho il biglietto per Lima.

Martedì 02/06/09
Giungo a Lima alle 08,20 del mattino e subito mi faccio turlupinare dal primo taxista che incontro. L’autista, dimostrando molta disponibilità, per 12 soles è disposto a portarmi sino al terminal da dove partono i mezzi per la selva centrale. Nemmeno a metà strada, il taxista si ferma ad un’agenzia che fa la stessa tratta per chiedere gli orari delle partenze, io resto in macchina a sorvegliare gli zaini. Ritorna sorridente dicendomi che entro mezz’ora parte il primo bus. Scendo, pretende lo stesso prezzo pattuito in precedenza, lo pago volentieri in quanto ho risparmiato il tragitto sino al terminal. Il taxi se ne va, ma vengo a sapere che il primo bus non parte dopo mezz’ora, ma bensì dopo 3 ore. Altro taxi che mi trascina sino al terminal dove già si sta muovendo il pullman per Tarma, lo prendo al volo. Altro tentativo di fottermi, il passaggio costa 15 soles, pago con 20, non ha il resto. Il pullman si sta muovendo, non è una grande cifra, ma non sono disposto a perderla. Urlo all’addetto di darmi il dovuto e mentre il mezzo sta prendendo velocità resto appeso fuori con la mano tesa. Ottengo il dovuto, conto, manca un sol ma è già una vittoria. Fuori di Lima la strada s’incunea nel vero senso della parola fra strette gole ed anguste valli sempre dominate da altissime montagne. Tornante dopo tornante, la strada s’inerpica sino ad oltre 4800 mt. offrendo uno spettacolo superbo.La discesa ripidissima che mi porterà sino a Tarma posta 1500 mt. più in basso non offre uno spettacolo altrettanto piacevole in quanto i fianchi delle montagne sono deturpati dagli scavi delle miniere. È comunque un viaggio da fare di giorno per godere del panorama ed anche per la pericolosità del cammino che di notte peggiora. Giungo a Tarma alle cinque del pomeriggio, alloggio all’hostal Vargas per la sua vicinanza alla piazza principale. Potrei continuare fino a La Merced, ma la discesa di 2200mt. fatta all’imbrunire non mi entusiasma, preferisco sostare un giorno e visitare la grotta del Guapago detta anche la grotta senza fine in quanto alcune spedizioni hanno raggiunto i 2745 mt. di profondità senza peraltro aver toccato il fondo.

Giovedì, 04/06/09
Parto con un taxi che trasporta cinque passeggeri, costo pro-capite: 12 soles (elevato se si pensa che con un bus si pagano 5 soles, ma il vantaggio è che si risparmia un bel po’ di tempo). Giungo a La Merce alle 9,30 del mattino, prendo alloggio al S. Rosa consigliato dalla guida Planet. L’unico vantaggio è che costa veramente poco, niente di più, per una notte può andare. La Merced, descritta da Leonarda Clark nel suo libro come un piccolo villaggio composto da una cinquantina di abitanti, è cresciuta a dismisura ed in modo caotico. Per le sue vie si vendono motoseghe tedesche, rasa erba giapponesi, motocicli cinesi, caffè, frutta della selva, di tutto e di più. Lascio lo zaino grande all’albergo e con un moto taxi vado al terminal da dove partono i mezzi per la comunità nativa di Pampa Michi. Con il termine di nativo si identificano i discendenti dei primitivi abitanti Campa, feroci guerrieri ampiamente descritti da Clark ed ora relegati in un’area dove si umiliano a vender collanine ed a inscenare miseri spettacoli per i turisti. Spero comunque di incontrare una persona che sappia darmi informazioni sui siti che furono le prime tappe del viaggio di Clark, ovvero: la “Colonia Perenè” in concessione al britannico Stone; la cosiddetta missione “Sutsiki” che in realtà era un centro di raccolta e vendita di schiavi ed infine la missione cattolica “Opata” fondata dal missionario francescano Padre Antonio. Per il momento sto seduto su di un pulmino in attesa che si riempia al fine di partire. Giungo alla comunità nativa dopo circa mezz’ora. Il pulmino mi lascia al bivio ed in cinque minuti sono nel centro del villaggio, in tutto una ventina di capanne Capanne di Nativisparse.Alcune donne con indosso una tunica marrone ed il capo coperto da un panno rosso si trascinano appresso i figli più piccoli. Chiedo del capo che mi viene indicato. Fernando è un giovane di circa trentacinque anni, non molto alto, robusto, indossa una tunica di color chiaro, i dati somatici indicano chiaramente la sua discendenza. È disposto ad accompagnarmi per visitare la Colonia Perenè e Sutsiki, luoghi che conosce molto bene . Contratto il suo compenso dopodiché si occupa di reperire il mezzo per raggiungere i luoghi in questione. Tornerà dopo un’ora. Nel frattempo gironzolo per il villaggio e familiarizzo con i nativi,con le donne perché gli uomini non si vedono. I bimbi invece sono una moltitudine. Dopo un po’ mi siedo all’ombra di una capanna ed un opossum viene a sistemarsi su di una delle mie scarpe e gioca con i lacci. Fotografo un grosso roditore dal peso di una quindicina di chili che qui chiamano “machete” per via dei grossi denti che riescono con facilità a troncare arbusti ed alberelli. Nel complesso mi pare di capire che nella comunità si vive in povertà estrema ma felici. Sono passate da poco le dodici che una station wagon arriva sollevando una nuvola di polvere, ne scende Fernando che mi presenta il giovane autista. Partiamo per la Colonia Perenè. Viaggiamo per circa un’ora su di una pista sterrata in un susseguirsi di alte colline, in fondo alla valle scorre il Perenè dalla limpide acque.Su di entrambi i versanti, immense piantagioni di arance si estendono a perdita d’occhio. Attraversiamo un piccolo villaggio e dopo pochi minuti ecco la Colonia Perenè. La scorgiamo dall’alto della collina ed è imponente. Scendendo dal colle ed entrando nella via che la attraversa resto sbalordito, quello che mi si presenta davanti è qualcosa di biblico.Mi ci vuole un po’ per riprendermi, davanti a me ho i resti di quello che era uno dei più grandi complessi industriali per la raccolta del caffè dell’epoca. In giro quasi nessuno, chiedo ad una donna se si può incontrare qualche anziano per avere informazioni dettagliate sulla storia del complesso, nel frattempo si avvicina un uomo sui 55 anni, è la persona giusta. In un luogo dove non viene mai nessuno, dove uno straniero è una novità assoluta,quale migliore occasione per dialogare. Le parole escono a fiumi. Quello che ci sta di fronte è l’esempio della capacità, dell’ingegno,della forza dell’uomo capace di domare anche la natura.Nel 1892, giungono qui nel mezzo della selva l’inglese Mitchel Whaley e cento famiglie di Italiani che danno inizio a questa splendida avventura.

 

Nel periodo del massimo splendore si producono 30.000 quintali di caffè annui con un organico di 2500 operai. C’è una scuola dove già nel 1919 gli alunni parlano inglese,vi è un ufficio postale gestito da un italiano, c’è un ospedale, una sala cinematografica,una panetteria sforna pane per tutte le maestranze. Una centrale idroelettrica con una turbina Pelton, produce l’energia elettrica necessaria, una immensa costruzione, ancora esistente, è dedicata agli uffici. I macchinari sono i più moderni. Nel 1920 funziona un centralino telefonico che comunica con gli altri stabilimenti posti nei dintorni ed una radio mantiene i contatti con Lima. Il caffè che viene coltivato sulle colline perviene alla Colonia a mezzo di tubi da quattro pollici di diametro e dove l’acqua lo spinge fino alle vasche di raccolta. Quello coltivato più lontano arriva fin qui con camion che transitano direttamente su di una bilancia che ne controlla la quantità.

La sicurezza contro eventuali assalti da parte dei nativi è mantenuta da una selezionata squadra composta da gente ben armata. Le epidemie vengono controllate bruciando i corpi ed assoldando nativi che li seppelliscono lontano nella selva. Più in alto sulla collina c’è la casa dei “padroni”. La casa dell’inglese Stone, in pietose condizioni, è abitata da una donna nativa che non mi ha permesso di entrare, ma dalle finestre ho potuto vedere l’interno spoglio. A fianco, un edificio più moderno e dotato di piscina, è dell’epoca successiva al periodo Stone che va dal 1940 al 1950. Anche questa costruzione, spoglia all’interno, sta cedendo all’avanzare della giungla che si sta riappropriando di quanto sottrattogli. Dopo il periodo Stone, altri proprietari si sono susseguiti, tra i molti un consorzio canadese/olandese e per finire una cooperativa campesiña che fu l’ultima, in quanto le incursioni terroristiche del gruppo denominato “Sendero Luminoso”, posero fine all’epopea. Gli arredi che erano nelle ville lussuose dei “padroni” furono spartiti fra i vari contadini che ora coltivano i “loro” pezzi di terra. Risalgo in macchina ancora frastornato da quanto ho visto ed appreso, non riesco a capacitarmi, cerco di non pensare guardando fuori dal finestrino. Tutto intorno è un’ esplosione di fiori e di colori. Cosa rimane della grandezza dell’uomo? Ben poco,forse i ricordi.

Per raggiungere Sustiki bisogna traghettare il rio Perenè. Una lunga canoa spinta da un fuoribordo giapponese da 40 HP vince con facilità la corrente. Dall’altra sponda alcuni bimbi giocano felici nell’acqua, un breve cammino su di un sentiero che si addentra nella giungla mi porta ad una radura nella quale spicca quella che un tempo era una casa padronale. Seduto sotto al portico un anziano sta leggendo un libro antico come lui. Quando viene a sapere che sono Italiano, mi sciorina la storia di Romolo e Remo. È più vicino ai novanta che agli ottanta, la sua mente non è più coerente e sfuma così l’opportunità di conoscere i fatti che hanno contribuito a fare di Sustiki uno sperduto pueblo della selva dedito all’agricoltura. Fotografo alcune capanne sparse qua e là, la scuola su cui spicca il nome di Sustiki e ritorno al rio Perenè per raggiungere La Merced. Domani partenza per Satipo dove spero di aver notizie della “Missione Opata” e come raggiungerla.

Venerdì, 05/06/09
Alle 08,15 sono seduto in un taxi diretto a Satipo. Sull’auto siamo in sei con l’autista. Sui sedili posteriori a tenermi compagnia due bellezze locali. Nessuno parla nelle due ore di viaggio, la ragazza seduta accanto a me si addormenta con il capo appoggiato alla mia spalla e posso osservarla bene. Avrà vent’anni ed è molto bella, il colore della sua pelle è leggermente ambrato, i seni non molto grandi e non costretti dal reggiseno, si sollevano ritmicamente. Mi costringo a guardare fuori dal finestrino. A Pichincha, l’auto si guasta e scendiamo, mentre trasbordo gli zaini su di un altro mezzo, la mia compagna si eclissa. Pazienza. Giunto a Satipo mi sistemo all’hostal S. Josè, anonimo alloggiamento senza lode e senza infamia. Incomincio la mia ricerca per giungere alla Missione “Opata”; ma mi accorgo che nessuno conosce il sito, ne all’ufficio del turismo ne tanto meno alla parrocchia. Vado a chiedere alle agenzie di viaggio che gentilmente mi permettono di interrogare i vari autisti che guidano per ogni dove nella selva, ma nulla. L’unica missione francescana è quella di Puerto Ocopa che in teoria potrebbe essere quella descritta da Clark, ma non si trova alla confluenza del rio Pangoa con il rio Perenè come riportato sulla mappa. Il rio negli anni ha cambiato il suo corso ed ora sfocia molto più a valle e nessuno ricorda che la missione si chiamasse “Opata”. Prenoto il passaggio in auto per Puerto Ocopa per le 6 del mattino successivo e vado a scovare un ristorante dove servano autentica cucina tipica. Mi servono carne di cervo con yuca , platano fritto ed una caraffa di succo di maracuyà, ottimo frutto della selva. Passo il pomeriggio a bighellonare ed a osservare la gente in piazza d’armi. Alle 19,30 in camera a preparare gli zaini e domani sveglia alle 5.

http://www.markos.it/viaggi/peru-sulle-orme-leonard-clark/

L’articolo prosegue per i nostri lettori in un prossimo post.

Saluti

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concerto in piazza a casale

aprile 24, 2017 Lascia un commento

Giovedì 27 aprile Ermal Meta canterà a Casale per le vittime dell’amianto

Casale Monferrato | 19/04/2017 — Dopo il concerto di Roberto Vecchioni per l’inaugurazione del Parco Eternot, a Casale – in occasione della Giornata Mondiale delle Vittime dell’Amianto – arriva un altro grande artista.
Giovedì 27 aprile Ermal Meta si esibirà in città per omaggiare le vittime dell’amianto.

L’artista, sul podio dell’ultimo Festival di Sanremo dove si è aggiudicato anche il premio per la Miglior Cover e il premio della Critica “Mia Martini” grazie al brano Vietato Morire – anche Singolo di Platino – è arrivato primo nella classifica di vendite con l’omonimo album, a sua volta Disco d’Oro. Dal 21 aprile partirà con un lungo tour già costellato di sold-out.

Il cantautore ha deciso di dedicare a Casale Monferrato un concerto gratuito che avrà luogo a partire dalle ore 21 in piazza Castello dal titolo: “Ermal Meta per Casale – La Città capace di rinascere”.

Spiega il sindaco Titti Palazzetti: «Il concerto di Ermal Meta è una partecipazione generosa al dolore della nostra città ma soprattutto alla nostra volontà di essere capaci di guardare al futuro. Un futuro sereno, frutto della cooperazione di tutti i cittadini di buona volontà. Grazie Ermal Meta!».

«L’arte e gli artisti sono un vettore eccezionale per temi importanti e difficili come questo ma anche per trasmettere la dimensione globale di vicende in cui rischiamo di sentirci soli, isolati. La musica in particolare ha la capacità di trasmettere emozioni in maniera immediata, di comunicare empatia – sottolinea l’assessore a Cultura e Turismo Daria Carmi – e siamo veramente felici che Ermal Meta abbia dimostrato interesse per la nostra storia e deciso di contribuire nel processo di trasformazione della memoria in costruzione di valori positivi quali la voglia di vivere, il rispetto per le persone e per l’ambiente, il diritto alla salute. Soprattutto perché ancora una volta l’attenzione va data ai più giovani, alle nuove generazioni e questo concerto, siamo certi, saprà coinvolgere i giovani cittadini di Casale e del Monferrato».

http://www.ilmonferrato.it/articolo.php?ARTUUID=6F797DF4-642A-4590-B177-94AE3C3FB71E&MUUID=E464B83A-ABFE-4432-AE12-5D245988055A

1°memorial gian paolo roncarolo vercelli domenica 23 aprile

aprile 22, 2017 Lascia un commento

casalebraica: conferenza con degustazione al termine

aprile 20, 2017 Lascia un commento

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fattoria in città 2017

aprile 11, 2017 Lascia un commento

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vercelli in festa

aprile 11, 2017 Lascia un commento

Gianluca Mercadante a sin nella ns foto alla libreria Mondadori domenica passata.

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Gli appassionati di fumetti invadono il centro di Vercelli

Un “Comic-Con” di successo con disegnatori di grido come il “papà” di Diabolik, Enzo Facciolo
STEFANO FONSATO
VERCELLI 10-04-2017

Vercelli capitale dei fumetti, Vercelli e il suo Comic-Con.

E’ stato un successo la quinta edizione di «Vercelli tra le nuvole», promossa dal Comune, in collaborazione con l’Università Popolare e l’associazione culturale Creative Comics dal 2 al 9 aprile.

Ma il clou è stato nella giornata conclusiva, quella di ieri (domenica), con la fiera del fumetto, dimostrazioni, divertimento e conferenze, promossi in piazza Cavour e alla poco distante libreria Mondadori, in cui gli autori più famosi appartenenti al gotha del settore, hanno rivelato i segreti delle loro «matite». Senza dimenticare la mostra delle tavole all’ex Diciotto di via Viotti.

 

 

Matite che hanno tratteggiato anche i volti, le caricature degli avventure negli stand sotto la statua di Camillo Benso, in cui sedevano gente tra gli altri i disegnatori di Walt Disney Italia.

Tantissimi applausi anche per lo storico «papà» dei tratti di Diabolik Enzo Facciolo, accompagnato dal suo erede Riccardo Nunziati, presentati da Gianluca Mercadante, moderatore per l’occasione.

Curiosità anche per due firme storiche di Dylan Dog, lo sceneggiatore Claudio Chiaverotti e il disegnatore Giampiero Casertano. Il tutto, nel pomeriggio, tra una gara e l’altra di Cosplay, con i bellissimi costumi dei fumetti più celebri e non.

http://www.lastampa.it/2017/04/10/edizioni/vercelli/gli-appassionati-di-fumetti-invadono-il-centro-di-vercelli-jVXwB3StSWZQocSpmVX7bJ/pagina.html

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