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l’europa guarda a trump ma ne sa copiare solo le sparate

febbraio 8, 2017 Lascia un commento

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1913 Umberto Boccioni – Dinamismo della testa di un uomo.

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In Italia c’è ora il caso Raggi,sindaco di Roma cui non sanno più quali accuse muovere il tutto dovuto al fatto che è in carica da solo il 22 giugno 2016 ed in sette otto mesi ne ha combinate di tutti i colori secondo gli accusatori.

Chi c’era in carica prima di lei?

Non lo so,ma Grillo protesta e dice che i giornali sono tutti uguali,e che devono vendere per cui contano solo delle balle.

Necessità ed emulazione.

Tutti devono vendere e quelli di minore tiratura copiano da quelli più grandi.

Negli USA Trump è incazzato coi giudici federali dei quali non c’è da fidarsi e che lo hanno boicottato tutti quanti.

Il mondo oggi va così ma domani credo che sarà un pò meglio.

Ci conto.

Non ho mai pensato che New York fosse poi così dissimile da Londra o da Parigi che sono tutte città cosmopolite dove uno straniero non fa alcun effetto e dove trovi da mangiare forse anche la panissa vercellese.

Il paese vero non fa storia in queste metropoli che rappresentano la fetta di popolazione più intellettuale ed aperta alle novità.

Ma non pensavo che si arrivasse a tanta tensione anche da noi come si è vista esplodere sui nostri teleschermi dopo la vittoria di Trump,il Brexit,il NO referendario  e tanto ancora dovuto ai rifugiati e gli immigranti.

Grazie al cielo che c’è Sanremo.

A me pare più logico di guardare indietro a quando le cose parevano più calme,agli anni cioè in cui dal Commonwealth così come dal Portogallo e Cipro arrivavano a Londra in migliaia per prendere i lavori più umili che gli inglesi non volevano più fare.

E Londra non è scoppiata e neppure la Gran Bretagna nel suo insieme.

Hanno saputo resistere vicini gli uni agli altri per decenni salvo qualche sporadico incidente di colore razziale cui si è posto rimedio.O così pare.

Eppure ci sono stati momenti difficili e di grande disoccupazione anche a casa loro ma che bene o male sono stati superati.Poi è arrivato il referendum che pareva ad un espediente per una resa dei conti interna nel partito di governo.

Un Primo Ministro opaco ha giocato di rimessa ed ha fatto un goal ma non sappiamo ancora se nella propria rete o in quella degli avversari,per oggi non si sa come finirà l’incontro e già appaiono all’orizzonte nuovi imitatori tra coloro che cercano una facile vittoria tra le masse popolari per portarle alla rigenerazione.

Gli USA non sono l’Europa e a noi guardano quando ci sono degli affari da fare e dei dollari da guadagnare.

La loro macchina militare fa parte anch’essa della difesa di questi interessi.

Oggi sull’onda delle sparate di Trump che ha una dialettica aggressiva sembra che almeno a parole tutti quanti anche da noi abbiano il ricatto pronto e la minaccia di volere tornare per la propria strada senza però rendere edotto il popolo di come sarà fatta questa novità e che effetti avrà sull’economia e sul benessere delle Nazioni dell’Europa.

Nessuno infatti è in grado di predire il futuro e neppure di spiegare cosa sarebbe successo se gli italiani invece di votare NO avessero votato SI.

L’avessero infatti spiegato bene e nei dettagli,il referendum non l’avrebbero forse perduto.

Adesso si aggrega agli scontenti anche un paese come la Francia che nei secoli è stato un punto fermo di emancipazione sociale e rivoluzionaria oltre che un padre fondatore dell’Unione.

In breve senti tanti slogans che promettono una nuova epoca simile a quella cui ci eravamo abituati noi italiani quando dalle TV nazionali arrivava l’annuncio che ogni problema aveva trovato una soluzione : Fatto!

Se guardi allo spread odierno dell’Euro…che diavolo di un fatto (!)… è stato fatto?

Un bel nulla o giù di lì ed allora per che cosa si fa festa..?

Ci togliamo anche dall’Euro alla maniera di come fa lo struzzo e come conseguenza ci liberiamo anche da quel maledetto spread…che tormenta i nostri poveri conti economici.

Si torna ad indossare un bel paio di quelle antiche mutande svalutate… e facciamo coppia con chi più o meno sia conciato come noi.

E ce ne sono.

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I populismi che agitano il 2017

Un anno pieno di insidie per l’Europa

di Mattia Cavadini

Il ritorno del populismo è senza dubbio l’evento politico e culturale che maggiormente connota e scuote questo inizio di millennio. Il 2017 sarà l’anno delle elezioni in Francia, Olanda, Germania e molto probabilmente anche in Italia. Dopo il successo dei partiti populisti (a matrice euroscettica) nell’Europa centro-orientale (Austria, Polonia e Ungheria), in quella del Nord (Danimarca, Svezia e Finlandia) e in quella del Sud (Grecia e Cipro) ora sarà il cuore dell’Europa a dover testare il suo grado di populismo. Per un quadro del successo generalizzato del populismo autoritario in Europa (con la Svizzera che fa bella mostra di sé posizionandosi al 5 posto) riportiamo qui di seguito l’indice elaborato nel 2016 dell’istituto di ricerca svedese Timbro, che valuta 33 paesi.

INDICE DEL POPULISMO AUTORITARIO, 2016

Cavalcando la crisi economica e appellandosi alla dimensione primordiale e arcaica dell’identità (etnica, religiosa, culturale), il populismo sta avanzando ovunque: in Europa (dove le lacrime della bancarotta finanziaria e la crisi del welfare faticano ad essere riassorbite), in Asia (si pensi soprattutto alle Filippine di Rodrigo Duterte) e negli Stati Uniti (dove alla Casa Bianca non siede più un partito ma, come ha detto il presidente Trump, siede il popolo stesso).

La ricetta è semplice: voi (popolo) siete stati traditi dall’establishment, noi intendiamo restituirvi io maltolto, riattribuendovi dignità e sovranità. Si tratta di una ricetta anti-sistemica, in grado di parlare alla pancia di tutte le persone insoddisfatte, indipendentemente dalla loro cultura, dalla loro formazione e dalla loro eventuale ideologia politica. La proposta è sempre la stessa: smantellare il sistema politico vigente per sostituirlo con un fantomatico governo del popolo, di cui il partito o movimento populista si arroga il ruolo di portavoce. I capisaldi della chiamata alle urne sono: lavoro per tutti, basta politiche di austerità economica, contenimento dei flussi migratori (con il corrispettivo della salvaguardia della società indigena), difesa dei confini nazionali e innumerevoli proclami si stampo protezionistico, patriottico e nazionalistico.

Gli equivoci concettuali su cui si fonda il populismo sono evidenti. Il primo equivoco è che il popolo non può essere considerato come un’entità uniforme (il popolo è fatto da individui con aspirazioni, idee, interessi e valori diversi) se non nel completo oltraggio dell’individualità dei singoli cittadini; in secondo luogo far credere che il volere di questo fantomatico popolo coincida con quello del leader populista è un atto di presunzione e di ipocrisia (doppia ipocrisia: perché significa far credere che il popolo ha un solo volere, e che il suo leader, invece, non ha alcun volere: nessun interesse, nessuna idea politica, nessun programma da realizzare).

Il populismo, però, non parla alla testa delle persone, ma alla loro pancia, per cui, giustamente, si fa beffe degli equivoci concettuali. Cerchiamo allora di capire perché, oggi, la pancia della gente è affamata di populismo. Sotto questo aspetto, il populismo appare come una risposta, confusa ma legittima, al sentimento di abbandono, di avvilimento e di disillusione che sempre più persone nei Paesi sviluppati provano di fronte alla globalizzazione, alla corruzione, alla crisi finanziaria e all’ascesa della disuguaglianza.

Ciò che viene represso e avvilito dal sistema economico globalizzato sembra ritornare in ambito politico con l’insorgenza di ossessioni arcaiche di identità (etniche, religiose, culturali).  La sensazione è che il capitalismo globale (sostenuto dalle cosiddette élites, dalle organizzazioni internazionali, dai partiti e dai governi che ad esse si richiamano) stia lasciando sul campo molte vittime (disoccupazione, precariato, dumping, assistenza) di cui i populismi (con la loro ricetta nazionalistica e pseudoprotezionistica) cercano di farsi carico, con tutte le contraddizioni del caso. Prima fra tutte è che mentre i beni continuano a circolare liberamente, nuove barriere vengono erette per separare le persone (dai muri veri e propri come tra Usa e Messico alla riaffermazione di identità nazionalistiche).

Nonostante gli equivoci e le contraddizioni, c’è però una verità che va presa in seria considerazione. Il populismo, in questo periodo di crisi, di disillusione, di rabbia civile e sociale, sembra essere l’unica alternativa ai partiti tradizionali (e, più in generale, all’establishment politico). Un’alternativa che il sistema potrà arginare solo facendo una severa autocritica e sottoponendosi a una radicale riforma di se stesso, a partire da ciò che non funziona (ovvero: snellendo la burocrazia, arginando la deregulation, facendo interagire il welfare state con il capitalismo globale, trovando delle politiche che sappiano essere glocal e che sappiano riposizionare i cittadini all’interno delle dinamiche decisionali). In questo modo, quello che oggi appare come il principale nemico dei partiti tradizionali, il populismo radicale avrà, forse, dei competitors credibili in grado di limitarne la forza seduttiva.

http://www.rsi.ch/cultura/scienza-storia-e-societa/I-populismi-che-agitano-il-2017-8680729.html

falso d’autore

febbraio 8, 2017 Lascia un commento

Dai a ogni giornata la possibilità di essere la più bella della tua vita. (Mark Twain)

Che sia mia nonna paterna lo possono confermare qualche parente oltre al resto di sue foto che possiedo a casa ma la sorpresa è di vedere come cambino i tempi ma non l’abilità umana quando si tratta di metterci una pezza su certe situazioni.

Diciamo che dal 17 novembre 1938 data dell’entrata in vigore delle leggi razziali in Italia sino alla fine della guerra avvenuta a Milano il 29 aprile del 1945 era meglio non chiamarsi Levi di cognome.

Ed ecco che anche mia nonna si presenta in una veste nuova:

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e diventa Rossi…

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la data del documento di identità falso è del 10 febbraio del 1945,probabilmente ce n’era un altro precedente utilizzato dopo il 8 settembre del 43 ma è andato perso,infatti la sua residenza negli anni bui era stata Canelli in provincia di Asti dove si era rifugiata da Torino per evitare la deportazione unitamente a mio padre,suo figlio.

Dando un’occhiata vedo che il nome del padre fu Giacomo è corretto,ma la madre di cognome Avigdor diventa Malagola che forse dava meno nell’occhio a Milano essendo più comune,la data di nascita era il 27.7.1872 e diventa 1892,insomma l’hanno ringiovanita di vent’anni,luogo di nascita che qui leggo Pisa era in realtà Torino,mentre a Pisa era nato suo marito oramai defunto.

La calligrafia della firma è la sua originale.

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Questa tessera ferroviaria la utilizzava mio padre che divenne pendolare dopo il 1938 avendo perso il lavoro sempre per le stessse leggi e da Vercelli con documenti falsi si trasferiva a Biella al lanificio Rivetti dove in incognito lavoravano anche altri ebrei.E’ del 25 giugno del 1943.

Pur essendo figlio di sua madre che era divenuta Rossi ved.Torres lui appare con cognome Trusiano e gli attaccano solo un paio di anni in più.La calligrafia della firma è la sua.La foto è stata ritagliata da mia madre ma è l’originale.

La data sul retro della foto è 1937.

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Falsi made in Italy   (TiPress)

La frontiera delle falsificazioni

Aumento di documenti contraffatti anche in Ticino – Scoperti oltre 800 nel 2016, 250 negli ultimi 3 mesi

mercoledì 08/02/17 05:59 – ultimo aggiornamento: mercoledì 08/02/17 06:02

Il numero di documenti contraffatti rinvenuti alla frontiera è aumentato in maniera esponenziale. Lo conferma Mirco Ricci, portavoce delle Guardie di Confine (regione IV).

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