trump e renzi…alle manovre

Dai a ogni giornata la possibilità di essere la più bella della tua vita.

(Mark Twain)

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arenzi-camicia
Quando in Italia abbiamo un governo dopo poco non lo vogliamo più.E questo di solito succede quando si inizia a parlare di cose serie o si intravedono delle difficoltà a realizzare qualche piano di risanamento.
Non c’è scampo.
Ma come… se Renzi ti era tanto simpatico all’inizio com’è che…bene ora non lo voglio più.
Il SI e il NO sono divenuti dei rompicapo terribili ed abbiamo messo da parte tutto pur di concentrarci per questo fatidico incontro con le urne.
Possono venire un altro terremoto o un’alluvione ma lo spazio è quello lì,si parla solo più di politica e di governi futuri,di assetti nuovi e di quello che faranno e di come lo faranno… di chi verrà prepensionato e di chi verrà ripescato… per arrivare a Bruxelles e darsele con Juncker e la povera signora Merkel che è sempre tirata in ballo come la nemica quando da noi le cose vanno come vanno.
Male.
Il TG1 delle ore 20 questa sera ha caricato Renzi mica male per bocca dell’Economist.
Gli inglesi…anche questi come il Financial Times auspicano una vittoria del NO per mille ed una ragione e se ho capito bene augurano al paese un altro governo tecnico.
Poi và a vedere chi è l’azionista di riferimento non da molto dell’Economist Group proprietario del settimanale e trovi (wikipedia) che dal 2015 al 43,4% c’è la Exor.
Sono inglesi?
Non lo so.
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Donald nella tana del New York Times: “Sfortunatamente vi leggo tutti i giorni”

Il presidente eletto prima cancella l’incontro, poi si presenta in redazione: ed è uno show
AP

Il presidente eletto Donald Trump al suo arrivo nella sede del «New York Times»

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PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK

Gli Stati Uniti non devono impegnarsi nella costruzione delle altre nazioni; la guerra in Siria va fermata, secondo una strategia che conosce solo lui e non intende spiegare; fosse per lui, sarebbe tranquillamente in grado di gestire il governo americano e le proprie aziende; Obama si è comportato molto bene, lo stima, e lo ha avvertito di un grande problema da risolvere, che però non può rivelare; legge sempre il «New York Times», suo malgrado, perché senza vivrebbe vent’anni di più.

 

La lite con le tv  

Eccovi alcuni estratti della prima intervista in live tweeting mai fatta da un presidente eletto degli Stati Uniti. Ieri mattina Trump aveva in programma un incontro con i vertici del «New York Times», dopo la lite del giorno prima con i capi delle grandi televisioni americane, a cui aveva rinfacciato di essere dei «bugiardi e disonesti», che non avevano capito nulla di cosa stava avvenendo nelle elezioni presidenziali, perché avevano gli occhi tappati dalla loro partigianeria a favore di Hillary Clinton.

 

Verso le sei del mattino il presidente eletto ha fatto sapere al mondo via Twitter che l’appuntamento era annullato: «Hanno cambiato le regole in corso, non sono stati gentili, non ci vado più». Il «Times» aveva risposto, altrettanto pubblicamente, che le regole erano sempre rimaste le stesse: incontro con i vertici, ma almeno in parte on the record, a differenza di quanto era accaduto con i capi delle televisioni. Quindi possibilità di riportare quello che diceva. Qualche ora dopo Trump ci ha ripensato, ed è entrato nei corridoi della «Grey Lady», la signora in grigio, il giornale di riferimento degli Stati Uniti. È passato davanti ai ritratti dei suoi predecessori e di altri grandi uomini del passato, per sedersi intorno a un tavolo con l’editore Arthur Sulzberger, il ceo Mark Thompson, il direttore Dean Baquet (un nero), Tom Friedman, Maureen Dowd, e tutti i reporter che hanno coperto la sua campagna e lo seguiranno alla Casa Bianca.

 

Siccome la storia mediatica del momento è che Trump usa i social per scavalcare i vecchi mezzi di comunicazione, e rivolgersi direttamente al popolo, il «Times» lo ha preso in parola e si è rivolto direttamente al popolo. Eric Lipton e Mike Grynbaum hanno rivelato la lista dei presenti e il tono. «Se vedete qualcosa che non funziona nella mia amministrazione, venite a dirmelo. Arthur può chiamarmi quando vuole», ha cominciato Donald.

 

La diretta su Internet  

Poi Maggie Hamerman e Julie Davis hanno cominciato il diluvio dei tweet di cronaca. Sul conflitto di interessi: «Presumo che dovrei fare un blind trust, farò qualcosa. Però sarei perfettamente in grado di gestire contemporaneamente la Casa Bianca e le mie aziende». Su Steve Bannon, consigliere strategico accusato di razzismo: «Breitbart, il suo sito, è soltanto un mezzo di informazione. È conservatore, ma fa il vostro stesso lavoro. Quello che state dicendo su Bannon è totalmente ingiusto. Se avessi il minimo sospetto che fosse un razzista, non lo assumerei». Sui neonazisti che hanno gridato «Hail Trump» a Washington: «Li ripudio». Sul rapporto con l’establishment repubblicano: «Lo Speaker della Camera Paul Ryan e il leader del Senato Mitch McConnell mi amano. Anche il leader democratico, Charles Schumer, mi piace». Su Barack Obama: «Mi piace, ha detto cose belle di me, e io di lui. Mi ha spiegato qual è secondo lui il problema principale, ma adesso non posso dirvelo». Sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo: «Non credo che dobbiamo fare i nation builder», i poliziotti del mondo e i costruttori delle democrazie, come all’epoca di George W. Bush e i neocon. Sulla Siria: «Dobbiamo risolvere il problema. Io ho un’idea diversa da quella di tutti gli altri». Sul Medio Oriente: «Amerei essere la persona che fa la pace tra israeliani e palestinesi».

 

Alle 2,15 del pomeriggio l’incontro finisce, e comincia una nuova era nella storia delle comunicazione e degli Stati Uniti.

 

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http://www.lastampa.it/2016/11/23/esteri/donald-nella-tana-del-new-york-times-sfortunatamente-vi-leggo-tutti-i-giorni-1VEpU82Nu3KWmGcrS47eLI/pagina.html

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