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Archive for febbraio 27, 2017

vino nel deserto

febbraio 27, 2017 Lascia un commento

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Jean Modeste,senza titolo.

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Nel Negev, le vigne coprono il deserto

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I gialli, gli ocra, i rossi, qua e là le macchie scure degli arbusti. Poi all’improvviso il verde che non ti aspetti, quello tenero e rigoglioso di un vigneto.

Il deserto del Negev, che copre l’intero Sud di Israele, ha rappresentato sin dalla nascita dello Stato un incubatore di vita in condizioni difficili. Oggi dai suoi istituti di ricerca arrivano risposte alle sfide dello scombussolamento climatico. Come quella di crescere le vigne in condizioni di siccità.

È la specialità di Aaron Fait, biochimico delle piante che, nato e cresciuto tra i monti di Bolzano, è a capo di un laboratorio dell’Istituto Blaustein per le Ricerche del Deserto di Sde Boker, uno dei campus dell’Università di Ben Gurion. A Sde Boker, Fait è arrivato una decina d’anni fa, dopo la laurea a Tel Aviv, il dottorato al prestigioso Weizmann di Rehovot, e il post-dottorato in Germania. «A fare la differenza nel mondo della ricerca israeliana sono la meritocrazia e l’investimento sui giovani, compresa la possibilità di uscire dal Paese, sapendo di avere un posto dove tornare e, magari, che lo Stato ti metterà a disposizione un milione di dollari per creare il tuo laboratorio, come è successo a me».

Temperature che superano i 45 gradi, suolo salino, evaporazione media di 2 mila millimetri l’anno a fronte di piogge per meno di 100 sono i principali ostacoli per la viticoltura nel Negev. Per vincerli, Fait e la sua squadra reinventano una saggezza antica, declinandola nell’età dell’high-tech. «La vite è stata centrale nell’economia della regione per millenni grazie ad avanzate tecniche di conservazione dell’acqua – spiega, accogliendoci nel suo ufficio -. Con la conquista musulmana del VII secolo i vigneti sparirono per oltre mille anni.

Furono i grandi filantropi del progetto sionista a riportare qui la viticoltura. A essere introdotto fu però il metodo francese, che presuppone u n clima mediterraneo. E così le coltivazioni sorsero a Nord e in collina. Solo di recente si è tornati a guardare al deserto».

Negli ultimi anni la produzione di vino in Israele sta conoscendo una forte espansione- nel 2015 ha toccato i 40 milioni di bottiglie, 9 in più del 2014, e per il 2016 la cifra stimata è 49 milioni. Dei 20mila acri coltivati a vigneti, solo 250 si trovano nel Negev. Ma – assicura Fait – il numero cresce esponenzialmente e il lavoro quotidiano del laboratorio rappresenta un virtuoso tandem pubblico-privato.

«Collaboriamo con i vigneti commerciali – sottolinea lo scienziato -. Definiamo con le aziende l’esperimento: loro crescono le piante, noi andiamo sul campo a svolgere le misurazioni e ne condividiamo i risultati».

Tra le tecniche messe a punto ci sono teli di nylon per proteggere il suolo dall’evaporazione, reti colorate sui grappoli per far passare soltanto la quantità di luce necessaria perché il frutto maturi senza bruciare e un’irrigazione intelligente basata sui bisogni della pianta, rilevati da appositi sensori.

Le ricerche di Fait sono arrivate anche in Europa. Se in molte zone l’irrigazione dei vigneti in passato era considerata un tabù, i capricci del clima portano anche i più tradizionalisti a cambiare parere.

«Per esempio in Friuli dagli anni 2000 ci sono state ricorrenti ondate di siccità che hanno messo le vigne a dura prova. Così é nato il progetto “Irrigate”, a cui abbiamo lavorato con l’Università di Udine e con Netafim, azienda israeliana leader nell’irrigazione a goccia».

Anche se il legame con Italia rimane forte, a Fait il Negev é entrato nel cuore: «Lavorare nel deserto ha qualcosa di speciale. Quando esco dal laboratorio per una passeggiata, ho me stesso, il vento e basta. Una sensazione unica».

Rossella Tercatin, La Stampa, Tutto Scienze, 22 febbraio 2017

 

http://moked.it/blog/2017/02/26/nel-negev-le-vigne-coprono-deserto/

la terra è pregna di veleni

febbraio 27, 2017 Lascia un commento

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Terre avvelenate – di Tomaso Clavarino e Isacco Chiaf

Imperialismo tossico d’Alang

Lo chiamano “shipbreaking” e viene praticato, soprattutto, tra India, Pakistan e Bangladesh – “Là dove muoiono le navi” (4)

lunedì 27/02/17 05:46 – ultimo aggiornamento: lunedì 27/02/17 05:46

Dopo una vita media di circa trent’anni  in mare, cargo, petroliere e navi da crociera, sono vendute a dei cantieri per essere demolite, in modo anche da ricavare acciaio e altri materiali. Ogni anno circa mille navi vengono smantellante nel mondo, e la maggior parte di esse finiscono in India, Bangladesh e Pakistan. Il 70% delle navi smantellate annualmente viene portata ad Alang, in India, e a Chittagong, in Bangladesh, dove vengono letteralmente spiaggiate lungo la costa dove imprenditori senza scrupoli sfruttano il basso costo del lavoro e l’assenza di regole in difesa dell’ambiente per massimizzare i profitti.

Alang, in Gujarat, India, è la più grande area del  mondo dedicata alle attività di smantellamento della navi. Per decine di chilometri lungo la costa si susseguono cantieri che impiegano per lo più migranti provenienti dal Nord dell’India: dall’Orissa, dal Bihar e dall’Uttar Pradesh. I lavoratori vivono in baracche di legno e lamiera, senza acqua né elettricità. Le possibilità di fare ricerca e verificare i tassi di inquinamento e le condizioni dei lavoratori sono molto poche, in quanto i controlli da parte delle aziende e delle forze dell’ordine sono rigidi e i giornalisti non sono i benvenuti. Secondo Federico Demaria, uno dei pochi ricercatori ad aver svolto ricerche nell’area, esiste un “Sistema Alang”, che Demaria non esita a definire di stampo mafioso.

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“Là dove muoiono le navi” è una serie di quattro puntate nella quale si vuole provare a raccontare quali sono gli effetti di questa attività in Bangladesh e India. Ultima mèta del nostro viaggio:

uomini di peso… e monete

febbraio 27, 2017 Lascia un commento

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La nuova moneta da mezzo shekel introdotta nel settembre del 1985.La lira è lo stemma dello stato di Israele.

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Per intanto spieghiamo cosa è il siclo (sheqel)… senza darcela da professori in modo da evitare di ritenerci quello che non siamo… come spiega il rabbino con quanto scrive in basso.

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Il siclo (sheqel in ebraico) è un’antica unità di peso. Era in uso nel medio oriente e nella Mesopotamia. Per lo più si intende un’antica unità di peso ebraica. Il termine deriva dal verbo ebraico “shaqal”, che significa “pesare”[1]. Il valore è notevolmente variato nel tempo e nei diversi luoghi.

Con lo stesso nome si indicavano monete sia in argento che in oro del peso di un siclo. Sia i fenici che gli ebrei battevano sicli. In Mesopotamia veniva valutato 1/16 di darico (7,5 oboli attici), cioè mezzo grammo di oro.

L’uso di unità di peso come unità monetarie era comune nel mondo antico fino al Medioevo e ne è rimasta traccia fino ad oggi nel linguaggio: in inglese la parola pound indica sia la libbra che la sterlina, mentre in italiano le parole lira e libbra derivano entrambe dal latino libra, “bilancia”.

Il peso del siclo ebraico poteva variare tra i 10 e i 13 grammi. Un siclo valeva 20 ghere e cinquanta sicli formavano una mina.

Un talento era pari a 3000 sicli (circa 30–40 kg) come si ricava da Esodo 38, 25-26. L’armatura di bronzo del gigante Golia pesava 5000 sicli (1 Samuele 17, 5), cioè 50 – 65 kg.

Si pensa che i “30 pezzi d’argento” di Giuda fossero sicli di Tiro. Un siclo d’argento era allora il salario giornaliero di un bracciante.

L’attuale moneta di Israele ha nome siclo (sheqel).

(wikipedia)

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“Ciascuno di noi, nel contesto collettivo, non conta più di mezzo siclo.

Non di più, per non ritenersi indispensabile; ma neanche meno, per non considerarsi mai una nullità”


Benedetto Carucci,Rabbino.

(http://moked.it/unione_informa/170226/170226.html)

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