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i fiumi scendevano ad oriente-2a e ultima puntata

Peru. Upper Amazon rain forest. Gran Pajonal. Campa Indian.

Ai tempi di Leonard Clark,nel 1946,i nativi erano chiamati “bravos” se vivevano da guerrieri selvaggi e “mansos” se avevano già fatto la conoscenza dell’uomo bianco con la reciproca diffidenza del caso.Il tatuaggio sul volto è da bravo,vivrà come un manso ma non sappiamo se ne sia felice.Non è stato uguale anche per i pellerossa nord-americani? (ndr)


Sulle orme di Leonard Clark seconda ed ultima puntata.

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Sabato, 06/06/09
Mi sveglio alle 3 del mattino, l’albergo sarebbe passabile se non fosse per il baccano che non ti permette di riposare. Un gallo nel cortile proprio sotto alle finestre, evidentemente con problemi esistenziali, incomincia a salutare il sole alle 11,30 di sera per continuare poi tutta la notte. Il portiere tiene il volume del televisore ai massimi livelli, ma non basta, la larga scala che porta ai piani superiori, provvede ad amplificarlo ulteriormente. Faccio una doccia, mi carico gli zaini,scendo nella hall ed informo il portiere che non aspetto il taxi che mi dovrebbe raccogliere alle 6 , ma vado direttamente all’agenzia. Contemporaneamente a me esce dall’hotel un negro di mole imponente che si avvia nella mia stessa direzione. Parliamo un po’, la sua compagnia è rassicurante vista l’ora ed il buio nella strada. Giunti nella piazza d’armi, vedendo che io tiro dritto per raggiungere l’agenzia situata alcuni isolati più avanti, mi blocca dicendomi di non andare assolutamente nella direzione imboccata perché a quell’ora vuol dire farsi rapinare. Mi consiglia di prendere uno dei taxi che stazionano nella piazza ed invece di raggiungere Puerto Ocopa, sostare in Mazamari e con un areo raggiungere Atalaya con un risparmio di 11 ore. Costo del passaggio in aereo: 30 euri. Una soluzione ottimale però io devo trovare la missione di Padre Antonio e quindi vado a Puerto Ocopa. Il taxi che scelgo, anzi, il taxista che mi sceglie, è un robusto giovanotto dall’aspetto rassicurante, la sua auto è piena come un uovo, non manco che io. Partiamo alle 5.45, un pensiero all’Altissimo è dovuto. Una strada infernale, date le sue condizioni, in circa tre ore ci porterà a Puerto Ocopa. Nel viaggio si possono vedere colline nebulose, fiumi stupendi. Ampi disboscamenti accolgono ordinate piantagioni di banane, di arance, di manghi. Sperduti villaggi di nativi si alternano ai villaggi dei coloni, questi ultimi autori della trasformazione agricola. La strada è comunque molto trafficata in quanto Puerto Chata, posta ad 1,5 km. oltre Puerto Ocopa, è un centro strategico dove i nativi vengono a comperare tutto quanto occorre loro: viveri, combustibile, attrezzi, abiti, filo da pesca, ami e quant’altro. È un centro di scambio e di raccolta di prodotti di ogni genere, punto di partenza e di arrivo di un’infinità di cose e persone. Se volete farvi un’idea di Puerto Chata, immaginate il più caotico e squinternato paese di tanti film western, ebbene, Puerto Chata è molto peggio. Però qui ci si imbarca per raggiungere Atalaya, Bolognesi, Pucalpa, Iquitos, senza contare gli infiniti scali intermedi.Tornando alla nostra strada,si attraversano torrenti, si evitano frane, si guadano ampi tratti allagati e dulcis in fundo, quando due mezzi viaggiano ravvicinati, quello dietro raccoglie tonnellate di polvere. A questo punto, diventa imperativo passare avanti, nel tentativo di farlo si viaggia per lunghi tratti affiancati, anche in curva e con visibilità zero. Le gomme naturalmente sono slik e nel percorso quasi sempre una se non due, passano a miglior vita. Finalmente giungo a Puerto Ocopa dove il taxista mi assicura esiste la missione che sto cercando. Scendo e mi carico il fardello degli zaini sulle spalle avviandomi alla missione. Accanto al fabbricato principale di concezione moderna, sorge una chiesa di mattoni rossi. Alla base del muro si scorgono chiaramente tratti anneriti dal fuoco. Una grande emozione mi pervade, ho la certezza di essere nel posto giusto. Una frotta di bambini mi attornia e mi guarda con estrema curiosità. Sono prevalentemente di etnia Aschàninka. Chiedo del Padre e mi dicono che non c’è, chiedo allora di parlare con la madre superiora che vanno prontamente a chiamare. Mentre l’aspetto devo rispondere ad un milione di domande. Una bimba , vedendo la minuscola bandiera tricolore cucita sui miei pantaloni, prontamente mi identifica come italiano. Chiedo perché mi osservino così intensamente e mi dicono perché sono diverso. Altra domanda, perché sono diverso, risposta: per il colore degli occhi, perché sono più alto e così via. Arriva una giovane monaca, sono commosso, non riesco a trattenere le lacrime. Abbraccio la suora piangendo e le spiego il perché della mia commozione. Giungere dall’Italia alla ricerca di luoghi descritti in un libro scritto da più di sessant’anni (l’autore visitò questi luoghi nel lontano 1946) scoprire che esistono ancora, che esiste gente che si ricorda di quell’epoca e che ha conosciuto i personaggi menzionati. Giungere sin qui consultando le mappe che Leonard Clark ha disegnato e pubblicate nel suo libro, mappe che oggi non sono attuali al cento per cento, è stata una bella impresa. Il padre purtroppo si trova a Satipo, proprio di dove provengo. La superiora, anziana suora, non mi vuole ricevere, sono una novità troppo grande per questo sperduto convento, ha paura non avendo la protezione del padre. Bene, mi accomiato e vago indeciso intorno all’ampio spiazzo. Scorgo un uomo in lontananza e decido di rivolgermi a lui. Chiedo se esiste qualcuno di età avanzata (qui vengono chiamati “los antiguos” )che si ricordi o che conosca la storia del sito e del convento. Mi risponde che gli anziani sono in riunione. In questi giorni nel nord del paese, i nativi si sono scontrati con la polizia, con decine di morti da entrambe le parti. La situazione è calda, comunque vedrà come aiutarmi, mi informa comunque che entrando in qualsivoglia comunità di nativi, prima di ogni cosa necessita rivolgersi al capo. Sto aspettando da cinque minuti quando mi si presenta un giovane sui 27 anni, longilineo, ma estremamente muscoloso, viso abbronzato con le caratteristiche tipiche dei nativi. Spiego al giovane che si chiama Hector della ricerca che sto portando avanti e della mia esigenza di contattare qualcuno che abbia conosciuto padre Antonio, che conosca la storia della missione. Anche lui concorda nel dirmi che l’unico che mi può aiutare è padre Castillo che vive qui da oltre sessant’anni . Sono abbastanza seccato di questi contrattempi, mi dovrò trattener in loco per non so quanto tempo per raccogliere le informazioni che mi occorrono. Fortunatamente Hector mi ospita in casa sua. Posate le mie cose e sistemato il mio letto con sacco a pelo e zanzariera, propongo di andare a far spesa. Non voglio pesare sulla loro economia in quanto qui vivono in condizioni di estrema povertà. Quindici minuti di cammino attraverso la selva ci portano a destinazione. Lungo il percorso chiedo se ci sono serpenti, Hector nell’intento di rassicurarmi mi risponde: non molti. Puerto Chata è veramente un posto di frontiera, chiatte trasbordano da questa parte del rio Perenè poderosi camion Volvo carichi di legname proveniente dalla giungla mentre lunghe file dei medesimi, attendono il loro turno . Un gran numero di lance a motore caricano il più eterogeneo esempio di umanità diretto ai più svariati avamposti della selva. Hector ed io decidiamo di berci qualcosa di fresco ed approdiamo ad un ristorante posto direttamente sul fiume. Incontriamo suo suocero in compagnia di un fratello, li invito a bere con noi, e qui sorpresa, lo suocero di Hector ha conosciuto padre Antonio e conosceabbastanza la storia della missione. Mentre discorriamo, ci raggiungono il capo e due dignitari di una comunità posta nel folto della selva. Parlano concitatamente con Hector di problemi relativi ai fatti di sangue avvenuti pochi giorni prima. Mi sento un po’ imbarazzato in quanto “gringo” e quindi estraneo, ma riesco a controllare bene la situazione proponendo ai nuovi arrivati di bere e mangiare con noi. La cosa riesce gradita e vengo invitato a visitare nei prossimi giorni la loro comunità. Più tardi decido di andare con Hector al fiume per trovare refrigerio dato il caldo torrido. Il rio Perenè, largo circa duecento metri, al centro scorre rapido, ma presso la riva è placido e permette di nuotare in tutta tranquillità. La riva sabbiosa e ombreggiata induce al riposo, variopinte farfalle sono ovunque, poco più in là alberi carichi di frutta sembrano invitarci a raccoglierla. Nel tornare alla casa infatti raccogliamo pompelmi di dimensioni enormi e limoni che, contrariamente a quelli che si vendono nei mercati della costa, sono grandi come arance. Prima di notte, vado alla missione per farmi dare il numero di telefono della parrocchia di S. Francesco a Satipo dove padre Castillo si trova. Nessuno sa quando il frate ritorna a Puerto Ocopa ed io non posso attenderlo all’infinito, nemmeno voglio correre il rischio di ritornare a Satipo mentre lui è in viaggio per venirsene qui.

Domenica, 07/06/09
Dopo una notte quasi insonne e questa volta per colpa della base militare posta a 150 metri dalla casa al limitare della giungla. La base militare è la copia esatta di un fortino di antica concezione. Pali di bambù infissi nel terreno, delimitano un fronte di circa 60 metri per 100 di lunghezza. Quattro sentinelle per tutta la notte montano la guardia appostate ai quattro angoli ed ogni 30 secondi si chiamano ad alta voce gridando parole convenzionali. Alcune volte sparano una raffica nella giungla. Cose da matti! Salta l’opportunità di andare a Satipo, si sta muovendo qualcosa di concitato. I capi delle comunità si stanno radunando per coordinare un blocco generale di tutta l’Amazzonia dopo i tragici fatti successi i giorni scorsi a Bagua. Domani mattina presto devo andare a tutti i costi a Satipo per parlare con padre Castillo e nello stesso giorno trovare un mezzo per Lima in quanto Giovedì inizierà il blocco di tutte le strade. Su richiesta di un dirigente nativo, mando una email al giornale “La stampa” di Torino affinché si sensibilizzi l’opinione pubblica europea. Nella mattinata il comitato di difesa della comunità, cinque persone in tutto, armate di vecchi schioppi, ha fatto un’esercitazione davanti al forte militare non tanto a scopo provocatorio quanto a voler dimostrare la loro volontà di esistere. Poco dopo l’una, mentre ci accingiamo a mangiare, un emissario del direttivo viene a prelevare Hector in quanto facente parte anche lui della dirigenza. Alle tre non è ancora rientrato, la moglie mi dice che tarderà parecchio, butto giù queste note con preoccupazione. Quando Hector rientra mi conferma il blocco. Più tardi andrò ad internet per vedere se c’è risposta da parte della Stampa e chiamerò Satipo per informarli che domani sarò là. Fortunatamente, la comunità dispone di un telefono satellitare, di una postazione internet e di un televisore chiusi a chiave e disponibili in determinati orari. Con Hector faccio un giro per la comunità, incontro un gruppo di tre bimbi, il più piccolo avrà due anni, piange a dirotto, lo osservo e vedo che ha un piede insanguinato, a terra un machete. Vorrei prenderlo in braccio e portarlo al posto medico che si trova a non più di cinquanta metri , ma Hector me lo impedisce. I genitori potrebbero prenderla male e poi lo cureranno secondo le loro usanze. Fortunatamente più tardi lo vedo allegro e saltellante, sempre scalzo naturalmente. Hector viene trattenuto da alcuni nativi ed io continuo solo. Ad un tratto sento alle mie spalle qualcuno che mi apostrofa aspramente, mi fermo e mi volto. A 10 metri, un nativo di circa quarant’anni, armato di un lungo fucile mi apostrofa malamente. Lo accompagna la moglie minuta, giovanissima e con un figlio posto in una gerla alle sue spalle. Un ragazzo sui sedici, diciassette anni, armato di machete sta un poco distante. Già il giorno innanzi, un nativo, nel passare accanto alla sua abitazione, ha urlato al mio indirizzo frasi incomprensibili, ma con un tono che non lasciava dubbi sull’intenzione di offendere. Non sono disposto a tollerarlo ulteriormente. Vado loro incontro, sono chiaramente ubriachi. Il nativo mi urla alcune frasi sconnesse. Lo anticipo porgendogli la mano e lo apostrofo con un “hola amigo”. Gli afferro la mano e la stringo volutamente con tutta la forza di cui dispongo mentre con l’altra mano lo afferro alla spalla e lo strattono in un modo che vuol essere amichevole, ma non troppo. È dieci centimetri più basso di me, la canna del fucile rivolta verso il basso struscia sul terreno, sicuramente la mia reazione non è quella che si aspettava. La moglie ride in modo forzato, il giovane che è suo fratello per darsi un contegno, sfronda a rapidi colpi di machete una siepe poco distante. L’uomo è evidente non sa come uscire dalla situazione, torna ad apostrofarmi in modo, questa volta, meno rude chiedendomi di dove sono. Sempre tenendogli una mano sulla spalla ed osservando i movimenti della mano che sostiene il fucile gli rispondo che sono italiano. Mi chiede questa volta nuovamente con voce arrogante che io gli parli dell’Italia. Sono scocciato, in modo secco e sbrigativo gli rispondo che non ho nessuna voglia di perdere tempo a parlargli del mio paese visto che è ubriaco fradicio e gli suggerisco di andare a casa. Abbassa gli occhi, non accenna nessun movimento, osservo la moglie ferma un paio di metri più indietro, ha un tenue sorriso sulle labbra che si va spegnendo. Il fratello continua a sfrondare la siepe. Mi volto e me ne vado, dietro nessun commento. L’alcool è sicuramente uno degli elementi che contribuiscono al degrado di quest’etnia un tempo forte e fiera. Hector che nel frattempo mi ha raggiunto m’informa che l’indomani mattina mi accompagnerà a Satipo dove lui farà alcune compere ed io potrò parlare con padre Castillo. Dopo una frugale cena, la moglie di Hector mette a letto i suoi due bimbi e si apparta. Hector ed io commentiamo i tragici fatti di Bagua dove i nativi, come già accennato, si sono scontrati con le forze dell’ordine. Armati prevalentemente di archi e frecce hanno inflitto pesanti perdite alla polizia pagando peraltro un alto tributo di morti e di “desaparecidos”. È evidente che Hector ha paura delle conseguenze che deriveranno dalla mobilitazione generale dei nativi. Mi chiede se voglio conoscere la storia della comunità e quindi della sua vita anticipandomi che è una storia molto triste. I suoi occhi sono lucidi, trattiene a stento le lacrime. Gli rispondo che la sua storia mi interessa ed intuisco il dramma che si nasconde dietro le sue parole. La sua famiglia approda alla comunità di Puerto Ocopa molti anni addietro,quando lui era bambino, la vita nella comunità si svolge serena con il contributo della Missione Francescana e la presenza carismatica di Padre Castillo. Nel 1985 i componenti di “Sendero Luminoso” arrivano alla comunità e con facilità convincono i nativi ad emarginare dapprima il frate e poi li assoggettano alla folle politica di sterminio di quanti non condividono il loro credo. Giungono a convincere le facili menti dei nativi, in particolare quelle dei più giovani ad uccidere addirittura i propri parenti. Coloro che si dissociano vengono trovati nella selva con le gole squarciate, nessuno ha il coraggio di reagire. Questo stato di cose continua fino al 1991 quando tutto sfocia in orrendi massacri .Hector ora piange senza ritegno, il suo è un pianto disperato: “io ero un bambino, non volevo uccidere, ma se no lo facevo avrebbero ucciso me e la mia famiglia, quello che ho fatto mi perseguita e mi crea gravi problemi mentali. No voglio che questo si ripeta, voglio solo vivere felice con mia moglie e con i miei figli”. Potrei vivere mille anni e non troverei mai le parole adatte per alleviare la sua pena. Gli pongo una mano sulla spalla e sussurro: “Hector, my amigo”. Altra notte all’insegna di urla e grida da parte dei militari del forte.

Lunedì, 08/06/09
Giungiamo a Satipo verso le dieci e subito chiamo la Parrocchia di S. Francesco d’Assisi, ma padre Castillo è in visita alle comunità circostanti con padre Mario e rientrerà nel pomeriggio. Mi cadono le braccia, è una persecuzione, questo frate è peggio della Primula Rossa, è inafferrabile. Sono un poco deluso, non posso sostare un altro giorno e correre il rischio di rimanere bloccato magari per un mese. Vado a prenotare un passaggio per Lima per la sera stessa. Chiamo la compagnia Flores a Lima e prenoto un passaggio per Trujillo sul bus Cama delle 12,30 del giorno dopo. Ci spostiamo ad un punto internet, Hector desidera avere un indirizzo di posta elettronica. Gli conformo il “correo” come si dice qui, gli insegno ad aprirlo, a chiuderlo e così via. È raggiante. Andiamo a pranzo con un ragazzo spagnolo, laureato a Milano. Sua moglie è di etnia Ashàninka, lui insegna all’università di Satipo. Al ristorante incontriamo due esponenti del governo regionale che sono preoccupati per la situazione, discorrendo vengo a sapere che ad un “gringo” sorpreso nella zona del rio Ene, hanno riempito la bocca di cemento. Sicuramente è opera dei narcotrafficanti a cui non piace avere in zona ipotetici informatori. Il ristorante è un po’ lontano dal paese e per rientrare otteniamo un passaggio da un motocarro della municipalità. Alle sedici riesco ad ottenere il tanto atteso colloquio con padre Castillo nella Parrocchia di S. Francesco d’Assisi. Finalmente sono in presenza dell’uomo che ha dedicato sessantacinque anni della sua vita alla cura delle anime nella selva amazzonica. Alto, segaligno, padre Castillo ha ottantaquattro anni, dai suoi occhi si sprigiona una sorta di magnetismo, una forza sostenuta da una fede profonda ed incrollabile. Conversiamo per un’ora e mi dà tutti i ragguagli che desidero. La missione di Puerto Ocopa non si chiamava “Opata” come riportato nel libro da Clark, non aveva addirittura nome, quello attuale con cui è conosciuta le vanne dato molto tempo dopo la visita dell’esploratore americano. Il fondatore fu comunque un predecessore di padre Antonio che comunque ha il merito di aver fondato o contribuito a fondare insieme a padre Castillo, le missioni che s’incontrano nel Gran Pajonal. Il compito di queste missioni era sopratutto quello di sottrarre bambini e donne alla schiavitù e qui tutto coincide con quanto riportato da Clark. Chiedo al buon frate il permesso di scattargli una foto e mi accomiato da lui con la promessa di andarlo a trovare quando riprenderò il mio viaggio. Prima di lasciarlo definitivamente gli chiedo come posso aiutarlo ed egli mi dice che il più gran desiderio suo e della madre superiora è quello di avere un forno dove cuocere il pane per i settanta orfani della Missione di Puerto Ocopa.

Massimo Gallizia
Av. La Rivera 750 HUANCHACO- TRUJILLO
maxgalli_3@ hotmail.com

Il libro scritto da Leonard Clark, si è rivelato fin qui un’esatta descrizione di fatti, di persone e di luoghi. Differenza sostanziale: un notevole sviluppo dell’agricoltura da parte di coloni, il proliferare delle miniere, in particolare quelle per l’estrazione dell’oro e le perforazioni petrolifere che congiuntamente producono un notevole inquinamento ambientale. La deforestazione poi, impoverisce ulteriormente il territorio. Chi paga il più alto scotto sono le comunità dei nativi, veri proprietari dei territori della selva e depositari dell’antica cultura india che si va estinguendo come si vanno estinguendo loro stessi.

Personaggi che hanno contribuito alla ricerca ed al raggiungimento dei luoghi descritti da Leonard Clark.

Il capo della Comunità Nativa Ashàninka di Pampa Michi nei pressi di La Merced:
fernando_ashaninka@hotmail.com

Il dirigente della Comunità Nativa di Puerto Ocopa: Héctor Pachacamac Chumpe
ashaninka_hector@hotmail.com

Il campesiño che ci ha informati sulla “Colonia Perenè” ora Comunidad Pampa Whaley: Rodrigo Jesus Perales Mayta

Padre Castillo, frate missionario dell’ordine di San Francesco d’Assisi:
Parroquia de S. Francisco de Asís SATIPO – Puerto Ocopa

Altri personaggi conosciuti nel corso del viaggio:
Presidente dé la Comunidad Nativa de Puerto Ocopa: Genaro Marcelino Olaya Martínez
Presidente de APAFA de Puerto Ocopa: Mario Domínguez Camiro
Presidente de CAD de Puerto Ocopa: Pascual Captzi Alonzo
Presidente de la Comunidad Nativa Poyensi – Rio Tambo: Elmer Ríos Flores
Il giovane Spagnolo docente all’Università di Satipo: Antonio Sancho
fvalleperu2003@yahoo.es


http://www.markos.it/viaggi/peru-sulle-orme-leonard-clark/

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