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pensioni: temi comuni a tutti gli europei

Il fatto che tutti i paesi non siano conciati come i Greci non vuole dire che le cose vadano bene quando di contributi se ne versano pochi per mille ragioni e la vecchiaia però arriverà per quasi tutti e non ci sarà che molto poco da dividere.

Ogni paese ha le sua grane su questo argomento.

La solidarietà tra generazioni si è persa con la disoccupazione giovanile ed ancora restano sacche di ingiustizie con delle pensioni d’oro cui mille ostacoli si frappongono al farle divenire pensioni nella norma.

Che il nostro sia un paese disordinato è un fatto che ci portiamo dietro da lontano.

Ma se non versi nel periodo in cui sei ancora giovane a causa di contratti di lavoro che non valgono una lira poi da anziano ti troverai in difficoltà perchè per correre ci vogliono le gambe e non si può poi ricorrere allo stato quando contemporaneamente di tasse nessuno ne vuol sentire parlare.

Eccovi alcuni elementi che abbiamo spolverato per coloro che sono interessati:

I tre pilastri della previdenza complementare

Il sistema pensionistico italiano, in seguito alle molteplici riforme succedutesi nel corso degli anni, si fonda ad oggi su tre fondamentali pilastri.

    1. Il primo pilastro è costituito dalla previdenza pubblica obbligatoria, finanziata dai lavoratori e dai datori di lavoro durante tutto il corso della vita lavorativa. Occorre immediatamente sottolineare il fatto che, con il passaggio dalle pensioni calcolate con il metodo retributivo a quelle calcolate con il metodo contributivo, la previdenza di primo pilastro non sarà più sufficiente per garantire il mantenimento del tenore di vita.
    2. Il secondo pilastro si realizza attraverso i fondi pensione ai quali i lavoratori aderiscono in forma collettiva. I fondi pensione sono gestiti secondo il sistema della capitalizzazione (i contributi raccolti sono investiti al fine di generare un montante da convertire in rendita al momento del pensionamento, attraverso una gestione che non passa più attraverso lo Stato ma tramite gestori appositamente selezionati dai fondi).
    3. Il terzo pilastro è rappresentato dalla previdenza integrativa individuale, che ciascuno può realizzare, discrezionalmente, mediante forme di risparmio individuali, con la finalità di integrare sia la previdenza pubblica sia quella realizzata in forma collettiva, per mantenere così invariato il proprio tenore di vita una volta cessata l’attività lavorativa.(http://www.capireleconomia.it/template/default.asp?i_menuID=24698)

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Cosa abbiamo da obbiettare?

Che i fondi pensione secondo noi li dovrebbe amministrare Warren Buffett e non i gestori nostrani.

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I tre pilastri

In Svizzera, la previdenza in caso di vecchiaia, invalidità e morte, si basa sul principio dei tre pilastri:

trepilastri

per leggere tutto l’articolo continuate su:

http://www.fondounimpresa.ch/index.php?option=com_content&view=article&id=424&Itemid=768

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Pilastri che scricchiolano

Minacce e rimedi per le pensioni in Svizzera – Come funziona la riforma “Previdenza 2020”

venerdì 06/05/16 06:15 – ultimo aggiornamento: venerdì 06/05/16 06:15

“Garantire il livello delle rendite e la sicurezza finanziaria delle assicurazioni sociali” è lo scopo dichiarato della riforma “Previdenza 2020”. Il Governo l’ha lanciata a fine 2014 con il suo messaggio, è già passata al vaglio del Consiglio degli Stati in settembre e quest’anno sarà esaminata anche dal Nazionale.

Perché la riforma

Senza interventi, le pensioni future non sarebbero più garantite e questo essenzialmente per due motivi (guarda nel video le interviste al sindacalista Meinrado Robbiani e alla ricercatrice Jenny Assi).

http://www.rsi.ch/news/svizzera/Pilastri-che-scricchiolano-7210499.html

La popolazione svizzera invecchia, la proporzione fra chi versa contributi e chi percepisce rendite sta rapidamente cambiando. C’erano sei lavoratori per ogni pensionato nel 1950, si arriverà a 3 contro 1 entro una decina di anni.

Questo mette in pericolo i conti dell’AVS, basata sul principio della solidarietà fra generazioni: le pensioni versate vengono finanziate soprattutto dalla popolazione attiva. Il risultato dell’assicurazione è rimasto positivo fino al 2013, ma nel 2015 ha già fatto registrare un saldo negativo di 579 milioni. Se non si farà nulla, all’orizzonte della riforma (nel 2030) il “buco” potrebbe raggiungere i 9 miliardi annui, ha avvertito il consigliere federale Alain Berset.

Inoltre la borsa non tira, i rendimenti dei capitali di previdenza che vengono investiti non sono più alti come in passato.

È un problema per il secondo pilastro: il capitale personale si accumula più lentamente.

Gli assicuratori erano tenuti a corrispondere fino al 2002 un interesse minimo del 4%. Oggi siamo già scesi all’1,25%.

Al traguardo dei 65 anni il capitale accumulato, a parità di salario, è dunque più esiguo che in passato. Però deve durare più a lungo, perché la speranza di vita dopo il pensionamento è passata in 30 anni da 14 a 19 anni per gli uomini e da 18 a 22 per le donne. Con i progressi della medicina, aumenterà ancora. Ci godiamo la pensione più a lungo, dunque, ma se la torta deve durare di più, le fette devono essere più piccole.

Allo stesso tempo, però, bisogna fare in modo che i pensionati continuino ad avere un tenore di vita sufficiente: l’obiettivo oggi come in passato è garantire ai pensionati almeno il 60% del reddito di quando lavoravano.

 

Come funziona

Come raggiungere l’obiettivo? Alain Berset, titolare del Dipartimento federale degli interni, ha optato per un approccio ambizioso che va a toccare contemporaneamente i due pilastri obbligatori del sistema previdenziale elvetico, ovvero l’AVS e il secondo pilastro.

 

Il punto centrale della riforma, accolto dalla Camera alta, è la flessibilizzazione dell’età di pensionamento: sarà modulabile fra i 62 e i 70 anni, con riduzioni alla rendita per chi lascia prima e bonus per chi se ne va oltre letà di riferimento, portata a 65 anni per tutti, uomini e donne (queste ultime oggi vanno in pensione a 64).

Il tasso di conversione(rsi/px)

È inoltre ritenuto inevitabile un abbassamento progressivo (su 4 anni) del tasso di conversione LPP. È quel valore che determina la parte del capitale del secondo pilastro da versare ogni anno sotto forma di rendita. Oggi è il 6,8% e nel 2010 il popolo aveva nettamente bocciato una sua riduzione al 6,4%. La nuova riforma si spinge ancora oltre e propone il 6,0%, che garantisce 6’000 franchi all’anno per ogni 100’000 di capitale accumulato. Berset vuole però anche agire sulle entrate, sopprimendo la deduzione di coordinamento. I lavoratori pagherebbero i contributi sui primi 84’600 franchi di salario, senza escludere i primi 24’675 come oggi. Più contributi, quindi, per garantirsi (nella nostra metafora) una torta più sostanziosa.

Il progetto del Governo e la versione del Consiglio degli Stati (rsi/px)

Gli Stati non ne hanno voluto sapere. La deduzione è stata solo lievemente ridotta, a 21’150 franchi. In compenso, versare contributi sarà obbligatorio dal 21mo anno di età e non più solo dal 25mo. Non è l’unica correzione apportata al progetto governativo dai “senatori”, che hanno rafforzato il primo pilastro: le rendite AVS sono state aumentate di 70 franchi. Questo però al prezzo di prelievi più sostanziosi sui salari: lo 0,3% in più, mentre l’IVA sarà aumentata solo di un punto per finanziare l’AVS, e non di uno e mezzo come voleva il Governo.

I 70 franchi in più hanno fatto storcere il naso alla destra (PLR e UDC), che al Nazionale potrebbe anche spuntarla e sopprimerli. In quel caso, ha però avvertito la maggioranza della Camera alta, l’intera operazione si chiuderebbe in perdita per gli assicurati. Un referendum sarebbe molto probabile e il voto popolare potrebbe cancellare tutta la riforma.

Stefano Pongan

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