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Alberi e terreni: di chi sono?

rav gds

Si celebra oggi  (5 giugno)  la Giornata mondiale dell’ambiente (World Environment Day o WED), ricorrenza proclamata nel 1972 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per richiamare, a livello globale, l’attenzione pubblica e le azioni politiche sulla questione della sostenibilità ambientale.
Di seguito una riflessione del rav Gianfranco Di Segni.

Alberi e terreni: di chi sono?

Se un fiume esondando sradica un uliveto e lo trascina nel campo di un altro, gli ulivi poi attecchiscono nel nuovo terreno e fanno frutti, e il primo proprietario sostiene: “Sono i miei ulivi che hanno prodotto le olive” e l’altro dice: “È la mia terra che li ha fatti crescere”, divideranno il ricavato a metà. È stato insegnato: Se il primo proprietario vuole a tutti i costi riavere i suoi ulivi indietro, non glielo si permette.

Per quale motivo?

Disse rabbì Yochanan: Per assicurare che la terra di Israele sia ben coltivata (Adattato dal Talmud Bavlì, Bavà Metzi’à 100b-101a). Se gli ulivi crescono bene nel secondo terreno, che rimangano là e il primo proprietario sia ricompensato. Così questi comprerà e pianterà altri alberi: di conseguenza, al posto di un uliveto ce ne saranno due.

Hanno insegnato i nostri Maestri: Uno non getti pietre dalla sua proprietà alla proprietà pubblica. Avvenne una volta che un uomo gettava pietre dalla sua proprietà alla proprietà pubblica. Lo vide un chasid, un uomo pio, e gli disse: “Stupido che sei! Per quale motivo getti pietre da una proprietà che non è tua a una proprietà tua?”. L’altro lo prese in giro, come se dicesse cose senza senso.

Dopo un po’ di tempo, quel tale dovette vendere il proprio campo e si ritrovò a camminare proprio lungo la strada dove aveva buttato le pietre e inciampò proprio in quelle pietre. Allora esclamò: Aveva ragione quel chasid, quando mi disse: “Perché butti le pietre da una proprietà che non è tua a una proprietà tua?” (Adattato dal Talmud Bavlì, Bavà Qamà 50b).

Come a dire, la vera proprietà di qualcuno non è quella privata, che oggi è tua e domani chissà, ma quella pubblica, che è sempre di ciascuno di noi, e quindi va rispettata (vedi commento di Rashì).

Gianfranco Di Segni, Collegio rabbinico italiano

(5 giugno 2016)

http://moked.it/blog/2016/06/05/alberi-e-terreni-di-chi-sono/

Talmud in italiano, un successo inaspettato

Di:

David Szilpman

21/05/2016

talmud_italiano

«Il Talmud è come l’elettrocardiogramma dell’ebraismo, fatto di onde, sussulti, oscillazioni, aritmie, rallentamenti e accelerazioni tachicardiche», ha dichiarato durante la sua ultima visita in Italia rav Adin Steinsaltz, considerato uno tra i più grandi talmudisti viventi, autore di una traduzione dall’aramaico all’ebraico moderno che ha fatto litigare e dibattere l’intero mondo ebraico del pianeta. E’ con l’acquisizione dei diritti di questa storica traduzione e con la diretta collaborazione di rav Steinsaltz stesso che è iniziato il cammino della traduzione in italiano del Talmud babilonese per l’editore Giuntina (art director e grafica di David Piazza), un successo oggi alla sua terza edizione a soli due mesi dall’uscita, un opus magnum inaugurato col volume su Rosh haShanà ma di cui presto vedremo anche il secondo tomo.

Un inaspettato favore di critica e di pubblico (il New York Times gli ha dedicato una lusinghiera recensione), che ha ripagato dell’immane fatica il pool organizzativo.

«Buona parte dell’opera è in divenire grazie al software Traduco che è l’asso vincente di tutto il progetto, cosa che ha permesso di implementare la procedura di traduzione, una tecnologia totalmente italiana, realizzata in collaborazione con il CNR e con un pool di esperti di linguistica computazionale dell’università di Pisa che ci permette di consultare contemporaneamente e in tempo reale tutte le possibili traduzioni maturate finora.

Uno strumento di lavoro straordinario che conferisce a tutta l’operazione un plusvalore davvero unico», spiega rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, Presidente del progetto, durante la serata milanese di presentazione del volume, avvenuta alla sala Jarach di via Guastalla, davanti a un folto pubblico. Al tavolo degli oratori, oltre a rav Di Segni, Clelia Piperno, direttrice del progetto, rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano, Fiona Diwan, direttrice dei media della Comunità ebraica di Milano.

Che cosa vuol dire studiare Ghemarà? Rievocando le leggendarie Lezioni talmudiche di Emmanuel Levinas, Rav Arbib si è soffermato sulle difficoltà di approccio del testo talmudico, mentre Rav Di Segni ha raccontato il percorso tipografico e di traduzione che quest’opera leggendaria ha attraversato nei secoli. Clelia Piperno ha invece rievocato le vicissitudini del progetto nel suo farsi, mese dopo mese: un pool di 50 studiosi, («di cui la maggior parte giovani, tra i 25 e i 30 anni», ha detto Piperno), 5422 pagine, cinque anni di lavoro, 13 trattati, un progetto sostenuto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dall’UCEI, dal MIUR e dal CNR.

«Secoli di roghi, confische, censure, messe all’indice, bolle papali: a intervalli regolari, in Italia e in Europa, il Talmud ha rischiato l’estinzione, specie nei periodi in cui la pressione conversionistica della Chiesa si faceva più violenta. Nel 1240, voluto dal re Luigi IX, dieci mila volumi manoscritti, un tesoro inestimabile di sapienza e rarità, andò in cenere a Parigi, in Place de Grève. E poi, il rogo di Giulio III a Roma, in Campo dei Fiori, nel 1553, e ancora quello del 1601, sempre a Roma. Da Martin Lutero fino a Hitler, il Talmud verrà demonizzato, diventando sinonimo di eresia», spiega Fiona Diwan. E prosegue: «Con la messa all’indice da parte di Paolo IV Carafa nel 1559, per tre secoli, fino all’Unità d’Italia, non sarà più possibile leggere il Talmud in Italia, privando così l’ebraismo italiano di una delle sue fonti ermeneutiche più preziose e vitali, un giacimento culturale che ha fecondato secoli di pensiero ebraico. Un poema giuridico, un vero libro delle interrogazioni, un ipertesto che procede con un andamento a spirale e la cui essenza risiede nel pensiero dialettico e nel principio dialogico. La sua grandezza va oltre il sacro, il suo enciclopedismo mette sempre l’Uomo al centro. Non a caso, per la sua vastità, il Talmud, da sempre, viene soprannominato il mare».

http://www.mosaico-cem.it/articoli/primopiano/il-talmud-in-italiano-un-successo-inaspettato

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