confronti e dettagli

Matriarche bibliche e “utero in affitto”

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Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
Vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica

Nella animata discussione che si sta sviluppando sul tema della maternità surrogata (nel caso più frequente del cosiddetto “utero in affitto”) è stata tirata in ballo la matriarca Rachele come modello antico e sacro. È il caso di discutere se e quanto questo accostamento sia lecito. La storia biblica racconta che la moglie prediletta del patriarca Giacobbe non riusciva ad avere figli e questo la faceva molto soffrire, fino al punto di offrire al marito la serva (amà) Bilhà: “unisciti a lei, che partorisca sulle mie ginocchia, e anche io possa avere figli (ibbanè) da lei” (Gen. 30:3). Giacobbe obbedisce, Bilhà partorisce e Rachele dice: “il Signore mi ha giudicato e ha anche ascoltato la mia voce e mi ha dato un figlio” (v. 6). Il paragone con la maternità surrogata starebbe nel fatto che una donna che non riesce ad avere figli ricorre a un’altra donna per averli. Ma fino a che punto il paragone regge? Intanto bisogna ricordare ai frequentatori casuali della Bibbia che la storia di Rachele che citano è la seconda di questo tipo, essendo preceduta da quella di Sara, moglie di Abramo, nonno di Giacobbe. Al capitolo 16 della Genesi si racconta che Sara non avendo figli consegna al marito Hagàr, la sua serva (qui chiamata shifchà) con la speranza di avere figli da lei (anche qui si usa ibbanè); Abramo obbedisce, la mette incinta e a questo punto si scatena un dramma tra le due donne che porta alla cacciata di Hagàr, poi al suo ritorno e alla nascita di un figlio: “Abramo chiamò il nome di suo figlio che aveva generato Hagàr, Ismaele” (v. 15; si noti l’attribuzione della paternità e maternità).Anche qui c’è una situazione di sterilità che viene gestita con l’aiuto di una seconda figura femminile. Se si devono fare confronti ogni dettaglio è importante.

Intanto che vuol dire ibbanè: qui la lingua biblica è ambigua, perché il termine può indicare sia la costruzione (la radice bnh) che il figlio (la parola ben) e quindi i messaggi sono due: “avrò un figlio da lei”, nel senso che lei me lo fa e io me lo prendo per me come se fosse figlio mio, oppure che “sarò costruita da lei”, nel senso che grazie a questa procedura la mia sterilità sarà curata (cosa che in tempi differiti avverrà per entrambe le matriarche); i midrashim commentano che “chi non ha figli è come se fosse distrutto”. L’analogia con la maternità surrogata ci sarebbe solo nel primo caso, ma con una fondamentale differenza: nella surrogata (“in affitto”) la madre biologica scompare del tutto di scena, nella storia biblica la madre affronta diverse vicende: Bilhà resta in famiglia, fa un altro figlio e alla morte di Rachel diventa la favorita; Hagàr entra in contrasto definitivo con Sara che la caccia via di nuovo e per sempre (almeno finché vivrà Sara); quanto ai figli, altra differenza essenziale: quelli di Bilhà, benché Rachel dica “mi ha dato un figlio”, restano figli della madre biologica, divenuta “moglie” (Gen. 37:2), e quello di Sarà rimane legato al destino di Hagàr e per questo vittima di una violenta reazione di rigetto (“caccia via questa amà – ora è chiamata così – e suo figlio”, ibid. 21:10). Nel caso di Rachele, quindi, il tentativo di appropriarsi di un figlio altrui sottraendolo alla madre biologica riesce solo in parte e questa madre non scompare; nel caso di Sarà tutta la procedura sembra essere piuttosto una cura contro la sterilità, e il legame naturale tra madre e figlio non si interrompe. Tutto molto diverso dalla maternità surrogata. E ovviamente non si può dimenticare l’altra differenza: l’inevitabile necessità – in tempi biblici – di ricorso alle vie naturali di procreazione, mentre, e solo ai nostri giorni, queste possono essere sostituite dalla più asettica e certo meno appassionante soluzione della provetta. In più il modello biblico è quello di una famiglia patriarcale dove c’è un uomo fecondo con la sua signora sterile, diverso da alcune situazioni di single o di coppia in cui oggi si ricorre alla maternità surrogata; nella Bibbia in queste storie si apprezza il desiderio di maternità, non quello di paternità. Il messaggio biblico poi insegna una morale: nel caso di Bilhà il dramma si ricompone integrando in famiglia madre e figli, che però restano con una connotazione un po’ secondaria, come figli di una madre meno importante; nel caso di Sara c’è solo dramma, e addirittura, secondo la spiegazione di Nachmanide, questo dramma starebbe all’origine del risentimento storico dei discendenti di Ismaele nei confronti dei discendenti del figlio naturale di Sara, Isacco. Nachmanide scriveva queste cose nella Spagna del XIII secolo, ma oggi questo risentimento lo vediamo ancora più vivo. Come a dire: andiamoci piano con certe procedure.
Un’ultima considerazione: le persone che vengono usate per questo “esperimento” biologico sono delle serve, quindi persone non libere e con le quali, secondo il diritto biblico, non era lecito il rapporto sessuale con il padrone; sia Rachele che Sara, introducendo nel letto del marito un’estranea non libera, sanno di fare qualcosa che costerà loro cara in termini affettivi e di rapporti gerarchici, e lo fanno solo perché sono disperate. Le serve, a loro volta, in cambio della loro prestazione biologica, cresceranno di grado diventando mogli. Ora la Bibbia e la successiva tradizione rabbinica hanno tollerato l’istituto della schiavitù, ma con un sistema giuridico di tutela e protezione assolutamente innovativo rispetto alle culture coeve. Ma oggi a nessuno nell’ebraismo verrebbe in mente di riproporre un rapporto di schiavitù. Se si fanno confronti tra maternità surrogata e storia di Rachele e Sara, per dire che c’è un precedente che la giustifica, va tenuto ben chiaro che si tratta di sfruttamento di persone non libere. Il che non è un bel modo per giustificare moralmente una procedura attuale.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
Vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica

 

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