1982 terza parte

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Margareth Thatcher

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1982.Un giovane scrittore americano* che decide di farsi a piedi in treno ed in corriera tutta la costa del Regno Unito e scende dalla costa scozzese a quella britannica…”vide un contadino che arava una sottilissima striscia di terra dietro ad una fabbrica abbandonata,vide capanne con orticelli pieni di cavoli e fagioli,oche e maiali,tutto ugualmente malaticcio e ricoperto di fuliggine.Sembrava di essere in Cina (fabbriche nere,orti minuscoli ma indispensabili,e quel genere di disperazione che non può essere mascherata).

Mi dissero che la situazione del lavoro era terribile,e che la città stava morendo.

“A Edinburgo mi informarono della possibilità di uno sciopero delle ferrovie che nel giro di pochi giorni avrebbe paralizzato l’intero paese.Questa notizia non aveva destato grande impressione,quel genere di scioperi che dalle altre parti avrebbe creato scompiglio e costernazione in Gran Bretagna poteva creare la più grande eccitazione come pure l’indifferenza più totale.

I britannici erano fatalisti,questa era l’origine del loro cinismo,ma era anche ciò che li rendeva in grado di sopportare le disgrazie.

“Non bisogna lamentarsi”.

Un impiegato dei grandi magazzini etc etc mi disse:molti ragazzi che hanno finito la scuola sei o sette anni fa non hanno mai trovato lavoro.Sul giornale si trova ancora qualche offerta,ma questi ragazzini preferiscono rimanere disoccupati,hanno lasciato la scuola a sedici anni e oramai hanno assunto una mentalità da sussidio di disoccupazione.Nessuno vuole assumerli e loro non hanno voglia di lavorare,hanno scoperto che possono farne a meno,è questa la differenza tra il presente ed il passato della storia industriale inglese,siamo riusciti a produrre una generazione di fannulloni.

Costui covava del rancore,ma che ci fosse o meno qualcosa di vero nelle sue parole,qui non c’era lavoro.Le offerte del giornale erano poche e quasi tutte richiedevano esperienza e specializzazione.

“Capite,è colpa dei negri mi disse un signore dall’aspetto rispettabile,noi bianchi siamo la popolazione originaria di questo paese,ma loro fanno le leggi solo per i negri…

Per questo tutto sta andando a rotoli.

omissis…un altro intervistato trovato a caso per la strada…Il mio errore è stato di stare troppo a lungo a fare lo stesso lavoro…e questo ebreaccio anche se non ho niente contro la sua religione mi ha sfruttato.

Lavoravo duro ma quando il salario minimo aumentò…il padrone mi disse che non poteva darmi tanto.Dove li trovo tutti questi soldi ? disse…così decisi di andarmene…gli spiegai cosa me ne facevo del suo lavoro e me ne trovai un altro.

C’è sempre del lavoro per quelli che lo cercano.

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Tratto dal Fatto quotidiano…una risposta.

La Gran Bretagna negli anni ’60 e soprattutto negli anni ’70 aveva sperimentato un lento e grave declino. Il concetto stesso di “declino” per gran parte del novecento è stato legato proprio alla Gran Bretagna, paese che aveva avuto una leadership tecnologica ed economica per un secolo, un vasto impero, un grande peso nella politica internazionale. Negli anni ’60 e ’70 tuttavia si era avuta una perdita forte di competitività. Mentre i paesi dell’Europa continentale (Germania, Italia e Francia) avevano sperimentato un rapido processo di catching up nei confronti degli Stati Uniti, la Gran Bretagna era rimasta indietro e anzi aveva perduto parte rilevante del proprio vantaggio relativo.

Al centro del “male britannico” vi era un forte conflitto distributivo tra capitale e lavoro. Il 5 agosto 1974 il Times titolava: “Nel destino della Gran Bretagna c’è un colpo di Stato militare”, si trattava di un articolo di Lord Chalfont, ministro della Difesa laburista, che prevedeva come sbocco al clima di conflittualità diffusa un putch. Cito questo esempio solo per dare un’idea di quale clima si respirasse in Gran Bretagna (e in buona parte dell’Europa, a metà degli anni ’70).

Il prezzo delle materie prime e delle derrate alimentari era in forte crescita. Il Club di Roma nel 1972 aveva pubblicato un Rapporto sui Limiti della crescita nel quale si preannunciava l’imminente esaurimento del petrolio e delle principali materie prime. I tassi d’inflazione erano a due cifre e in crescita. Il sistema dei cambi fissi che aveva regolato il commercio mondiale per tutto il dopoguerra si era disfatto ad agosto del 1971. La produttività era in calo. Il prodotto per ora lavorata si era dimezzato tra il 1973 e il 1979. Aspro, continuo, profondo era il conflitto nelle fabbriche tra operai e imprenditori. La domanda intanto era caduta anch’essa, con una spirale di caduta della produzione, conseguente caduta dell’occupazione e aumento del conflitto tra sindacato e padronato.

La spesa pubblica, soprattutto per fini di welfare, era cresciuta molto. Dalla fine degli anni ’60, si era avuto un forte aumento delle assunzioni pubbliche: insegnanti, medici, lavoratori sociali. Vasti settori erano di proprietà dello Stato. Il partito laburista aveva ripetutamente prospettato piani di nazionalizzazioni di vasti settori produttivi per contrastare la crisi. Lo spettro dell’iper-inflazione, alimentata dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dal conflitto tra capitale e lavoro, stava provocando un impoverimento dei ceti medi con lavoro dipendente. Nel 1979 l’inflazione in Gran Bretagna era del 18 per cento (in Italia del 21 per cento).

Sembrava trovare conferma insomma la tesi di Kalecki che nel 1943 aveva scritto un famoso saggio “Political Aspects of Full Employment” nel quale aveva sostenuto che la piena occupazione non fosse compatibile con il capitalismo. Se per troppi anni c’è pieno impiego, il licenziamento cessa di essere una misura che disciplina gli operai e i lavoratori e questo alimenta richieste e aspettative crescenti di redistribuzione del reddito dal profitto ai salari. Ma questo meccanismo finisce per minare le basi del processo di crescita e quindi porta alla crisi sistemica.

Ebbene, in questo quadro di crisi profonda e protratta, la Thatcher ebbe la forza di proporre un disegno di riforma organica dell’economia e della società.

L’idea di base era quella che solo l’impresa e l’iniziativa privata fossere in grado di scongiurare il declino e far tornare a crescere la Gran Bretagna. Bisognava quindi abbandonare le politiche stataliste e restituire all’impresa la centralità smarrita. Allo stesso tempo si trattava di ridurre lo strapotere delle Trade Unions, i sindacati britannici che si erano radicati in molti settori produttivi. La Thatcher quindi avviò un vasto programma di privatizzazioni che fu aperto dalla vendita ai privati nel 1979 della British Petroleum. La Thatcher si fece portatrice di un disegno di riduzione della presenza dello Stato, di lotta all’inflazione come priorità della politica economica e di rilancio dell’iniziativa privata. La Thatcher si conquistò il soprannome di Lady di ferro per la determinazione con la quale si impegnò nella realizzazione del suo programma. Memorabile fu lo scontro con i minatori del Galles e del nord dell’Inghilterra a seguito della decisione governativa di chiudere le miniere. La Thatcher voleva che si creasse in Gran Bretagna un capitalismo popolare, favorì pertanto la vendita delle azioni delle imprese privatizzate ai piccoli risparmiatori.

La soluzione thatcheriana divenne la ricetta della nuova destra: meno spesa pubblica, liberalizzazioni, più concorrenza, privatizzazioni, riduzione del potere dei sindacati, diffusione dell’azionariato, e così via.

Dopo un decennio nel quale il pendolo aveva oscillato verso il lavoro, il socialismo, l’intervento pubblico (gli anni ’70) si ebbero decenni di centralità del mercato e dell’impresa.

La politica thatcheriana diede i suoi frutti dopo circa un decennio. La Gran Bretagna uscì dal declino al quale sembrava condannata.

Ci furono costi ovviamente. L’industria manifatturiera britannica subì un forte dimagrimento. I servizi divennero il cuore dell’economia e la City finanziaria in particolare aumentò il suo peso e il suo ruolo. Parte del sistema di welfare venne smantellato. L’ineguaglianza nella distribuzione del reddito aumentò significativamente. Ma questo in parte era un disegno voluto a compensazione dell’eccesso di egalitarismo vissuto negli anni ’70.

Non si può fare un’analisi completa dell’esperimento thatcheriano in poche righe di un blog. Quindi è chiaro che andrebbero valutati molti più aspetti.

L’elemento interessante è tuttavia legato al fatto che la Gran Bretagna è uno dei pochi casi di un paese in declino che seppe invertire la rotta. La Thatcher – a differenza dei politici italiani – ebbe il coraggio delle proprie azioni. Nel pieno delle contestazioni durissime che la signora di Ferro subì, amava ripetere : “Vado avanti, la storia mi darà ragione”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/thatcher-la-storia-le-ha-dato-ragione/555617/

(*Paul Theroux Da costa a costa,in viaggio alla scoperta dell’Inghilterra.Ediz.Frassinelli.)

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