leo longanesi,tanto per ricordarlo.

Leo Longanesi (1905-1957) è stato un giornalista, editore, pittore, disegnatore e aforista italiano.

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Di lui ne scrive Montanelli in vari suoi testi e commenti.Valeva la pena di saperne un pò di più almeno tramite wikipedia,mi sono detto ed allora ho messo giù di seguito quattro aforismi in croce che lascino intendere di che personaggio stiamo parlando,tanto per fare le presentazioni, ma dato che il meglio lo dimentico per strada invito i lettori a leggerne la biografia completa su:

https://it.wikipedia.org/wiki/Leo_Longanesi

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La fronda per Longanesi è una questione estetica: «I regimi totalitari non consentono la battuta di spirito ma essi hanno il merito, involontario, di suscitarla.

Nelle grandi pause liberali, lo spirito, il gusto del comico, l’ironia languono. La satira è tanto più efficace quanto più è rivolta contro regimi intolleranti»[2]; ma è anche una questione antropologica: «Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica»[2]; una questione editoriale: «Il Fascismo non ha tolto la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d’oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d’assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace, si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni»[2]; e una questione politica, perché il fascismo ha deluso le sue aspettative strapaesane: «Gerarchi: la grande attività di chi non ha nulla di serio a cui pensare»[2].

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Longanesi continua la sua militanza “strapaesana”, convinto che il disordinato sviluppo industriale degli anni cinquanta, il boom economico, la cultura di massa e il consumismo, con le loro ricadute sociali, stiano snaturando l’identità degli italiani, che per lui rimane quella contadina: «La miseria è ancora l’unica forza vitale del Paese e quel poco o molto che ancora regge è soltanto frutto della povertà.

Bellezze dei luoghi, patrimoni artistici, antiche parlate, cucina paesana, virtù civiche e specialità artigiane sono custodite soltanto dalla miseria. […]

Perché il povero è di antica tradizione e vive in una miseria che ha antiche radici in secolari luoghi, mentre il ricco è di fresca data, improvvisato […]

La sua ricchezza è stata facile, di solito nata dall’imbroglio, da facili traffici, sempre o quasi, imitando qualcosa che è nato fuori di qui.

Perciò quando l’Italia sarà sopraffatta dalla finta ricchezza che già dilaga, noi ci troveremo a vivere in un paese di cui non conosceremo più né il volto né l’anima».[19]

La politica, che dovrebbe governare la trasformazione dell’Italia da paese agricolo a potenza industriale, gli appare inetta a conservare un equilibrio tra tradizione e modernità: «Chi rompe, non paga e siede al governo»[19]; «Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa»[19];

«Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione»[19].

Longanesi ha forti riserve sulla stessa democrazia: «Il pericolo delle democrazie è il suffragio universale, cioè le masse.

Lasciare libertà alle masse significa perdere libertà»[2].

(Wikipedia)

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