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opinioni: vino da guardare più che non da bere

Vini da collezione: quali, come, quanto valgono. Meglio berli

SCRITTO DA LAURA D’ETTOLE |    Ottobre 2000

Vecchie bottiglie in cantina

C’è stato un momento, negli anni ’70, in cui collezionare vini era quasi uno sport nazionale. Si comprava di tutto: dal vinaino sotto casa, dal contadino, nelle sagre di cui l’Italia allora era ancor più ricca di adesso. E si accumulavano bottiglie in cantina (per i più fortunati), in garage, in cucina, e negli armadi perfino. L’Italia, e la Toscana in particolare, è piena di queste collezioni nate impetuosamente e spontaneamente negli anni. Ma quanti, dei pazienti accumulatori di allora, hanno la speranza di ritrovarsi oggi un tesoro in cantina?
“In realtà sono ben pochi i vini da invecchiare – avverte Leonardo Romanelli, giornalista e sommelier -. Vanno collezionati solo quei vini che, per le loro qualità organolettiche, acquistano caratteristiche positive con la conservazione in bottiglia”. E comunque sia non vale la pena invecchiare un vino sconosciuto, se si punta anche ad una valorizzazione commerciale della collezione: sono rari i vini che passano dall’oscurità alle luci della ribalta. Quelli che riescono a raggiungere valutazioni milionarie sono soprattutto i prodotti di case vinicole che hanno già un’immagine di mercato consolidata nel tempo.
Fondamentale, poi, è la tecnica di conservazione. L’ideale è tenere il vino in un luogo a temperatura costante – circa 14° – per tutto l’anno, e al buio, perché la luce ne rovina il colore. Il clima deve essere bilanciato: né troppo secco, perché c’è il rischio che i sugheri si restringano facendo filtrare il vino; né troppo umido, perché si creano muffe che rovinano le etichette dei vini. E non è cosa da sottovalutare, perché un’etichetta deteriorata porta ad un deprezzamento del vino di oltre il 30%. La posizione delle bottiglie inoltre deve essere rigorosamente orizzontale, perché il vino stando a contatto con il tappo lo rende più elastico e dunque a chiusura “stagna”.
Il vino bianco e lo spumante devono essere tenuti in basso, dove la temperatura è più fresca; il rosso più in alto.
Come si fa a capire se un vino è ben conservato, e dunque se ha anche accresciuto il suo valore nel tempo? Già prima di aprirlo ci sono dei cattivi segnali: per il bianco il colore più dorato di com’era all’origine; per il rosso una coloritura più tenue. Per entrambi, una diminuzione del liquido significa che è avvenuta un’evaporazione, che ne ha compromesso irrimediabilmente le caratteristiche. Quando si arriva a stappare la bottiglia c’è il momento della verità. Dobbiamo dire addio al vino che sa d’aceto, ma bisogna fare altrettanto anche con quello che sa di marsala: significa che sono intervenuti dei processi di ossidazione irreparabili. E comunque sia, per il vino che ha superato tutte le prove possibili, c’è l’ultimo banco di prova: il sapore. Un vino impoverito, che scorre in bocca come acqua, non ha più valore: l’invecchiamento gli ha fatto perdere tutta la sua potenza. Quanto può durare il processo d’invecchiamento di un vino? Qualche tempo fa ne fu degustato uno che aveva raggiunto la venerabile età di cento anni. Ma sono casi rari. “In realtà un vino dovrebbe essere bevuto in base al suo specifico ciclo vitale – ricorda Romanelli -: il tempo d’invecchiamento massimo può raggiungere i 10-15 anni”. Dopo le bottiglie diventano praticamente oggetti d’antiquariato. Diverso il discorso per i vini zuccherini, come ad esempio il vin santo, il Moscadello, o il ben noto Sauternes. In questo caso il ciclo vitale si allunga anche oltre i 30 anni.

Il vinattiere
Frugare in mezzo a cento vini polverosi e trovare la bottiglia storica, il pezzo raro, è un sogno segreto di tanti “enofili”. E’ capitato a lui, Gino Zanobini, storico vinattiere nel cuore di Firenze e fondatore negli anni ’70 dell’Enoteca Nazionale, divenuta poi, dopo un passaggio di mano, Enoteca Pinchiorri.
Con otto soci e altrettante mogli che cucinavano e rigovernavano, Zanobini accarezzava l’idea di creare “l’enoteca più bella d’Italia”. Fu in quel periodo che un signore di S.Casciano gli volle vendere la sua collezione di vini. Rovistando fra quelle cantine polverose, si imbattè in una bottiglia di grande valore: un Chianti cù del 1924, data del primo, storico bollino. L’acquistò, e non l’ha mai venduta; finché un giorno gliela rubarono. Gino Zanobini se la ricorda ancora.
“Ma oggi è diverso – dice Mario, il figlio di Gino, che gestisce un’enoteca in via S.Antonino, nei pressi della bottega storica di Ciardo di Betto, vinattiere di Lamporecchio, che nel 1300 fu uno dei capi morti ammazzati della rivolta dei Ciompi -. I nostri clienti ci chiamano continuamente per valutare le loro cantine, ma non mi è mai capitato di imbattermi in collezioni di valore”.
I problemi sono tanti, continua Zanobini. Anzitutto non ha molto senso dal punto di vista commerciale acquistare una sola bottiglia per tipo di vino. Se si desidera, un giorno, disfarsi con qualche soddisfazione dei propri presunti tesori è bene comprarne almeno sei.
“E poi c’è il fatto che la maggior parte di queste bottiglie sono tenute male. Hanno sofferto il freddo e il caldo; le etichette sono rovinate, e i sugheri pure”. Di conseguenza il vino risulta imbevibile.
Il consiglio di Zanobini è questo: se i guasti al proprio piccolo patrimonio sono già stati consumati, è meglio rassegnarsi. Per i neofiti, e per gli irriducibili del collezionismo fai da te, c’è un semplice vademecum da seguire.
Comprare almeno tre bottiglie per tipo di vino: una da bere subito, una per le grandi occasioni e una da conservare. Resta il fatto che se si pensa che il vino possa acquistare valore nel tempo, per rivenderlo al meglio occorrono almeno sei pezzi.
Per il Chianti classico, poi, gli anni da tenere d’occhio sono il ’95, il ’97, il ’98 e il ’99. Il primo è da bere subito; gli altri sono da gustare, correttamente conservati, al termine di un ciclo di cinque anni. “Perché il vino deve essere bevuto al suo culmine – avverte Zanobini – non quando è ormai vecchio e spoglio”.
E per chi proprio non vuole rinunciare all’amore per il collezionismo? Il consiglio è di fare come i collezionisti veri. Ossia, bere il vino e conservare le etichette in un album, con le opportune annotazioni sulle sue qualità e sulle emozioni provate. Sarà una sorta di memoria storica che consentirà, ai più raffinati, di cogliere anche i cambiamenti dell’immagine grafica del tempo.
Un’ultima raccomandazione nella scelta delle aziende vinicole. Meglio acquistare prodotti di imprese che sono sul mercato da tempo; che hanno una storia e non hanno vissuto troppi passaggi di mano. E poi, per conservarli, è meglio lasciar perdere vini prodotti da aziende troppo tecnologiche, troppo industriali.
Perché “per carità, buoni sapori, ottime bevande, ma il vino vero è tutt’altra cosa”.

Il vino in borsa
Collezionare titoli, invece di bottiglie: così il vino entra nell’alta finanza. Forse lo sanno in pochi, ma in Italia esiste un vero e proprio borsino, che fa capo a Mediobanca, in cui è possibile acquistare delle opzioni (i cosiddetti “futures”) sulle produzioni vinicole future. In sostanza si compra oggi un titolo che, alla scadenza, dà il diritto di acquistare un certo numero, anche limitato, di bottiglie di vino. La prima casa vinicola italiana che ha fatto un’operazione del genere è stata la Banfi di Montalcino. Quest’anno scade l’opzione acquistata nel 1995. Chi ha comprato il titolo allora, in cinque anni ha visto quasi raddoppiare il suo valore, perciò se nel frattempo ha cambiato idea o è diventato astemio può rivenderlo oggi spuntando un ottimo guadagno.
Nel borsino del vino sono quotati anche i prodotti di altre case vinicole toscane. I titoli si possono acquistare presso alcune enoteche specializzate.

http://www.coopfirenze.it/informatori/notizie/vecchie-bottiglie-in-cantina-3583

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Vino italiano: vendere vecchie annate non fa parte della nostra mentalità?

Pubblicato il 10 aprile 2012 da

barolovecchieannate

Siamo davvero sicuri che il vino italiano di qualità si proponga al mondo con la sua immagine migliore e sfruttando tutte le opportunità per dimostrare la particolarità e la grandezza dei propri vini migliori?
Siamo certi che quando andiamo a magnificare l’unicità e la peculiarità inimitabile dei nostri terroir d’eccezione e di vitigni loro strettamente legati che non si trovano altrove (o quando vengono piantati danno risultati banali) noi italiani, e parlo dei produttori di vino in primis, utilizziamo davvero tutte le armi di cui disponiamo per tutto lo splendore enoico mostrare?
Confesso che qualche dubbio, che già da anni mi frullava in mente, soprattutto nel partecipare alle anteprime delle nuove annate dei nostri vini più rilucenti e mediatici, in più mi è venuto in questi giorni dalla lettura di alcuni commenti apparsi a corredo di una degustazione di 96 Barbaresco 2008 e riserva 2006 pubblicata sul numero di aprile della rivista britannica Decanter.
Una degustazione (su cui conto di tornare) che ha offerto molti validi spunti di riflessione al panel di partecipanti, ma che soprattutto a portato ad una considerazione che dovrebbe fare lungamente pensare. E sospettare che non stiamo certo valorizzando nel migliore dei modi i nostri vini e dando loro la possibilità di brillare.
Parlando del valore delle due annate di Barbaresco in degustazione, 2008 e 2006, descritte la prima come un’annata a medio termine, e la seconda “ancora molto giovane e con possibilità di evoluzione nei prossimi dieci, quindici anni”, saltavano fuori due rilievi precisi.
Il primo dovuto ad un Master of wine, l’annotazione che “pochi consumatori hanno la possibilità di degustare vecchie annate”, il secondo ad un decano dell’importazione e del commercio di vini italiani in UK, Sergio De Luca, direttore degli acquisti di vini italiani per oltre 25 anni presso un importatore importante come Enotria.

bordeauxvecchieannate

Secondo De Luca, che non può essere tacciato di certo di pregiudizi nei confronti dell’Italia e dei suoi vini, e che le caratteristiche del mercato del vino italiano le conosce bene, “il Piemonte è una delle grandi regioni vinicole del mondo, ma mentre noi possiamo sempre acquistare e gustare vecchi Bordeaux e Bourgogne, è impossibile degustare vecchie annate di Barbaresco e Barolo, perché non le troviamo nei negozi di vino”.
De Luca rincara la dose osservando poi che “l’Italia non possiede una storia di vendita di vecchie annate di vino, perché vendono facilmente le annate giovani. E vendere vini maturi non fa parte della loro mentalità”.
Ma ci pensate? Il Piemonte, l’Italia del vino dispone di fuoriclasse assoluti, i grandi rossi albesi Docg base Nebbiolo, che quanto a complessità aromatica, ricchezza di sfumature, capacità di tenuta ed evoluzione nel tempo, ricchezza di sapore e diversificazione del gusto, non sono secondi a nessuno e su un mercato maturo, attento, consapevole, di straordinaria cultura, lo storico mercato dei vini di Bordeaux, il primo mercato dello Champagne, una piazza fondamentale per i vini di Borgogna, andiamo a mostrarci solo con un potenziale pari al 10-20 per cento di quello che potremmo mostrare e dimostrare?
Abbiamo Barolo (e anche Barbaresco) che nelle grandi annate e nell’espressione dei più grandi cru (o devo chiamarli menzioni geografiche aggiuntive?) dopo 10, 20 anni o più di lento e paziente affinamento in cantina se sfoderati e proposti al momento giusto sono in grado enologicamente di “miracol mostrare”, di fare mirabilie, di confrontarsi senza complessi di inferiorità con Château bordolesi e domaines borgognoni e siamo così miopi, piccoli nella mentalità, da bottegai più che da capaci e sagaci venditori, che non siamo riusciti a mettere in atto un sistema di vendita che permetta al Mister Smith di turno abituato a bere i Petrus, i Margaux, i Mouton-Rotschild ed i Romanée Conti d’annata di trovare e godersi un Vigna Rionda 1982 o 1964, un Barolo di Serralunga, di Castiglione Falletto o di Monforte d’Alba, un Brunate, un Sarmassa, un Cannubi del 1971, del 1989 o anche solo del 1999?
Possibile, con l’eccezione di pochissimi vini (Barolo e Barbaresco) che si possano contare sulle dita di una mano (potrei citare i Barbaresco di Gaja ed il Monfortino di Giacomo Conterno, forse i Barolo di Bartolo Mascarello) che l’Italia del migliore vino (identica situazione, anzi peggio, Biondi Santi a parte, la si può trovare a Montalcino) non possa offrirsi al mondo con la sua immagine migliore che è anche quella di vins de garde con grande possibilità di tenuta ed evoluzione positiva e virtuosa ed esaltante negli anni?

Possibile che ai produttori di Barolo, di Barbaresco, e di Brunello, ma direi anche quelli di Taurasi e di Aglianico del Vulture, (i vari Super Tuscan, anche quelli più noti di Bolgheri e dintorni li lascio fuori, appartenendo ad una categoria decisamente inferiore) sia sufficiente “liberarsi”, anno dopo anno, dell’ultima annata commercializzabile, la più recente? Quella che consente ai loro vini di mostrarsi solo come promesse dei grandi vini che saranno, senza pensare che ci sia un mondo, piccolo, ma reale, di grandi appassionati, di conoscitori, che le grandi annate di Barolo vorrebbero gustarle non solo acquistandole decenni prima e tenendosele gelosamente custodite nelle loro cantine, ma vorrebbero trovarle, al prezzo conseguente, nei listini di aziende ed importatori?
Listini, quelli delle aziende, dove non figurano, perché di vecchie annate, nelle cantine di produzione, non c’è traccia…
Non è stato, e non é questo, un clamoroso errore commerciale, un imperdonabile peccato di miopia?

http://www.vinoalvino.org/blog/2012/04/vino-italiano-vendere-vecchie-annate-non-fa-parte-della-nostra-mentalita.html

 

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