un’azione vale quanto pare a me

Popolare Vicenza e Veneto Banca, il crac spiegato in parole semplici

Come è potuto accadere che, nel giro di un paio di anni, banche che erano nella top ten italiana si siano ridotte sull’orlo del fallimento

PADOVA. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, come è potuto accadere che in pochi mesi due istituti considerati “fiore all’occhiello” (BpVi era 11esima nella classifica delle banche italiane Mediobanca per il 2013, fonte Mediobanca; Montebelluna era 7° per solidità nel 2012, fonte BancaFinanza) si siano ridotti così male, nel disinteresse del mercato, bisognosi dell’intervento del fondo Atlante per evitare il fallimento? Cerchiamo di spiegarlo rispondendo a dieci basilari domande.

1) Quando è stata la svolta in negativo?

“In generale, a monte, c’è la grande crisi finanziaria mondiale iniziata nel 2008, che ha visto in difficoltà tutte le banche, fatte salve rarissime eccezioni, vedi Generali e Ifis. Su questo piano inclinato, è andato in crisi a sua volta tutto il tessuto economico del Nordest, che era largamente affidato alle banche. Cioè si basava largamente sui prestiti bancari”.

2) Però le due popolari venete hanno sofferto più di altre banche nazionali. Come mai?

“E’ pesato un secondo fattore: dall’altra parte del banco, l’imprenditore nordestino non trovava un management bancario veramente all’altezza. Erano cresciute grandi banche, ma con una cultura di impresa estremamente fragile. E il sistema è andato in cortocircuito”.

3) Da cosa dipendeva questa debolezza del management?

“A sua volta, dalla debole cultura dell’azionista. Stiamo parlando di due banche che avevano 120mila (Vicenza) e 80mila (Montebelluna) soci. Per come erano scritte le regole statutarie, chi era al timone considerava di poterci restare vita natural durante”.

4) Ma questo è il contesto generale. Poi sicuramente pare avere pesato il passaggio dei compiti di vigilanza da Bankitalia alla Banca centrale europea e la necessaria trasformazione da popolari a società per azioni quotate in Borsa. E’ così? E perché?

“Certamente questi due fattori hanno pesato. Abbiamo constatato che, prima, c’era un obiettivo deficit di capacità di intervento da parte degli organismi deputati al controllo. Non parlo solo del controllo esterno, ma anche di quello degli organismi interni, sindaci o revisori che dir si voglia”.

5) Stupisce soprattutto il fatto che, prima, le popolari potessero stabilire il valore delle quote in maniera del tutto discrezionale.

“A stabilire il prezzo era, di anno in anno, l’assemblea dei soci, su proposta degli amministratori. Il socio-tipo di queste banche è la maestra, il carrozziere, il piccolo imprenditore. Il quale tendenzialmente si fida. E approva. Non ha strumenti per eccepire”.

6) Via, non posso proprio credere che non ci fosse un criterio verificabile per il prezzo.

“Invece era proprio così che andava con le banche popolari. Il valore della quota si basava sugli asset patrimoniali, gli immobili innanzitutto, i quali venivano di anno in anno rivalutati. Sulla base di relazioni di periti. Ma il mercato non c’entrava, non entrava in gioco”.

7) Oggi questo tipo di banche può ancora esistere?

“No. Dal primo gennaio 2016 lo vieta la riforma bancaria e il potere di controllo sulle banche da parte della Bce”.

8) Come mai qualche socio, vedi Bruno Vespa, è riuscito a vendere prima del tracollo, e tanti altri invece sono rimasti fregati? Questione di “aderenze”?

“Diciamo questione di informazione. E parlo di informazioni in tutti i sensi. Ad esempio, sono agli atti (nel senso che si possono trovare nelle raccolte dei quotidiani) interviste dei Benetton che già 4-5 anni fa avevano capito l’andazzo e si dicevano disinteressati a investire in queste banche”.

9) Il sistema di chiedere agli imprenditori di acquistare azioni in cambio dei prestiti era legale? Lo facevano tutti?

“Sì, il sistema cosiddetto “baciato” era assolutamente un costume generalizzato e non usato solo in questi due istituti. Su questo, non dobbiamo autofustigarci e pensare di essere stati i più disonesti del mondo. Chiaramente, però, era un sistema borderline, e anzi, oltre il limite. Oltre che una politica deleteria, perché è chiaro che arriva prima o poi il momento in cui io, imprenditore, non riesco più a rientrare da tanti affidamenti, a restituire tutte le somme”.

10) Popolare Vicenza e Veneto Banca rischiano il fallimento?

“No: c’è Atlante pronto a ricapitalizzare. Quello che è certo, invece, è che subiranno una pesante ristrutturazione: chiusure di filiali, tagli di personale”.

http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2016/06/13/news/popolare-vicenza-e-veneto-banca-il-crac-spiegato-in-parole-semplici-1.13655624

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