la battaglia del fellafel in festival

A Londra si è tenuto il festival del fellafel

Fossero almeno solo scambi di fellafel… sarebbero rose e fiori.

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il fotografo francese Jacques Pion ospite di Casalebraica

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Mentre ero a Casale ieri a guardare le foto di un kibbutz nel deserto del Negev conciato come una corazzata per potere assorbire tutti gli arrivi indesiderati di razzi da Gaza e dintorni,da una parte mi domandavo perchè mai si debba vivere così e poi mi è venuto in mente della mia prima visita ad Israele quando avevo 24 anni,un ragazzino almeno per i nostri standards.

Porte blindate,finestre blindate,tetti blindati.

O sopravvivi così o te ne devi andare dandogli anche la soddisfazione.

L’alternativa è quella di spararsi addosso tra vicini e leggere poi che se usi la mano pesante hai ucciso donne anziani e bambini e ti tiri addosso le maledizioni di tutti coloro che la pietà la interpretano a modo loro.

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verande a mò di ombrello in acciaio per resistere ai proiettili di Hamas

Accetto di essere contestato,ma appunto nel 1971 non si viveva così, e bene o male tutti davano l’impressione che anche tra vicini poco convinti si potesse ragionare senza dovere mettere le mani alla fondina come succedeva nel vecchio West.

Da una parte come dall’altra.

Forse che l’Italia è un paese unito? O lo è forse la Gran Bretagna con la Scozia che vuole tagliare la corda e l’Irlanda del Nord con le vecchie beghe o la Spagna che prova gli stessi sintomi ogni volta che Catalani e Baschi chiedono l’indipendenza?

Nessuno è tanto più nazione di quanto non lo siano Israele o la Cisgiordania e la zona di Gaza ma se pure dappertutto esiste qualcuno che soffia sul fuoco con dei bigliettoni….perlomeno non è guerra.

Nel 1971 vedevo quello che vedevo per la poca esperienza e mangiavo quello che trovavo a buon mercato.

Ed appunto dando un’occhiata alle foto di un kibbutz mi sono ricordato di quando mi mangiavo una pita per la strada che è poi quello che noi chiamiamo pane arabo stirato rotondo come una pizza di piccole dimensione e dove a mò di tasca ci si infila della verdura o della carne a polpette e patatine fritte.

Che fosse la prima quella che rammento non ci giurerei,ma l’ultima me lo sono fatta qui a Vercelli qualche mese fa in un kebab di due ragazzi turchi accompagnata da un bicchiere di chiai (pr.ciai) caldo che è poi del thè di origine indiana che si beve in Medio Oriente.

Tornando agli inizi del mio contatto col fellafel mi balza alla memoria Allenby Street o Road a Tel Aviv,leggermente in discesa ed un bus dal quale scendevo non appena mi avvicinavo al giro delle spiagge della litoranea.

Da un lato della strada,quello a destra,c’era qualche bar che mi faceva una pita riempita di verdure o di agnello,e poi a piedi me ne andavo a spasso verso il mare per gli affari miei.

Era il panino del mezzodì,la sera presumo che mi facessi un pesciolino alla brace sulla spiaggia che non era così sofisticata quale è divenuta oggi.

Non solo,non essendo ne vestito elegante ne danaroso buttavo solo una rapida occhiata a certi bar di lusso con dehors nella Gordon Street dove c’era gnocca di grande qualità con dei top che lasciavano le spalle nude ed abbronzate su dei pantaloni attillati niente male,e poi sentivi ridere e parlare una lingua che è piacevole al mio orecchio ma forse non al vostro.

Pareva che tutti pizzicassero la erre,era ed è l’ebraico moderno che messo in lingua inglese sulla bocca di una bella pollastra che ci sappia fare a me suscitava e continua a suscitare del brivido interessante.

Volete sentire la pronuncia?

Andateci.

Lascia perdere il kibbutz e la corazzatura,Allenby Road, il bus e tutto il resto,e restiamo al fellafel che ha tenuto banco a Londra per chi sapeva cucinarlo meglio.

Ha vinto un’ex colonia britannica,l’Egitto,ovvio.

Gli Inglesi hanno barato sicuramente pur di farli vincere.

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Il torneo del fellafel è su:

http://www.theguardian.com/lifeandstyle/2016/may/04/the-falafel-battle-which-country-cooks-it-best

Pita topped with artichoke hummus and lamb.jpg

https://it.wikipedia.org/wiki/Pita

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