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david hockney alla tate britain

febbraio 14, 2017 Lascia un commento

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TATE BRITAIN

DAVID HOCKNEY

Until 29 May 2017
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David Hockney: “Vivo d’arte, libertà e risate, per questo adoro Roger Rabbit”

Intervista al grande pittore inglese che ci apre le porte della sua villa-laboratorio di Los Angeles: “Così lavoro tra disegno e iPad”

di DARIO PAPPALARDO

10 ottobre 2016

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LOS ANGELES – “Le spiace se fumo?”. David Hockney si accende la prima sigaretta seduto nello studio della sua villa sulle colline di Hollywood: un grande spazio bianco invaso dalla luce. Anche Uber si perde per arrivare quassù.

“Quando ho comprato la casa, all’inizio degli anni Ottanta, questa parte era un campo da tennis: l’ho trasformato in studio. Billy Wilder mi disse: “Strano: a Hollywood conosco per lo più gente che ha convertito studi in campi da tennis””. Alle pareti ci sono le ultime opere realizzate con l’iPad: ritratti di amici e collaboratori che frequentano la casa. Sul cavalletto il dipinto a cui sta lavorando adesso con le tempere, senza device: la terrazza blu del salotto con vista sulla piscina. Tutto intorno, su scaffali e carrelli, ci sono tubetti di colore Gold Open; decine di spatole, centinaia di pennelli su un grande mobile, una monografia di Giotto, gli accendini e i mozziconi per terra. “Sui pacchetti c’è scritto che il fumo uccide. Ma è una bugia. Tanti miei colleghi fumavano: Picasso è morto a 91 anni, Monet a 86, Matisse a 84, Renoir a 78. Churchill ha fumato dieci sigari al giorno per settant’anni ed è arrivato a viverne 90”.

E Hockney ride forte. “Oggi tutti hanno perso il senso dell’umorismo e invece ridere è importante. Cerco di concedermi almeno una sana risata al giorno”. Se ne concederà di più. Ha una polo arancione; i pantaloni, macchiati di blu e bianco, sono fermati dalle bretelle, l’i-Pad e il drink proteico sempre a portata di mano. Il più grande pittore vivente, dalle “30 sigarette al giorno e 10 la sera, solo Davidoff, me le portano dalla Germania” compie 80 anni l’anno prossimo. Taschen – l’editore Benedikt abita a 10 minuti lo celebra adesso con una monografia oversize che verrà presentata il 19 ottobre alla Fiera del libro di Francoforte. Il facsimile campeggia su un leggio. Hockney mostra orgoglioso pagina per pagina, opera per opera. Come fosse un ragazzo alle prime armi che deve far vedere il suo lavoro. Come se A Bigger Splash, le piscine di Los Angeles, i ragazzi in ammollo, il ritratto di Celia e Ossie Clark, i paesaggi dello Yorkshire non fossero nella testa anche di chi non li conosce, sulle copertine dei libri e nei musei del mondo. Riordina i fogli, ricorda a memoria ogni data. “Ci sono sessantadue anni di vita qua dentro”.

E l’agenda è sempre piena: a novembre la mostra dei ritratti realizzati con l’iPad a Melbourne; a febbraio la retrospettiva della Tate, poi il Centre Pompidou e il Met. A Venezia, invece, 82 Portraits e 1 Still Life, dopo la Royal Academy di Londra, arriverà a Ca’ Pesaro nel 2018. Il fedele assistente francese JP controlla gli appuntamenti sul portatile. Su un’altra parete campeggia uno schermo enorme collegato a una console. Gioca alla Playstation? “Yeah”. Dice di essere diventato sordo. Non ascolta più la musica, come quando portava gli amici in macchina sulla Pacific Ocean Highway, sparando Wagner a palla. Ma, nel silenzio di fondo, afferra ogni domanda e guarda dritto negli occhi.

Mr Hockney, quale è stato il suo primo incontro con l’arte?
“Mio padre, impiegato, mi portava al museo a Bradford, dove sono nato, nello Yorkshire. Anche se non c’era granché, solo pittori vittoriani. Ricordo la riproduzione di una strada dipinta da Cézanne appesa nella casa accanto alla nostra: per me era la cosa più bella vista da piccolo. Ma la vera scoperta è stata a Leeds, dove ho incontrato da vicino l’arte italiana, i francesi, Bonnard. Ho sempre voluto fare l’artista: a 7 anni lo sapevo già. A 16 ero alla Bradford School of Art e a 18 sono andato a Londra”.

Chi merita un ritratto da lei? Come sceglie i suoi soggetti?
“Sono per lo più amici. Non accetto commissioni. Non faccio ritratti a chi me lo chiede perché non devo passare il tempo a pensare di realizzare un’opera gradevole per qualcuno. Non devo compiacere, ma soddisfare solo me. Perché un buon ritratto funzioni dipende dal disegno. È tutto lì, nell’inizio. Quando si tracciano le prime linee. Se trovo piacere nel disegno, allora vado avanti. La natura non ama ripetersi. La cosa interessante negli esseri umani è che siamo tutti diversi, come i fiocchi di neve”.

Lei e Lucian Freud avete posato l’uno per l’altro.
“Ho posato per Freud per tre mesi, ogni giorno. Mentre dipingeva facevamo molto gossip. Lucian amava recitare la parte del principe delle tenebre, incoraggiava questa idea di lui, ma in realtà era un timido. Ha ricambiato il favore posando per me solo un pomeriggio per poche ore. Ma va bene così ( ride). Quando fai il ritratto a un artista, conoscere il suo lavoro ti aiuta”.

Oggi pochi artisti usano il disegno come base del loro lavoro. Pensa che chi non sa disegnare non sia un vero artista?
“Non è detto. Ma il disegno resta importante. È un modo di vedere e comprendere meglio la realtà che hai davanti. È qualcosa che appartiene alla natura umana. Come cantare, ballare. Si può chiedere a un bambino di non disegnare? Penso che oggi la fotografia sia molto più in crisi del disegno e della pittura: è un’invenzione chimica finita. Ora è tutto digitale. Si modifica ogni cosa. Chi può credere a una fotografia? Siamo tutti diventati fotografi. Così come siamo tutti diventati famosi con internet e quindi nessuno più lo sarà. I mass media per come li conoscevamo sono spariti e con loro le star. Brad e Angelina sono le ultime. E ora stanno divorziando. Il web e il digitale hanno distrutto un sistema, ma ne stanno creando un altro con potenzialità nuove, che dobbiamo cercare di comprendere”.

Per questo da sei anni utilizza anche l’iPad per disegnare e dipingere?
“L’arte deve capire la tecnologia, farla propria. La tecnolo- gia ha sempre cambiato il senso delle immagini e le immagini sono il potere. Se l’arte fa a meno delle immagini, perde ogni possibilità, ogni potere. Ho cominciato prima a dipingere con l’iPhone. Poi, nel 2010, ho subito preso l’iPad in California. In Inghilterra non ce l’aveva nessuno. Per realizzare un dipinto con l’applicazione Brushes impiego un’ora. Con l’iPad non hai bisogno di nient’altro: hai tutti i colori sempre con te. Il risultato è diverso rispetto a quello della pittura “vera”. Ma una cosa non esclude l’altra”.

Stampa sempre i dipinti che realizza con l’iPad?
“Sempre, perché rischi di perdere tutto sennò. Stampo con pigmenti veri, usando stampanti speciali”.

Dal 2013 è tornato a vivere stabilmente a Los Angeles. Perché ha scelto questa città?
“L’avevo scelta la prima volta per il sole. E poi è la città del cinema: Luci della città, Tempi moderni e Il grande dittatore di Chaplin, Biancaneve e i sette nani, Pinocchio, Cantando sotto la pioggia sono tutte grandi opere d’arte del XX secolo nate qui. Per non parlare di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Per me è un capolavoro assoluto: il primo film in cui i cartoni hanno dei contorni, si muovono nel mondo degli uomini. La storia del liquido che minaccia di distruggere Cartoonia, e quindi tutto il film, è una metafora del cinema. Ma adesso essenzialmente vivo a Los Angeles perché qui, a differenza di Londra, nessuno mi disturba: posso lavorare e basta. È la sola cosa che mi interessa fare, visto che sono diventato sordo. Alle 9 di mattina sono già nello studio e proseguo fino all’ora di pranzo. Poi stacco alle 5-6. La sera non esco mai, per le 9 vado a letto, a meno che non mi catturi una serie TV. Qualche sera fa ho visto I Borgia con Jeremy Irons dalle 6 a mezzanotte. Fantastico! Un’abitudine che non ho perso è quella di nuotare ogni giorno per mezz’ora”.

Le sue piscine sono delle icone dell’arte del XX secolo.
“Ne ho dipinte circa venti. Riuscire a rendere la trasparenza dell’acqua è una sfida complicata che mi elettrizza ogni volta. Ci sto provando anche adesso “.

Secondo Ai Weiwei tutta l’arte è politica. Ma la sua non lo è mai stata.
“Non sono sicuro che l’arte sia sempre politica. Forse in Cina ha un senso che lo sia. Ma per me no. Nemmeno la fotografia di guerra lo è. Mi lascia perplesso perché comunque ha bisogno di luce come il teatro. Io ho la vanità di un artista. Amo che le mie opere vengano viste. Può essere politico questo?”.

Segue il mercato dell’arte?
“Non sono mai stato interessato. Faccio quello che voglio ogni giorno. E il mercato fa quello che vuole: è una cosa folle, una lotteria. Due anni fa l’ha vinta chi ha comprato Balloon Dog di Jeff Koons”.

Non le piace Koons?
“Jeff Koons è ok. Le sue sculture sono buone. Mi piace quella del cane esposta all’ingresso del Guggenheim di Bilbao”.

La sua vita è stata piena di grandi incontri.
“Qui a Los Angeles tantissimi: Christopher Isherwood, Ed Ruscha… Truman Capote si vantava di avere la migliore cocaina del mondo. Ma il più divertente di tutti è stato Billy Wilder: collezionava foto erotiche e fumava molto: a proposito, è morto a 94 anni. Le sue battute erano fulminanti. Come quella dell’uomo che va dal medico che gli dice “Devo darle due brutte notizie: lei ha il cancro e l’Alzheimer”. E lui: “Per fortuna non ho il cancro””.

C’è un momento della sua vita a cui vorrebbe tornare?
“Ho fatto tutto quello che volevo fare. Non rimpiango nulla. Forse mi piacerebbe ridipingere il ritratto dei miei amici Ossie e Celia, che tanti conoscono e che è nella collezione della Tate. Come Picasso, quando lavoro mi sento un trentenne. Poi appena smetto sento che non è così. Per questo oggi lavoro più di ieri. Non mi piacciono i vernissage, aspetto che si spengano le luci per tornare qui nello studio. E ricominciare”.

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