scultura o pittura?

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Concerto campestre del Giorgione o forse dell’allievo Tiziano 1510 ca Louvre

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Gli articoli che seguono di Beatrice mi danno modo di fare un’introduzione.

Ai tempi del Giorgione che era un pittore veneto vissuto a cavallo di fine ‘400 e primi ‘500 si narra che l’artista fu un giorno coinvolto in una discussione con un gruppo di scultori che sostenevano la supremazia della scultura sulla pittura in quanto la prima permetteva di vedere il soggetto da tutti i lati e la pittura no.

Parliamo di figura umana.

Giorgione per dargli una risposta fece un dipinto dedicato a san Giorgio che ora è andato perso.

Il cavaliere era ritratto dinanzi ad una fontana che rifletteva la sua immagine,dietro di lui pose uno specchio appeso ad un albero che lo mostrava visto di spalle.Un secondo specchio posto appeso ad un altro albero in altra posizione rifletteva il retro del cavaliere dall’altra angolazione.

In breve Giorgione voleva dimostrare di come la pittura permettesse di vedere tutto l’insieme senza scomodarsi di dover girare attorno ad una scultura.

E con questo ognuno la pensi come meglio gli pare.

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Arnaldo Pomodoro e Lucio Fontana

Arnaldo Pomodoro, scultore italiano le cui opere abbelliscono alcune delle più belle città italiane, tra cui Milano, e straniere, quali Dublino, Copenaghen e Los Angeles.

La scultura è un arte affascinante, si realizza in più momenti e richiede un costante sforzo e impegno fisico. La sua passione nasce da bambino, quando andava a giocare con la sabbia sulle rive del fiume. Scavare la terra con paletta e secchiello, toccarla e modellarla hanno dato origine al grande artista che oggi conosciamo.

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Scavare. Si cerca sempre noi stessi nel profondo e i grandi artisti non sono forse pieni di emozioni e sentimenti e cercano nell’arte il modo di sentirsi liberati?
Pomodoro una via possibile per la libertà l’ha trovata grazie alle sue sfere dorate.
La sfera – forma perfetta, magica – che riflette qualsiasi cosa ci sia attorno fino a creare contrasti tali che capita si trasformi e non appaia più. Resta invece il suo interno, immaginato da Pomodoro, pieno di grovigli, corroso, tormentato. Le sue sfere si scompongono creando un forte contrasto tra la superficie esterna, levigata e perfetta, e il loro interno dove scorgiamo l’anima complessa della scultura. Scrigno e contenuto.

La forza arriva dall’interno e la bellezza non è nel pensare all’oggetto in quanto  forma chiusa, semplice, lineare e perfetta… ma nella sua apertura che ci travolge. Una sfera aperta al punto che il suo interno dialoga e corrode, sgretola e ferisce l’involucro.

Si può passare la vita a tracciare confini oppure si può scegliere di vivere disintegrandoli, come fa Arnaldo Pomodoro.

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Leonard Cohen cantava che c’è una crepa in ogni cosa ed è proprio da li che entra la luce. Il senso sta nel taglio, nella fessura che squarcia un mondo chiuso per aprirne altri e farli comunicare.

L’immagine sopra è un’opera di Lucio Fontana che nel 1957 realizza una seria di opere intitolate “Concetto spaziale. Attese”. Lui stesso dice:

“…Passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere…”

Dove tutto è omogeneo, duro, compatto, immobile, lì dove non ci sono incrinature, cedimenti, fratture, lì non ci saranno cambiamenti, non ci saranno attraversamenti, non ci saranno spiragli. Ma nulla è così definitivo, così integro, così rigido. Nulla può essere così per definizione. Anzi forse per definizione tutto è fragile, ogni cosa.

Magari sbirciando l’interno degli scorci non troveremo nulla, o magari troveremo tutto.

Beatrice Carducci

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L’Insostenibile Leggerezza di Fausto Melotti

Le sculture di Fausto Melotti sono sogni posti a mezz’aria e forse è proprio per questo che egli fu l’artista prediletto di Italo Calvino, che lo definì “l’acrobata dell’invisibile”. Volle le sue opere sulle copertine dei suoi libri Mondadori e almeno tre delle virtù che lo scrittore raccomanda nelle sue lezioni americane furono celebrate da Melotti; come la leggerezza, l’esattezza e la molteplicità.

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Melotti nasce a Rovereto nel 1901 e arriva all’arte passando per studi di matematica e fisica. Il suo pensiero era che la scultura non dovesse significare pesantezza ed immobilità, che non fosse quindi un ingombro ma che ricordasse la musica; doveva essere un’”occupazione armonica dello spazio”. Una sorta di volo.
Quello che mi viene in mente, guardando le sue opere, è una cosa che forse non ti aspetti: suoni. Ti ritrovi davanti alle sue visioni astratte e hai davvero la sensazione di ascoltare la pioggia che cade o il vento che soffia; tutto dipende da quanto si riesce a creare connessioni tra cose solo apparentemente lontane.

“Mi veniva da scrivere città sottili come le sue sculture”, disse Calvino riferendosi a quelle linee colme di una poetica meditazione tra il mondo e il nulla. Fausto Melotti ama le linee, ne è ossessionato e sembra rispondere ad un invito di Guillaume Apollinaire a musicalizzare il linguaggio artistico, affrontando la sfida di spingersi verso qualcosa che enormemente somiglia a poesia.
Le sue sculture sembra che volino tanto appaiono leggere e precarie, una caducità e fragilità in cui è il vuoto a prevalere. Sono apparizioni in attesa di un filo d’aria per muoversi, per rianianimarsi, sono opere che non si materializzano mai ma che aprono una dimensione di infinita armonia.
Come Leopardi, Melotti è un poeta che dà alla felicità immagini di leggerezza ma con un’enorme differenza; la sua innata capacità a semplificare.

So che ho già parlato della semplicità e della leggerezza quindi voglio riflettere su qualcos’altro; il vuoto. E il primo scrittore a cui penso è Kafka con uno dei suoi racconti brevi; Il Cavaliere del Secchio, scritto nel 1917, in cui un austriaco va con il suo secchio vuoto in cerca di carbone per combattere il freddo inverno. Una volta raggiunta la bottega del carbonaio quest’ultimo vorrebbe aiutare il nostro povero personaggio ma la moglie non ne vuole sentire così si slega il grembiule e lo scaccia  via come scaccerebbe una mosca. Il secchio vuoto è così leggero che vola via con il nostro cavaliere, fino a perdersi oltre le montagne.

Questo è un racconto misterioso, come molti dei racconti di Kafka, ma l’ho voluto citare per l’idea di quel secchio vuoto che ti solleva sopra tutto, sopra le montagne, al punto che, se fosse pieno, non permetterebbe di volare. Così, con in mano il nostro secchio, guardiamo alle esili sculture di Melotti, sperando di trovarvi nulla di più di quello che saremmo capaci a portare.

E’ un gioco che, quando riesce, diventa poesia.

Beatrice Carducci

https://beatricecarducci.wordpress.com/

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