chi stà coi buhaioli?

Dai a ogni giornata la possibilità di essere la più bella della tua vita.

(Mark Twain)

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Maledetti toscani!

aarton615
Pronunciata con rabbia, con spirito, con invidia, con disprezzo, con affetto, quest’espressione è ormai da tempo entrata a far parte del lessico comune. Maledetti toscani, che si sentono sempre superiori a tutti gli altri italiani. Maledetti toscani, che riescono ad ironizzare sulla situazione più tragica e a creare imbarazzo nel momento di maggiore allegria. Maledetti toscani, che credono di poter dare lezioni a tutti perché “la lingua italiana l’hanno inventata loro”. Maledetti toscani, che se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Maledetti toscani, che si amano e si odiano.
Indispensabile per un vero toscano, ma consigliato anche a chi toscano non è, conoscere il libro attraverso il quale l’autore ha regalato alla lingua italiana questa arguta espressione. Questo non solo per arricchire il proprio bagaglio culturale, ma anche e soprattutto perché si tratta di un libro incantevole, pervaso allo stesso tempo da una tagliente ironia e dalla poesia più accorata.

“Maledetti toscani” non è un romanzo, anzi, per la sua struttura è affine piuttosto ad un saggio; ma non è neppure un saggio, perché non s’è mai visto un saggio scritto con un linguaggio tanto vivo e partecipe. Normalmente, un saggio è poco più di un testo di studio, redatto con tono freddo ed espositivo. Non è questo il caso di Malaparte, che in questo libro usa parole argute, ironiche, appassionate e grondanti amore. Di questo si tratta: una lunga e sincera dichiarazione d’amore per il popolo toscano. Il che non implica certo disprezzo o snobismo verso gli altri popoli d’Italia: Malaparte tiene a sottolineare che i toscani non sono ne’ migliori ne’ peggiori degli altri italiani. Semplicemente diversi, ed è di questa diversità ed unicità che vanno fieri. Consapevoli, dice Malaparte, di non essere particolarmente amati nelle altre regioni, essi trovano nei loro “cugini” umbri un’affinità di carattere ed abitudini che non riscontrano in nessun altro popolo d’Italia. Proprio al popolo umbro è dedicato l’unico capitolo del libro nel quale non si tratta di toscani, almeno non direttamente. Malaparte, però, doveva avere una predilezione per certe province, e di quelle e dei loro abitanti ha parlato più diffusamente in questo libro. Principalmente di Prato, essendo lo stesso Malaparte di origini straniere ma di nascita pratese. Affacciato al balcone della “Stella d’Italia” (l’hotel che oggi non esiste più), Malaparte ci fa respirare l’aria di una sera pratese e ci stupisce raccontandoci dei cenciaoli e di quello che trovavano al disfare le balle di stracci arrivate da tutto il mondo, perché tutti gli stracci, dice, finiscono a Prato. Passando per i senesi, per i fiorentini, per il campigiani, raccontandone i caratteri così simili eppure così diversi, si arriva ai livornesi e ad una stupenda descrizione del quartiere della Venezia e delle semplici abitudini di chi ne abita le suggestive case. Sembra di sentire lo sciabordio dell’acqua, lo sbattere delle persiane, le risate delle donne, il chiamare da finestra a finestra.

E’ un mondo che sta sparendo, così come si sta corrompendo anche il carattere dei toscani che Malaparte descrive con tanto affetto. Oggi siamo appiattiti, risucchiati dalla fretta e dallo stress, impoveriti dal punto di vista culturale e relazionale: non è un problema solo dei toscani, ma forse la lettura di un libro come “Maledetti toscani” potrà farci riflettere su quello che stiamo perdendo.

© Riproduzione riservata

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“Solo io ho perso. Lascio la mia poltrona”(©Keystone)

Il gesto onesto di Renzi

Il presidente del Consiglio in carica pronto a salire al Quirinale per dimettersi – Il commento di Nicola Agostinetti

lunedì 05/12/16 12:23 – ultimo aggiornamento: lunedì 05/12/16 12:24

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Chi conosce Roma lo sa. Tra il Quirinale e Palazzo Chigi c’è un intricato dedalo di viuzze, splendide ma dissestate, ci sono scorciatoie allettanti e vicoli ciechi. Ci sono passaggi impervi ma obbligati, ci sono inaspettati scherzi del barocco. Dal suo studio alla Vetrata, il presidente della Repubblica, ha una vista meravigliosa anche se oggi avvolta in una insolita bruma. Vede un Senato che, condannato a morte, aveva già fumato la sua ultima sigaretta prima che arrivasse l’insperata grazia. C’è un istituto oscuro chiamato CNEL dove si sta organizzando l’aperitivo di Natale, già depennato frettolosamente dall’agenda. C’è una legge elettorale monca, partorita dopo un decennio di litigi, durata nemmeno sei mesi e mai utilizzata. C’è un bicameralismo non solo perfetto, ma anche intatto e fiero.

E poi, come non vederle, tra la grande bellezza, ci sono anche un sacco di macerie politiche. C’è un ragazzotto che voleva rottamare tutto e tutti, che sta assaporando l’amara legge del contrappasso. Rimane l’unico leader, Berlusconi dixit, ma l’Italia non ne vuole più sapere. Bruciato, rottamato. In mille giorni, la sua proverbiale fretta sembra averlo portato unicamente ad entrare di diritto nell’odiata casta. E ci sono i rottamati, che rottamati in realtà non erano, ma accucciati nella fragile ombra renziana pronti a rispuntare fuori. D’Alema, De Mita, Brunetta, Fassina. C’è un PD che è tornato a fare ciò che gli riesce meglio e cioè perdere. C’è un centrodestra acefalo e rabbioso, incapace di superare il berlusconismo, figuriamoci ora, con un ex cavaliere ritornato pimpante in sella. Infine c’è Beppe Grillo, vero trionfatore di questo referendum, nonostante le tante polemiche e contraddizioni del suo movimento.

Da qui si deve ripartire. Dalla palude, dai partiti in frantumi, da una classe dirigente disorientata e azzoppata. E dall’eredità lasciata da Renzi. Dall’esercizio democratico che ha preteso, alla ricerca di legittimità popolare che nessun leader al mondo – chi supererebbe il 50 percento di consensi? – avrebbe saputo ottenere.

Lo reputavano in molti un tiranno, un burattino in mano alle banche e alle multinazionali, un imbroglione che i voti se li compra o addirittura li cambia dentro l’urna cancellando croci fatte da matite truccate. Niente di tutto questo. Matteo Renzi ha scelto di sottoporsi al giudizio popolare, andandosene riconoscendo la sconfitta e gli errori, e accompagnato da un gesto umile, trasparente ed onesto.

Almeno questo non lo si rottami.

Nicola Agostinetti (corrispondente RSI a Roma)

http://www.rsi.ch/news/mondo/Il-gesto-onesto-di-Renzi-8413375.html

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