quando all’arte degenerata misero le mutande

Paolo_IV

Gian Pietro Carafa alias Papa Paolo IV

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Storia,Concilio e scandolezzo.

1. Le prime accuse e i protagonisti delle circostanze  

Tra le vittime illustri della Chiesa della Controriforma non vi furono solo i pensatori condannati come eretici, ossia coloro che con la diffusione della parola venivano accusati di mettere in pericolo la salute dell’anima, ma anche quelli che rischiavano di turbarla con il disegno, la pittura, o la scultura. Michelangelo Buonarroti fu il più celebre tra gli artisti finiti nel mirino della Chiesa nell’ambito dell’intensa attività censoria verificatasi durante gli anni del Concilio di Trento.

 I bersagli delle recriminazioni degli ecclesiastici più zelanti furono, in questo caso, le figure nude, sia maschili che femminili, dipinte da Michelangelo nel suo Giudizio Universale. Gran parte delle raffigurazioni erano state infatti affrescate interamente senza veli: occasione tale da generare uno scandalo fuori del comune per la Chiesa di quei tempi, indignata soprattutto quando si trattava di figure di santi o di sante, o di innocenti angioletti.
Tutto questo inorridire da parte delle maggiori autorità religiose si verificò nel 1541, al momento in cui venne scoperta ufficialmente l’opera che richiese al grande artista fiorentino quasi sei anni di lavoro ininterrotto ed estenuante. Le critiche più feroci provenivano dagli ecclesiastici dell’Ordine dei Teatini, cui apparteneva il cardinale Gian Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV e strenuo difensore della necessità di rivitalizzare la credibilità della Santa Sede con una drastica iniezione di rigore morale. Ma anche Pietro Aretino, personaggio della letteratura noto proprio per la sua sfrenata liberalità nei costumi, contribuì non poco ad aggravare la situazione nei confronti di Michelangelo, aggregandosi spudoratamente all’elenco degli accusatori. In realtà, l’Aretino intendeva vendicarsi dell’apprezzamento poco lusinghiero ricevuto dallo stesso Michelangelo in merito ad alcuni disegni che aveva presentato poco prima al grande maestro.

 Non era, in verità, la prima volta che a Michelangelo veniva contestato di rappresentare figure oscene nelle sue opere, sia pittoriche che scultoree. Tuttavia, nel caso del Giudizio Universale, la Chiesa si mostrò di un’inflessibilità quasi assoluta: non bastava, per esimere il grande artista dalla responsabilità di avere deliberatamente offeso la religione ed i suoi rappresentanti in terra ed in cielo, il riconoscimento il riconoscimento delle sue indubbie qualità artistiche. Il “caso” fu oggetto di un dibattito condotto con grande coinvolgimento delle forze in campo, che si trascinò per qualche tempo negli uffici della curia romana, fino ad essere portato all’attenzione dei padri conciliari alcuni anni più tardi. La prima convocazione del Concilio avvenne infatti solamente nel 1545.

 Col trascorrere degli anni, la corrente che più strenuamente aveva disapprovato il modo in cui era stato rappresentato il Giudizio Universale, veniva acquistando un credito sempre maggiore. Paolo III, il papa che aveva commissionato all’artista l’esecuzione del capolavoro sulla parete di fondo della Cappella Sistina, pareva attratto più dalle vicende politiche dello Stato pontificio e dall’espansione territoriale di questo che dal desiderio di concedere spazio ai riformatori moderati della Chiesa, i quali con ben altro giudizio avrebbero valutato l’opera di Michelangelo. Questo insieme di cose lasciava campo libero alla crescita di figure come quelle del Carafa, che poteva aumentare il proprio credito presso la curia proponendosi come esempio di assoluta incorruttibilità anche nel campo dell’arte, considerata una dei veicoli fondamentali per la propaganda su larga scala del nuovo pensiero.


2. La vicenda del Giudizio Universale nel contesto storico del declino rinascimentale torna

Gli eventi politici e religiosi che avevano portato al Concilio stavano trasformando completamente l’atteggiamento della Chiesa anche nei confronti dell’arte. Soltanto pochi anni prima, ai tempi dei pontefici rinascimentali come Leone X, sensibile verso ogni forma di espressione artistica e patrocinatore di alcuni dei più grandi geni dell’arte e della letteratura, la Chiesa non avrebbe neppure accennato ad un giudizio morale di quel genere in merito ad una delle più straordinarie opere mai eseguite da mano umana. E’ da supporre invece, che anche i nudi di Michelangelo sarebbero stati ritenuti degni della massima considerazione proprio in quanto rivelazioni di quelli aspetti naturali dell’arte tanto cari allo spirito del Rinascimento.

 Le tensioni e i burrascosi eventi che fecero seguito al pontificato di Leone X, con gli sviluppi del pensiero protestante, spinsero la Chiesa a ritenere prioritarie le questioni religiose e di politica internazionale. La Chiesa assunse una condotta diametralmente opposta, sorprendente se si considerano i tempi relativamente brevi in cui essa venne delineandosi.

 In tal modo, il Giudizio Universale divenne una delle prime – e delle più celebri – espressioni artistiche ufficialmente disapprovate dal pensiero controriformista. Questo sconvolgimento radicale che stava subendo il mondo dell’arte, dalle libertà di espressione del primo ‘500 alle censure dovute al soffiare dei pesanti venti di rinnovamento, assumerà col tempo quei toni che furono a volte di ostentazione della castità e della devozione cattolica e verrà a caratterizzare, più avanti, l’arte barocca. Michelangelo, che a differenza di molti suoi colleghi contemporanei ebbe una vita alquanto lunga (morì infatti ad 89 anni), fu forse l’unica grande genialità di quell’epoca che si trovò a vivere il dramma del contrasto rappresentato dall’avvicendamento di queste due contrapposte concezioni dell’arte.


3. I definitivi “ritocchi” all’opera torna

Il cardinal Carafa, di fronte alle presunte “oscenità” del Giudizio Universale, avrebbe voluto agire alla sua maniera: propose infatti di distruggere completamente l’opera, considerandola un integrale insulto alla divinità. Fu una vera fortuna che, al termine di un dibattito che impegnò a fondo i padri conciliari riuniti in Trento, sia intervenuta l’intercessione degli ecclesiastici moderati, che addussero a ragione delle loro pretese la fama e l’indiscutibile genialità dell’autore, contribuendo così ad una soluzione di compromesso: le parti ignude sarebbero state semplicemente ricoperte, e l’affresco avrebbe potuto rimanere al proprio posto.

 Fu proprio un allievo di Michelangelo, Daniele da Volterra, ad essere incaricato di quest’anomala operazione di restauro, e a tal fine si mise all’opera dopo la morte di Michelangelo, che avvenne nel 1564. Anche Paolo IV era morto, ma ciò non era stato certo sufficiente a placare gli intenti morigeratori della Chiesa, che ormai avevano preso il loro corso. Forse fu però grazie al fatto che Paolo IV non poteva avere, almeno direttamente, voce in capitolo, che Daniele poté occultare il meno possibile le parti intime dei personaggi contestati, conservando quanto più poteva dei tratti anatomici michelangioleschi. In questo giocò favorevolmente la devozione particolare che Daniele da Volterra serbava per il suo grande maestro. Ciò non toglie che egli avesse dovuto in ogni caso ottemperare all’ordine perentorio dell’Inquisizione di coprire tutte le parti considerate scandalose, a volte dipingendovi sopra delle specie di gonnellini e fasciature che stridevano orribilmente con l’originaria ispirazione. Nemmeno durante il più recente restauro del Giudizio Universale, avvenuto una decina di anni or sono, questi vennero tolti, portando con ciò al rinnovarsi di nuove polemiche.

 La drasticità dell’intervento della Chiesa del Concilio in merito non deve comunque far ritenere che soltanto da parte cattolica si siano avute manifestazioni di censura di questo genere. Un caso, sicuramente meno eclatante, ma analogo per atteggiamento mentale, si ripeté in pieno ‘500, ancora nei confronti di un’opera di Michelangelo, nella città belga di Bruges, governata dai protestanti. Questi, a loro volta scandalizzati per il fatto che Michelangelo avesse rappresentato completamente nudo il Bambino Gesù nell’opera della Madonna di Bruges, pensando bene di tenere a lungo adeguatamente rivestite le parti intime del bambinello. 

http://www.trentinocultura.net/doc/radici/storia/concilio/concilio_scandolezzo_h.asp

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