si fa più in fretta a votare che non fare

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In tanti si sono demoralizzati per gli scarsi risultati dell’Unione e non hanno torto ma dimenticano una cosa e cioè che oggi non ci sono più i sovrani assoluti che decidono per tutti,in un lampo.

La democrazia ha i suoi tempi che sono differenti.Per cui ci vuole anche pazienza.

Quello che dispiace è stato il vedere di come gli inglesi se ne siano andati ma già il fatto stesso che il loro governo prenda tempo per materializzare l’uscita può essere un sintomo che non tutti i giochi sono fatti.

Vedranno se mai a casa loro come venirne fuori se potranno invalidare il risultato.

Quanto si sta infatti rivelando di vantaggio per sbrigare un pò le cose rispetto alla politica di Bruxelles è stata l’immediata svalutazione della sterlina la quale lo diciamo è sempre stata una moneta speculativa, e la gente non se lo ricordava.

Un domani questo vantaggio può rivelarsi inesatto e creare gli stessi problemi che l’Italia ha avuto con la lira.

In Gran Bretagna si è dato una mossa il turismo,ma sarà sufficiente?

Basterà la Regina che equivale al nostro Vaticano in termini di show a salvare le finanze di un paese?

Se guardiamo alla sola Italia ci sarebbe da dire no.

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Un Regno senza certezze

La Gran Bretagna nel dopo Brexit (4) – Segnali di ottimismo su sfondo di paura e mille incognite

mercoledì 24/08/16 06:16 – ultimo aggiornamento: mercoledì 24/08/16 06:16

“Brexit significa Brexit”. Più che un impegno programmatico, uno slogan propagandistico. Scelto da Theresa May nella campagna per la leadership dei Tory. Doveva riscattare il suo essersi schierata al fianco di David Cameron con il fronte Remain. Seppur timidamente, mai esponendosi in prima persona durante l’infuocata vigilia referendaria. L’ala euroscettica del suo partito aveva appena vinto un referendum storico ed imponeva una simile promessa. Per quanto vaga e ambigua fin dalla sua formazione. Una dichiarazione d’intenti ribadita – senza particolare enfasi né ulteriori dettagli – anche nel discorso di insediamento.

Perdurante silenzio

“Brexit significa Brexit” è una tautologia che sottintende l’impegno nell’attuare il voto popolare. Esimendosi però dallo specificare come e quando.

Come confermato dall’ostinato silenzio che ne è seguito: è trascorso più di un mese dal suo trasloco a Downing Street, e da allora la Premier ha accuratamente evitato ogni riferimento alla questione.

Nonostante i viaggi diplomatici in Germania e Francia, gli incontri con i vertici europei, la fibrillazione dei mercati finanziari, l’incerto futuro economico del paese.

L’unica indicazione trapelata dal suo entourage è che l’Articolo 50, per avviare la procedura d’uscita dall’Unione, non verrà attivato prima della fine dell’anno.

Assenza di un piano

Al momento nessuno – forse neppure la stessa May – sa quando Londra inizierà i negoziati con Bruxelles. Potrebbe accadere ad inizio 2017 ma c’è chi ipotizza uno slittamento di mesi, se non addirittura di anni. Perché l’epilogo del referendum del 23 giugno ha sorpreso e spiazzato anche i sostenitori della Brexit, che non avevano un piano chiaro, univoco e condiviso per il futuro. C’era chi auspicava un modello Svizzera, chi preferiva l’esempio norvegese. Altri un’intesa preferenziale con l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Paradossalmente, toccherà ora ad una Premier anti-Brexit trovare la difficile quadratura del cerchio, districandosi tra necessità (accesso al mercato unico) e tabù (libera circolazione dei cittadini). Solo quando Londra avrà ben chiare le sue priorità, potranno iniziare le trattative con l’Unione. L’unica certezza tra mille incognite.

Lorenzo Amuso

http://www.rsi.ch/news/mondo/Un-Regno-senza-certezze-7919132.html

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