siria e migranti

Le macerie di Aleppo (RSI)

Siria, nel cuore della guerra

Terza tappa: tra le macerie di Aleppo la vita continua

domenica 14/05/17 08:34 – ultimo aggiornamento: mercoledì 17/05/17 07:19

Le immagini all’arrivo in questa città del nord del paese, capitale della ribellione e della guerra fino alla recente cessazione delle ostilità il 22 dicembre scorso non sorprendono. Sono lo specchio di quell’incubo che hanno immortalato negli ultimi anni fotografi e cameraman: case sventrate, palazzi sbriciolati, ammassi di macerie…

Culla della cultura, crocevia straordinario di lingue e civiltà, Aleppo dopo il micidiale assedio condotto dalle forze governative a colpi di bombardamenti aerei e al fitto scambio di colpi di artiglieria, è ridotta a città martire, emblema di una guerra fratricida condotta senza esclusione di colpi. Quella che rivendica lo statuto di più antica città del mondo, che fu la terza città più  importante dell’impero ottomano dopo Costantinopoli e Il Cairo, porta le stigmate dell’orrore ancor più forse di qualsiasi città di quest’area mediorientale. Aleppo distrutta, certo ma non tutta. Quartieri interi sono stati risparmiati dalla furia bellica e la vita sembra trascorrere quasi normalmente: circolano non poche macchine, vi è una certa attività commerciale, bar e ristoranti non mancano. La guerra ha risparmiato anche qualche storica testimonianza di un passato imbottito di gloria e ricchezza: un nome su tutti quello dell’Hotel Baron, che ospitò Lawrence D’Arabia, Re Feisal, Agatha Christie e tanti altri personaggi dello scorso secolo. Racconteremo la sua storia in un servizio televisivo.

L’Hotel Baron  (RSI)

Dopo tre giorni arriviamo dunque qui, a nord. Burocrazia, controlli non facilitano il lavoro dei giornalisti. Quanto alla sicurezza il viaggio ci ha consentito di verificare quanto la pace sia ancora una chimera. Da Damasco salendo fino a Homs nessun problema rilevante, poi improvvisamente dobbiamo lasciare l’autostrada. Da li a Aleppo è controllata dai ribelli, in particolare le milizie di Al Nusra. Dobbiamo deviare sul lato destro, verso est e percorrere un corridoio (vedi cartina) controllato dai governativi e filo governativi, ma molto stretto: a sinistra al Nusra (Al Qaida) a destra, verso l’Iraq l’Isis.

La cartina con le diverse zone controllate da ribelli e dai governativi

Salendo a nord dopo decine di check points, a un paio di chilometri salgono nuvole di fumo: colpi di mortaio. Si combatte molto vicino alla strada. Un lungo convoglio militare russo sta davanti a noi, cerchiamo di superarlo, ma ci vuole tempo  il manto stradale è stretto e sconnesso. Si sente un forte sibilo, un missile sfiora la macchina e va a cadere nella pianura alla sinistra a qualche centinaio di metri. Ci sentivamo un po’ protetti dai russi, ci siamo resi conto che  il pericolo lì, tra i contingenti  di Mosca era probabilmente ancora maggiore. Aleppo appare stranamente in questi momenti come un’oasi di pace, le ositilità sono cessate anche se ci segnalano che nella periferia i combattimenti continuano.

Paola Nurnberg e Roberto Antonini

http://www.rsi.ch/news/mondo/Il-simbolo-della-guerra-9100144.html

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 mercoledì 17/05/17 05:38 – ultimo aggiornamento: mercoledì 17/05/17 05:38

A Belgrado, dietro la stazione ferroviaria, un deposito abbandonato da più di un anno era diventato l’accampamento dove 1.200 profughi (soprattutto afghani e pakistani) hanno trovato riparo nell’attesa di attraversare il confine. Le giornate all’interno delle Barracks (così è stato denominato l’ex magazzino) si consumavano nell’attesa, bruciando plastica per scaldarsi (le temperature sono arrivate anche a meno venti nei mesi invernali) e concedendosi una partita di cricket e due passaggi con il pallone per liberare la mente. Di notte, poi, l’avventura aveva inizio: raggiungere il confine croato o ungherese per lasciarsi alle spalle la Serbia e poter finalmente entrare in Europa.

L’11 maggio scorso l’insediamento è stato sgomberato. Il giorno prima si era proceduto alla disinfezione. Poi ha fatto seguito una completa demolizione.  Alcuni dei profughi hanno deciso di andare nei campi governativi sparsi in tutta la Serbia (se ne contano 17), ma molti altri hanno fatto perdere le proprie tracce.

“Quello che ci preoccupa è che ci sono tantissimi minori non accompagnati, sono ragazzi  preda dei trafficanti,  sono fragili, e più volte hanno provato ad attraversare il confine e sono stati rispediti indietro”. A lanciare l’allarme è Mirjana Milenkovski,  portavoce dell’UNHCR Serbia. “Per loro oramai è diventato un gioco – spiega -. Vince chi riesce a superare il confine e ad arrivare più lontano prima di essere catturato dalla polizia”.

Ed è un gioco che costa migliaia e migliaia di euro.  Ad Ali, ad esempio,  il viaggio dal Pakistan è costato 9 mila euro, ed ancora non è riuscito ad arrivare a destinazione, malgrado i ripetuti tentativi di attraversare il confine croato per entrare finalmente nell’Unione Europea. Ed è lui che ci svela le regole del  gioco, e i vari tipi di “Game” a cui lui e i suoi compagni di avventura sono soliti partecipare. In palio c’è solo un premio: la prospettiva di una vita migliore.

Romina Vinci

Il nostro dossier: Le vie dei migranti

http://www.rsi.ch/news/mondo/Il-gioco-dei-ragazzi-in-fuga-9121360.html

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