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quanto costa rompere il contratto con l’unione?

Altro che il misero mezzo sheqel…del nostro articolo precedente,in questo caso si parla di miliardi e come annunciavamo precedentemente non è escluso che per ritirare la propria fetta di torta dalla cassa comune si facciano non solo delle parole ma pure si venga alle mani.

Non per rubare ma per darsele…di santa ragione nel caso non ci si metta d’accordo sulla cifra.Ognuno pensa di valere anche quello che non vale e ci sarà da ridere…al meglio della situazione.

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Brexit, il bluff della May sulla crescita britannica

Ferdinando Giugliano

Manca un mese alla fine di marzo, data entro cui la premier britannica Theresa May ha promesso di avviare le procedure per l’uscita dall’Ue. Ma la partita a poker tra Londra e Bruxelles sulle condizioni della Brexit è già abbondantemente cominciata. Forte di un’economia che ha continuato a crescere dopo il referendum, May ha fatto intendere che il suo governo propende per un’ hard Brexit .

La Gran Bretagna rinuncerebbe dunque a rimanere nel mercato unico per poter mantenere il controllo dell’immigrazione. Il calcolo del governo britannico è che i Paesi dell’Ue non abbiano interesse a penalizzare le loro aziende che esportano verso un Paese che continua a crescere, e saranno dunque aperti a un accordo commerciale amichevole. Tuttavia, come una pokerista inesperta, la May sembra stare esagerando col suo bluff. Vero, molti analisti avevano previsto che la Gran Bretagna sarebbe entrata in recessione dopo il voto del 23 giugno, mentre il Paese ha chiuso l’anno con il secondo tasso di crescita più forte del G7, dietro solo alla Germania.

Ma lo slancio degli ultimi mesi è dovuto principalmente a un boom dei consumi, alimentato dalla diminuzione dei tassi di risparmio e da un aumento dei prestiti. Con l’inflazione in ripresa a causa del forte deprezzamento della sterlina, il rischio che il motore della crescita britannica si arresti è reale. May potrebbe ritrovarsi con l’economia in frenata proprio quando avrebbe maggiore bisogno di mostrare la sua solidità davanti ai partner europei.

Nel frattempo, la Commissione sembra convinta della forza della sua mano. La settimana scorsa, il presidente Jean-Claude Juncker ha ricordato ai britannici che il conto per l’uscita rischia di essere “molto salato” La Gran Bretagna ha davanti un potenziale debito da 60 miliardi di euro, che comprende i contributi ai progetti comuni in cui ha preso parte, e il costo delle pensioni dei funzionari europei nati oltre-Manica. Per Bruxelles, qualsiasi discussione sulle future relazioni commerciali potrà avvenire solo dopo che Londra avrà staccato l’assegno.

La linea di Juncker non raccoglie certo un consenso unanime. Dalla Germania, Stephan Mayer, un parlamentare della Cdu vicino al Cancelliere Angela Merkel, ha detto subito che una posizione così dura non è nell’interesse della Germania.
Ma fonti governative italiane e tedesche hanno confermato venerdì al Financial Times che la strategia della Commissione gode di ampio consenso a Roma e a Berlino. Poiché la Francia si è già schierata su posizioni oltranziste, l’unico grande alleato della Gran Bretagna rischia di essere la Spagna.
L’altro problema di Londra riguarda la debolezza della sua strategia. Quando a fine marzo partirà il timer dei due anni di negoziazione previsti dai Trattati, il governo britannico sarà inevitabilmente in una posizione precaria: in assenza di un accordo, il Regno Unito potrebbe contare solo sulle regole concordate a livello di Organizzazione Mondiale del Commercio. E siccome la proporzione di aziende britanniche che esportano verso l’Ue è maggiore rispetto a quella delle aziende Ue che esportano verso la Gran Bretagna, è evidente che uno stallo penalizzerebbe maggiormente Londra.
Con i laburisti in calo nei sondaggi a causa dell’estremismo di Jeremy Corbyn, e i liberaldemocratici ancora incapaci di canalizzare verso di loro larghe fette dell’elettorato pro-Ue, May è per ora padrona del panorama politico britannico. I rischi, tuttavia, sono tutti dietro l’angolo: allo scadere dei due anni di negoziato, il governo britannico dovrà mostrare le sue carte. May si pentirà a quel punto di non aver detto agli elettori di non avere alcun asso nella manica.

(27 febbraio 2017)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/02/27/news/brexit_il_bluff_della_may_sulla_crescita_britannica-159410997/

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