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Marco Tullio Cicerone

La vecchiaia: considerazioni antiche, considerazioni attuali

Nella vecchiaia bisognerebbe approfittare dell’apparente carenza di tempo quantitativo per recuperare un approccio qualitativo e significativo al proprio tempo. Chissà che questa pratica non possa anche rivalutare l’importanza della vecchiaia nella vita dell’essere umano e sovvertire il corso della crescente crisi che sta investendo a livello sociale la figura dell’anziano

di Alvise Sforza

Nonostante numerose iniziative recenti abbiano iniziato a farvi fronte, è indubbio che nella contemporaneità la figura dell’anziano abbia subito una crisi considerevole.

La marginalizzazione dell’autorevolezza ascritta all’anzianità nei secoli passati è un percorso parallelo alla perdita di importanza della figura del maestro e della sua posizione di autorità.

Questa crisi denuncia una generalizzata diffidenza da chiunque si ponga in una posizione di conservazione della tradizione a danno del progressismo sfrenato che caratterizza la nostra “modernità liquida”. Da un lato la rapidità dell’innovazione tecnologica ha prodotto generazioni di giovani sempre più in sintonia con le novità, lasciando permanentemente “indietro” le generazioni precedenti, incapaci di sincronizzarsi al vortice del cambiamento.

Dall’altro le logiche del capitalismo hanno imposto un’esaltazione di un certo tipo di produttività da cui il bambino e l’anziano sono esclusi. Se ne deduce dunque la figura di un anziano perennemente relegato nell’anacronismo e nell’improduttività, da una società che appartiene a coloro i quali stanno vivendo “nel mezzo del cammin di nostra vita”.

Questa crisi della figura sociale dell’anziano si è generalizzata a tal punto che è diventata crisi individuale della persona anziana: la vecchiaia annulla la vitalità e crea individui marginali, quasi handicappati, che pesano sull’altro e non trovano una posizione simbolica.

Rivalutare la figura dell’anziano nella società sarebbe un compito vasto, da assegnare non solo a filosofi ma anche a sociologi, psicologi, antropologi e storici. È al contrario sul secondo versante della crisi dell’anziano che la filosofia può operare proficuamente: la vecchiaia come dimensione individuale e imprescindibile nella vita delle persone.

Vengono alla mente due grandi nomi: Cicerone, con il suo De senectute e Seneca con il De brevitate vitae. Sicuramente l’apporto di questi due filosofi non può essere completamente attualizzato, proprio a causa della citata crisi sociale della figura dell’anziano, ma ad un livello di vissuto personale della vecchiaia questi autori danno dei contributi imprescindibili.

Sono quattro i motivi per cui, secondo Cicerone, la vecchiaia appare infelice: “il primo è che impedisce di avere parte attiva negli affari; il secondo, che indebolisce il corpo; il terzo, che priva l’uomo di quasi tutti i piaceri e il quarto che è molto vicina alla morte” (De sen. V,15). La prima e la seconda sono questioni che si intrecciano: certo è che per l’anziano non ci sono più “corse, né salti (…) ma senno, dottrina e consigli” (De sen. V,19).

D’altro canto l’indebolimento del corpo permette, assieme alla perdita degli appetiti che distolgono il giovane da più nobili propositi, di dedicarsi a curare la saggezza, il senno, l’attitudine al consiglio, magari continuando ad imparare o saziando un’antica sete di sapere.

Ci sono dunque attività privilegiate nella vecchiaia, tutto sta nel sapersi adattare alle nuove possibilità che offre la vita. “La vita dell’uomo ha un suo corso ben definito, la natura ha una sua via, e dritta, per giunta; a ogni stagione della vita è toccata una sua qualità, affinché tanto la debolezza dei fanciulli, quanto l’ardore dei giovani, la posatezza dell’uomo maturo e la maturità dell’età avanzata abbiano ciascuna una naturale prerogativa che deve essere colta al momento giusto” (De sen. X,33). I difetti della vecchiaia non sono i difetti “dell’età avanzata, ma di una vecchiaia torpida, inerte e sonnacchiosa” (De sen. XI,36) a cui non si reagisce e a cui non ci si sa adattare.

Ma per quanto riguarda la vicinanza della morte? Cicerone è categorico: al giovane è dato di sperare di avere una vita lunga mentre al vecchio non più. Ma questo è un ragionamento vizioso: “Egli (l’anziano) ha un vantaggio sul giovane, perché ciò che l’uno spera l’altro l’ha già avuto” (De sen. XIX, 68-69).

È la sazietà del vivere che annuncia il momento giusto per la morte (De sen. XX, 76). Anche se Cicerone ricorre alla fine a una consolazione metafisica, non è necessario per noi contemporanei seguirlo fino a dove la contemporaneità ci smentirebbe: non è nell’al di là che dobbiamo consolarci della morte, ma nell’aver compiuto la totalità della nostra vita, non come tempo finito ma come tempo totale, completo, unica cornice dove è dato, dalla natura stessa, esprimere la propria esistenza.

In fin dei conti il messaggio potrebbe essere riassunto così: se non ci lamentiamo del fatto che la nostra pelle segna la nostra finitezza corporea e, anzi, godiamo del nostro corpo, per quanto non sia la totalità dello spazio, perché non siamo in grado di considerare la nostra vita come una totalità, e dobbiamo condannarci a vederla come una cometa in un tutto irraggiungibile e intoccabile?

Per quanto riguarda la brevità della vita ci viene in soccorso Seneca: “Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto” (De brev., I,4) e ancora: “piccola è la parte di vita che viviamo. Sì, tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo” (De brev. II,2-3).

Non è quantitativamente che possiamo difendere la lunghezza della vita o il suo essere un tempo sufficientemente ampio da vivere appieno. Sta a noi recuperare una dimensione qualitativa del tempo che ci permetta di considerarlo non quantitativamente ampio ma qualitativamente soddisfacente.

Agli “affaccendati” – così Seneca chiama quelli che riempiono la vita di occupazioni e dedicano alla cura di sé solo il tempo che avanza – la vita pare breve, perché quantitativa-mente il tempo non basta mai a esaudire tutti i desideri, a saziare tutti gli appetiti, a raggiungere tutte le proprie mete mondane.
“Insomma, vuoi sapere quanto poco vivono? Guarda quanto desiderano vivere molto” (De brev. XI,1). Nella vecchiaia la brevità della vita dell’“affaccendato” si manifesta in tutta la sua crudeltà: il tempo urge, mostra nel puntuale approssimarsi della fine quanta parte della vita non si è posseduta, affoga questi disperati nell’inattività a cui sono costretti dalla vecchiaia.

Ma questo è proprio il periodo più sereno della vita. Seneca sottoscrive la posizione di Cicerone.

Privati della caoticità dei piaceri, privati della responsabilità sociale della propria occupazione, agli anziani finalmente è dato modo di occuparsi della propria vita, dell’esistenza, della saggezza, in un radioso isolamento.

In poche parole: all’anziano è data la possibilità di recuperare la dimensione qualitativa del proprio tempo. “È passato del tempo: lo blocca col ricordo; urge: ne usa; sta per venire: lo pregusta. gli fa lunga la vita la concentrazione di tutti i tempi” (De brev. XV, 5).

Possiamo dunque da queste seppur brevi considerazioni evincere una pratica della vecchiaia che permetta, almeno in parte, di far fronte alla crisi individuale che investe molte persone anziane?

Credo che nella riflessione filosofica si possano rintracciare due vettori temporali che caratterizzano il tempo qualitativo, vettori che scaturiscono dalla riflessione sulla vecchiaia ma che dovrebbero investire tutta la durata della vita degli individui, nell’ambito di una cura di sé che permetta al soggetto di dialogare costantemente con il proprio essere temporale. Si è visto che la vecchiaia, come stadio ultimo della vita, avvicina il soggetto alla propria completezza: il primo vettore dunque investe la sfera del ricordo e della memoria.

Alla vecchiaia è riservato il privilegio di poter recuperare il passato andandovi incontro con l’intento di “significarlo”, di dargli coerenza. In questo sta la completezza della vita: nel renderla, successivamente – après coup direbbero Lacan e Levinás – una totalità coerente e significativa.

Non è un accesso al ricordo malinconico che guarda a ciò che si è perso, ma è una prospettiva che guarda al passato come a ciò che è accaduto e che nulla ci può più sottrarre. Dall’altro il vettore che punta verso il futuro: la vecchiaia dev’essere una serena preparazione alla morte, all’eutanasia, unico evento che renderà totale e completa l’esistenza dell’individuo, salvaguardandola dal mutamento. Con la morte si realizza nella sua interezza l’esistenza della persona.

Insomma nella vecchiaia bisognerebbe approfittare dell’apparente carenza di tempo quantitativo per recuperare un approccio qualitativo e significativo al proprio tempo. Chissà che questa pratica, ammesso e non concesso che sia possibile metterla in atto, non possa anche, una volta rivalutata l’importanza della vecchiaia nella vita dell’essere umano, sovvertire il corso della crescente crisi che sta investendo a livello sociale la figura dell’anziano.

http://www.altrapagina.it/wp/de-senectute/

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Questo dialogo immaginario, scritto da un Cicerone ormai ottantatreenne, che nulla ha perso della sua abituale lucidità e acutezza di ragionamento è già di per sé una prova a favore della tesi che si propone di dimostrare: la vecchiaia, se la si sa vivere nel modo giusto, non impedisce un’esistenza piena e ricca.

Sono quattro, secondo Cicerone, le ragioni per le quali la vecchiaia non gode di buona fama, ma tutte posso essere facilmente confutate:

1) Molti pensano che la vecchiaia allontani dalla vita attiva

Ma quale vita attiva, si domanda Cicerone? Sicuramente quella che conducono i giovani e che richiede il vigore del corpo, ma tutte le mansioni che implicano saggezza, autorità, capacità di giudizio sono invece proprie dell’anziano. Tra tutte la politica, e proprio per questa ragione i romani denominarono la massima assemblea dello stato Senato (da senectute = vecchiaia).

2) È certamente vero che con l’avanzare dell’età vengono meno le forze

Ma non è giusto, ad ogni età, fare ciò che le nostre forze ci consentono? E dunque, se, ad esempio, la vecchiaia non consentirà più di svolgere il proprio mestiere sarà giunto il momento di trasmetterlo alle generazioni future. E per ciò che riguarda la memoria, essa viene meno se non la si tiene in esercizio, tanto che non è affatto vero che durante la vecchiaia non si possa più apprendere nulla di nuovo: Cicerone lo dimostra portando se stesso ad esempio, visto che, ottantenne, si appassionò di letteratura greca e ne divenne esperto.

3) Si dice poi che la vecchiaia non consenta di godere dei piaceri della vita

Certamente, il divertimento smodato non è più concesso all’anziano, eppure, non è questo un vantaggio per la salute? Inoltre, molti sono i piaceri moderati che possono allietare le giornate in vecchiaia: il piacere di una moderata cena in compagnia, il piacere della conversazione, la passione per la cultura, che offre molte occasioni di svago, oppure, perché no, i piaceri della vita in campagna, regolata dai ritmi saggi della natura.

4) Infine, con il passare degli anni si avvicina il momento della morte

Ma la morte non può sopravvenire ad ogni età, anche in giovinezza? All’anziano, almeno, è concesso il privilegio di una morte secondo natura, come un fuoco che, senza nessuna forza avversa, si consuma e si estingue da sé. Come una nave che dopo aver a lungo navigato, comincia a vedere la terra e sa di essere vicina al porto.

«Il corso della vita – scrive Cicerone – non si può modificare e la strada della natura è una sola, e semplice, a ciascun periodo della vita è stata data la sua opportunità, così che la debolezza dei bambini, la baldanza dei giovani, la serietà dell’età, ormai consolidata e la maturità della vecchiaia abbiano ognuna la propria caratteristica naturale, che deve essere apprezzata a suo tempo”

http://anchise.net/2015/08/18/quattro-pregiudizi-sulla-vecchiaia-cicerone-e-larte-di-invecchiare/

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