auto storiche in città

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un evento un pò straordinario

L'immagine può contenere: cielo e testo

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Dopo il successo della visita del 29 maggio 2016, LA RETE ci riprova…
Imperdibile doppia occasione per visitare la nostra TORRE DI CITTÀ in via Gioberti a Vercelli con INGRESSO GRATUITO.
I volontari de LA RETE Vi aspettano sabato 9 e domenica 10 giugno 2018 dalle 09:00 alle 12:00 e dalle 14:00 alle 19:00
 

esodo o odissea?

Mosaico d’Ulisse e le Sirene (Museo del Bardo a Tunisi, III sec.)

Esodo o odissea?

Questo è il dilemma: partire pensando di tornare o partire senza ritorno?

di Mattia Cavadini

Esodo o odissea? Quale dei due archetipi si presta meglio ad aiutare chi per scelta o per costrizione si trova a vivere lontano dal suolo natio? Il quesito non è affatto peregrino, in una contemporaneità segnata da cospicui flussi migratori, da delocalizzazioni aziendali, da distaccamenti coatti, nonché, per converso, da una tendenza crescente all’espatrio volontario.

Chi vive l’esilio come se fosse un’odissea, ovvero con la recondita speranza di fare, prima o poi, ritorno in patria, vive la propria quotidianità con la gioia e con il peso del ricordo. Non è mai presente là dove si trova, ma è costantemente sdoppiato. La sua è una vita surrettizia, interposta, mirante sempre a un altrove, in preda al desiderio di tornare dove si è nati. Costui non gioisce mai pienamente delle attrazioni dei luoghi in cui dimora (diversi e remoti dalla terra da cui è partito); come Ulisse, pur di non cedere al fascino delle Sirene incantatrici, che abitano le terre dell’esilio, preferisce farsi legare all’albero della nave. Vive insomma il proprio viaggio con un costante senso di mancanza, con l’idea di aver perso la patria, lacuna che lo lacera e gli impedisce la pienezza del momento. Il solo premio, cui ambisce, è il ritorno e la speranza di ritrovare tutto come l’aveva lasciato: la casa, gli affetti familiari, il cane fedele che lo riconosca. Il problema, però, come insegna l’Odissea, è che, dopo anni di lontananza, l’esule che fa ritorno in patria non ritrova né la sua terra, né la sua casa e nemmeno ritrova se stesso. Riconosce tutt’al più qualche angolo, qualche scorcio di paesaggio, ma i luoghi sono cambiati, laceri, abbruttiti. Qualcuno si ricorda di lui, ma i più l’hanno dimenticato. I giovani non sanno nulla della sua storia, e nemmeno la vogliono ascoltare. Se l’ascoltassero, non la capirebbero, perché chi resta ha una mente puerile, timorosa e casereccia. Chi resta vive all’interno di confini morali sicuri ma ristretti, e la sua curiosità è soffocata dalla paura, dalla pigrizia e dall’inerzia. Pochi giorni dopo aver fatto ritorno in patria, l’esule avverte il desiderio di ripartire, per non tornare mai più. Ma non ne ha le forze. Resta così nel luogo natio, straniero in patria, ancor più di quanto non lo fosse all’estero.

La storia dell’esodo (Marc Chagall)

 

Chi, invece, vive l’esilio come se fosse un esodo, per contro, cammina e si prodiga alla ricerca di una nuova casa. Anche se sente il desiderio di tornare indietro, perché il cammino è faticoso (perché prova malinconia, perché sente di allontanarsi dai ricordi, dai legami e dalle amicizie con le quali ha iniziato la sua vita), ciononostante non si ferma, va avanti, finché non arriva in una nuova terra in cui dimorare, libero dai mali che soffriva nel luogo da cui si è allontanato. Qui ha inizio una nuova vita, e anche una nuova identità, perché la persona che vi si è insediata non è la stessa che ha iniziato il viaggio, ha acquisito nuove conoscenze, ha scoperto (resistendo al desiderio di tornare) nuove energie morali e spirituali che non sapeva di possedere.  Grazie a questa trasformazione interiore, l’esule può dare avvio a una nuova vita. La fatica del vivere continua. La terra promessa non è il paradiso, ma il viaggio è finito.

Il racconto biblico dell’esodo, che descrive l’archetipo del viaggio che culmina in una terra nuova, implicando al contempo una trasformazione interiore, sembra dunque offrire maggiori garanzie a chi si trova a dover (o voler) vivere in una condizione d’esilio.  Non è d’altronde un caso che questo archetipo abbia ispirato nei secoli tante esperienze di emancipazione collettiva dall’oppressione e dalla schiavitù. Nel caso di migrazioni individuali questo archetipo viene spesso dimenticato. Eppure ci sembra offrire un esempio da additare a tutti quegli individui che, per nostalgia, paura e senso di solitudine, si trovano a metà cammino, divisi fra una nuova terra che non trovano e il rimpianto per la vecchia che non sanno dimenticare. A costoro, insieme al racconto biblico dell’esodo, ci piace indicare un’altra regola d’oro che occorre tener presente durante il viaggio: quella di non voltarsi mai indietro. La Bibbia ha racchiuso questo insegnamento di saggezza in un’immagine potente: quella della moglie di Lot, che guarda indietro Sodoma in fiamme e Dio la trasforma in una statua di sale. Anche Ovidio offre un’immagine lacerante del venir meno alla promessa del noli respicere, con il mito di Orfeo, il quale, voltandosi, perde l’amata Euridice. In altre parole, se si vuole che l’esodo giunga a buon fine, ovvero che la terra dell’esodo diventi una nuova dimora e una nuova patria, l’esule deve sottrarsi il più possibile alla tentazione di voltarsi indietro. Se, infatti, non frena il desiderio di guardare indietro, di ricordare i luoghi, i profumi, i visi, il colore del cielo e il sapore della terra da cui è partito, egli rimarrà sempre in nessun luogo, sospeso fra mondi lontani, a metà strada fra il qui e l’altrove. Guardare indietro alimenta la malinconia e impedisce di sentire la terra in cui si abita come la nostra. L’esule rischia in questo modo di dar corpo a un ibrido morale: non è più cittadino della terra che ha lasciato e non è ancora, né sarà mai, cittadino del luogo in cui abita.

La moglie di Lot trasformata in statua di sale (Codice ‘Speculum humanae salvationis’, 1485-1509)

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https://www.rsi.ch/cultura/storia-e-societa/Esodo-o-odissea-9440101.html

il narratore ambulante 1968-2018

maggio 28, 2018 Lascia un commento

Capelli bianchi e viso segnato dalle intemperie della vita,da cosa parte oggi a contare il nostro editore?.

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Fedelissimi lettori,

se non mi prendo un granchio e sbaglio l’anno tra luglio ed agosto di quest’anno saranno 50 anni esatti  che ci mettemmo in macchina anzi su due macchine sulla cui tenuta non si dubitava per arrivare a visitare la porta dell’oriente:Istanbul e rientrare in Italia a casa nostra via Grecia ed ex Jugoslavia.

Un viaggettino forse ispirato ai racconti dati la sera al bar da qualche altro ardito che aveva raggiunto addirittura Capo Nord in Vespa.

Era un’epoca di avventure ben lungi da quelle scarne sensazioni che offrono oggi i voli low cost e la permanenza obbligata in un qualche villaggio turistico.

Se mi leggono i miei tre compagni di viaggio di allora è un invito a riprovarci oggi.

All’epoca avevamo 21 anni di età,si andava piano in auto guidando con rispetto e c’era poco traffico per strada.Certo che l’ho messo tra i ricordi più belli della mia vita.

Fu una prova di scuola democratica il saper convivere tra amici senza far parole,accettando anche le scelte sbagliate di qualcuno del gruppetto,e il sopportarsi vicendevolmente con pazienza affinchè trionfasse la meta comune che era poi quella di passare bene insieme una vacanza all’insegna dell’economia e dell’apprendimento.

da sin.Vittorio,Filippo,Oliviero e Jean.

e più da lontano,nel 1924…

diciassettenni a Torino,al centro il papà di Vittorio con il mio a destra.

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documenti in mano ma non si sa più dove

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in camping a la playa Filippo ancora da bagno a sin e Jean già in tiro per la serata…

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così ad occhio siamo in Bulgaria seguendo l’antica via Militaris romana

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frontiera bulgaro-turca?

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girasoli bulgari

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Oliviero ripreso nella zona di Edirne già antica Tracia e poi Turchia

un venditore di chai,il thè turco che viaggia con bicchieri sulle spalle del monsieur

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Istanbul:di fronte al di là del braccio di mare,si vede il Corno d’oro con le guglie delle varie moschee…

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l’Università di Istanbul

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il Bosforo con la parte europea di qua e la parte asiatica di là..

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Per il testo che ho interrotto ci leggiamo in un’altra puntata,grazie.

hobbies da balcone

maggio 28, 2018 Lascia un commento

Buongiorno,

sono un pomodoro da esperimento coltivato in vaso dal nostro editore.Pur essendo stato il clima quel che è sono già in fase avanzata di maturazione per la felicità di chi mi osserva.

Chi l’avrebbe detto che anche un inesperto ce l’avrebbe fatta a farmi spuntar fuori?

Ecco il mio profilo:

Cuore di Bue (Liguria): viene coltivato in varie zone d’Italia, particolarmente pregiata la varietà ligure. È un pomodoro da insalata, dalla buccia fine, con polpa carnosa e aromatica. Può raggiungere fino ai 500 grammi di peso: quando tagliato a fette, spesse un centimetro, e condito con olio extravergine, sale e basilico, viene anche chiamato “la bistecca dei vegetariani”

 

Le foto sono fatte a casa.

E noi siamo un paio di pomodori allungati ma ancora molto verdi e piccoli del tipo descritto in basso.

San Marzano (Campania): varietà dalla caratteristica forma allungata utilizzata prevalentemente per la preparazione di conserve e passate: la polpa soda, i pochi semi e la poca acqua lo rendono molto adatto alla preparazione di sughi densi, adatti come base anche per ricette più elaborate e invernali, come gli stufati. La varietà di origine campana ha ottenuto la denominazione DOP (Denominazione di Origine Protetta): pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-nocerino DOP.

 

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Storia

Importato in Europa dall’America Centrale e Meridionale ad opera degli Spagnoli nel Sedicesimo secolo, il pomodoro giunse in Italia quando questi conquistarono Napoli, nel 1503. Inizialmente la pianta ebbe perlopiù funzione ornamentale nei giardini dell’Europa barocca perché si credeva che il frutto fosse velenoso – il pomodoro è considerato un frutto e non una verdura, da cui il nome pomo d’oro (il colore giallo prima che maturi completamente) coniato nel 1544 dal botanico Pietro Andrea Mattioli.

Solo all’inizio del Diciottesimo secolo il pomodoro fece la sua comparsa sulle tavole italiane, specialmente a Napoli e nel Sud, ma per la prima ricetta di pasta – vermicelli – al sugo dobbiamo aspettare la pubblicazione, nel 1839, della Cucina casareccia in dialetto napoletano di Guido Cavalcanti. L’utilizzo del pomodoro si diffuse rapidamente in tutta Italia a partire dal 1875, quando Francesco Cirio fondò l’industria del pomodoro in conserva.

Il sapore migliore, dolce e non acidulo, è proprio dei pomodori lasciati maturare al Sole sulla pianta. Per questo motivo, in Canada, possiamo goderne a pieno solo in estate, quando provengono da aziende agricole locali o da giardini e balconi. Per la salsa di pomodoro fatta in casa, è consigliabile utilizzare i pomodori freschi in estate e i pelati durante il resto dell’anno: in quest’ultimo caso la scelta migliore è il pomodoro San Marzano, pelato e lasciato intero, meglio senza aggiunta di sale e con poco liquido.

Ogni anno, in Italia, si producono in media 5 milioni di tonnellate di pomodori e se ne contano oltre 320 varietà, molte delle quali hanno diffusione limitata e contribuiscono all’unicità e varietà delle cucine regionali. Alcuni tipi di pomodoro però si trovano ormai da nord a sud e sono considerati “ambasciatori” del gusto italiano nel mondo. Tondi, costoluti o allungati, c’è un pomodoro adatto per ogni uso e ricetta.

– See more at: http://www.panoramitalia.com/it/food-wine/article/le-5-qualita-di-pomodori-italiani-piu-diffusi-la-miglior-ricetta-la-pomarola-estiva/1032/#sthash.s8dgNMXM.dpuf

il forte di bard

maggio 27, 2018 Lascia un commento

Un antico cavaliere  Jean Modeste

in visita con l’artista vercellese Aurelio Nigro a mostre e cucina…

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Già agli inizi del VI secolo d.C. esisteva a Bard una guarnigione composta da sessanta armati che difendevano le cosiddette “Clausuræ Augustanæ”, il sistema difensivo costituito per proteggere i confini dell’Impero.
Nel 1034 tale sistema fu definito “inexpugnabile oppidum”, ed è questo uno dei più antichi riferimenti ad un castello in Valle d’Aosta. Nel 1242 entrarono in possesso della signoria di Bard i Savoia, con Amedeo IV, spinti dalle insistenze degli abitanti della zona, stanchi dei soprusi di Ugo di Bard che, forte della posizione del suo castello, imponeva pesanti balzelli a viaggiatori e mercanti. Da quel momento, il castello dipenderà sempre dai Savoia, che vi instaureranno una guarnigione: nel 1661 vengono persino concentrate a Bard le armi provenienti dalle altre fortificazioni valdostane, tra cui Verrès e Montjovet.
Il castello diventerà protagonista poi in occasione del passaggio dell’esercito francese nel 1704 e soprattutto dell’arrivo di Napoleone Bonaparte che, nel maggio del 1800, troverà asserragliato nel forte un esercito di difesa formato da 400 austriaci. Le strutture difensive del forte erano talmente efficaci che l’armata napoleonica impiegò circa due settimane per superarle, riuscendovi solo con l’astuzia. Il forte venne poi fatto smantellare da Napoleone, per evitare, in futuro, ulteriori problemi.
Quello che vediamo oggi è il rifacimento voluto da Carlo Felice che, in piena Restaurazione, a partire dal 1830 ne fece una delle strutture militari più massicce in Valle d’Aosta. Alla fine dell’800 il forte si avviò al declino, utilizzato come bagno penale prima e come deposito di munizioni poi. Dismesso nel 1975 dal demanio militare, fu acquisito dalla regione Valle d’Aosta nel 1990 e completamente rinnovato nel 2006.

Rimasto pressoché intatto dal momento della sua costruzione, il Forte di Bard rappresenta uno dei migliori esempi di fortezza di sbarramento di primo Ottocento.
La piazzaforte è costituita da tre principali corpi di fabbrica: partendo dal basso si trovano l’Opera Ferdinando, l’edificio mediano, – Opera Vittorio – fino ad arrivare al culmine del rilievo, dove sorge l’Opera Carlo Alberto.
Quest’ultima è la più imponente delle tre opere, che racchiude al suo interno il grande cortile quadrangolare della Piazza d’Armi, circondato da un ampio porticato, dove si collocano gli spazi dedicati alle mostre temporanee: all’interno, oltre al Museo delle Alpi, si trovano le Prigioni, che ospitano un percorso tematico multimediale sulla storia del Forte.
Per accedere alla sommità della fortezza è possibile seguire il percorso pedonale che si sviluppa fra possenti muraglioni partendo dall’interessante borgo medievale a lato del parcheggio, oppure servirsi degli ascensori panoramici attraverso cui si può godere di una meravigliosa vista sulla valle circostante.

Il Museo delle Alpi
Collocato al primo piano dell’Opera Carlo Alberto, il Museo delle Alpi è uno spazio interattivo attraverso cui il visitatore può viaggiare alla scoperta del mondo alpino, esplorando con i cinque sensi una montagna vissuta e trasformata dalla mano dell’uomo. Le 29 sale del percorso espositivo sono suddivise in quattro sezioni, che affrontano la montagna dal punto di vista naturalistico, geografico, antropologico e meteorologico, coinvolgendo gli ospiti di tutte le età, grazie alla fusione fra tradizione e nuove tecnologie.

Le Alpi dei ragazzi
Ospitato all’interno dell’Opera VIttorio, è uno spazio ludico in cui i visitatori possono cimentarsi in un’ascensione virtuale al Monte Bianco, in un contesto propedeutico alla frequentazione della montagna ed alla pratica dell’alpinismo utile non solo al pubblico dei ragazzi, ma anche degli adulti.
Il percorso si sviluppa in nove sale, partendo dalla preparazione del viaggio , durante la quale lo scalatore sceglie l’itinerario più agevole e l’attrezzatura più adatta per affrontare l’impresa, fino ad arrivare alla vetta , passando attraverso le tappe che renderanno un provetto alpinista anche il turista più sprovveduto.

Le Prigioni
Le anguste celle dove venivano rinchiusi i prigionieri ospitano oggi un itinerario storico che guida il visitatore alla scoperta della storia del sito militare, per secoli strategico luogo di transito. Attraverso filmati, documenti e ricostruzioni 3D di grande impatto, i visitatori possono seguire l’evoluzione architettonica della fortezza e conoscere i personaggi che ne hanno segnato i principali avvenimenti storici dall’anno Mille alla sua ricostruzione nel 1830, sino ad arrivare ai giorni nostri.

Il Ferdinando, Museo delle Fortificazioni e delle Frontiere
Collocato nell’Opera Ferdinando, al primo livello della rocca fortificata, il museo propone un viaggio attraverso l’evoluzione delle tecniche difensive, dei sistemi di assedio e del concetto di frontiera. Ricostruzioni in scala di sezioni murarie di fortificazioni, plastici, filmati e armi autentiche, permettono di osservare l’evoluzione delle fortezze a partire dall’epoca romana fino al Novecento. La sezione dedicata al tema delle frontiere intende far riflettere sul significato di questo termine, in un percorso che trasmette una visione strutturata del Forte di Bard e del contesto storico, sociale, culturale e geopolitico all’interno del quale è inserito nelle diverse epoche storiche.

CONTATTI

Forte di Bard
11020 BARD (AO)

il governo che nascerà

maggio 25, 2018 Lascia un commento

…governo

Gli equilibri politici subiscono continui scossoni e mutamenti. Forze politiche compaiono e scompaiono, personaggi provenienti da aree e ambienti diversi si affacciano sulla scena o si eclissano in modi e con tempi irregolari, a seconda del consenso contingente che riescono ad ottenere. Tuttavia le strutture fondamentali degli apparati politici e dello stato sono ben più solide e stabili di quanto non ci si immagini. Il governo della cosa pubblica necessita di competenze e progettualità politica che non si improvvisano.

È estremamente raro che un nuovo governo – ancorché legittimato dal consenso popolare – possa incidere in modo effettivo sulle dinamiche reali di un paese delle dimensioni dell’Italia. Lo si leggeva già nella famosa sentenza del Gattopardo, che con toni amaramente realistici identificava le rivoluzioni come la dinamica nella quale tutto cambia perché tutto rimanga com’è.
Se andiamo a rileggere Max Weber e la sua definizione del potere carismatico e dei percorsi necessari alla sua affermazione, scopriremo che quello a cui stiamo assistendo in Italia non assomiglia in nulla a una rivoluzione, e men che meno all’affermazione di un nuovo assetto istituzionale (la cosiddetta terza repubblica). Il detentore del carisma – il sig. Grillo e la sua struttura di controllo della Casaleggio Associati – ha fatto unicamente da veicolo per l’acquisizione di consenso, ma non ha potuto mettersi a capo del processo di gestione del potere acquisito. Non si vedono in prospettiva (per fortuna) né un rimpiazzo degli apparati amministrativi dello stato, né una riscrittura delle regole costituzionali. Tutta la dinamica si è svolta sotto l’attento controllo di una cornice istituzionale che a suo tempo è stata scritta bene e che funziona perché affidata a mani capaci come quelle del presidente Mattarella.

Il governo che forse nascerà – a prescindere dal programma che continua ad essere un testo buono per una campagna elettorale, ma non per il governo di un paese – sarà incaricato di gestire il presente che è già determinato da processi di lungo periodo che sono in gran parte il frutto di politiche globali e non delle scelte democratiche – peraltro legittime – degli italiani che sono andati a votare.
La vera e preoccupante novità di quello a cui stiamo assistendo è, mi pare, la rapida ascesa di una classe politica nuova che manca totalmente proprio di una cultura politica. Questo può essere il frutto certamente di una crescente irrilevanza della politica stessa nel governo dei grandi cambiamenti, che sono determinati più dai like su facebook e dalla consistenza dei magazzini di Amazon che non dai voti dei parlamenti nazionali.

Ma la carenza di cultura politica in Italia è anche il frutto di scelte culturali ben precise. Ad esempio la cancellazione della vecchia e vituperata Educazione civica dai programmi scolastici, o la scomparsa delle scuole di partito, uccise dai mutamenti successivi al crollo delle ideologie e mai rimpiazzate da istituti con funzioni analoghe. Il risultato è l’affacciarsi di “eletti” completamente disorientati nel complesso ambiente delle istituzioni. Questo, credo, è l’elemento che ci deve più preoccupare. La prospettiva di una classe politica che usa facebook come una piazza – la vera piazza – e che non è preparata ad affrontare e gestire le grandi trasformazioni che stiamo vivendo.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

http://moked.it/blog/2018/05/25/governo-2/

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