l’analisi di beatrice su boccioni

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Beatrice Carducci

Gli Stati d’Animo di Boccioni

Quest’anno ricorre il centenario della morte di Umberto Boccioni (1882 – 1916), pittore e sculture italiano tra i principali teorici ed esponenti del movimento futurista e dell’arte italiana.

Voglio parlare degli anni in cui Boccioni si avvicina alla pittura simbolista di Previati, il quale lo porterà ad attenuare i suoi interessi nei confronti del naturalismo e a ricercare una pittura più intensa sul piano psicologico ed emotivo.

Il giovanissimo Boccioni ha ventinove anni e ancora solo cinque da viverne. Eppure ha già bruciato e digerito tutto: simbolismo, art nouveau, divisionismo, cubismo… e dipingerà, nel 1911, il famoso trittico degli “Stati d’animo”; composto da quelli che vanno, gli addii e quelli che restano.

Sono tre dipinti che in quanto a potenza espressiva potrebbero stare benissimo anche da soli ma  raggiungono il loro valore assoluto quando vengono presi in considerazione tutti e tre insieme.
L’artista realizza due versioni del trittico; la prima è strettamente futurista, la seconda nasce dopo che l’artista ha conosciuto le opere dei cubisti. Ma il concetto non cambia; futurista o cubofuturista, Boccioni ha sentito il bisogno di analizzare più volte il concetto di partenza, di addio, di inazione, di movimento – perché nel movimento c’è sempre, dopo colui che va, qualcuno che resta. E in mezzo c’è l’addio.

Io ho avuto occasione solo di vedere la versione futurista, conservata al Museo del ‘900 di Milano.

32 Boccioni - Quelli che vanno degli stati d'animo

Quelli che vanno sono linee oblique che attraversano la tela come saette, come fulmini. Il dinamismo, tema forte del futurismo, è reso grazie ad un’immagine vista dal finestrino di un treno in movimento: perché quelli che vanno, sembra dirci Boccioni, sono proiettati in avanti, sono presente ma già futuro. Sono come una locomotiva che sfreccia senza freni nella nuova città elettrica.

30 Boccioni - gli addii degli stati d'animo

Questa tela è quella che forse congiunge le altre due, sia materialmente che nel movimento pittorico, dove la velocità è un’onda rossa con arcobaleni gialli e blu.
Negli addii le persone si abbracciano, strette in un vortice che sta per sgretolarsi; al centro scorgiamo due sagome che, intente nell’atto di abbracciarsi, appaiono quasi già separate.

1911_-_Umberto_Boccioni_-_Quelli_che_restano

Quelli che restano sono linee dritte o ondulate, da su a giù, impossibile andare avanti, impensabile tornare indietro. Questa è la tela che prova a riassumere lo stato d’animo di chi rimane. Immobili ma pure vaganti. E il colore? Il verde; quello dell’equilibrio, della staticità.
Le sagome sono multiple, perché Boccioni vuole forse farci capire che chi resta non è solo e, anche se rappresentate come figure a sé stanti, sembra che alcune si muovano in coppia, o che il loro vagare all’interno della tela sia quasi un cercare di riempire il vuoto lasciato da quelli che se ne sono andati.

Boccioni ha sempre cercato il movimento in ciò che è immobile, ha trovato il movimento in ciò che è fermo. L’opera d’arte. Non il teatro, non il cinema, non la musica. La pittura. La scultura, quanto di più pesante ci sia. Il bronzo imponente delle Forme uniche. Un uomo che, fermo, si muove; affronta un’atmosfera spessa come un muro e una gravità pesante come un macigno. Fermo, ma evolve, perché il suo corpo si deforma.

Boccioni lo sapeva. Tutto si muove, anche quando sembra di stare fermi. La vita si muove, la storia si muove. Tutti vanno, tutti restano.

https://beatricecarducci.wordpress.com/2016/03/21/gli-stati-danimo-di-boccioni/

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