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matisse e una lezione del rabbino capo di roma

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Henri Matisse

Melamed – DafDaf 64
Storia, storie e un grande artista

DD 64 dafdafàApre con una copertina diversa dal solito, il numero 64 di DafDaf, in quello che vuole essere un omaggio sia a un grandissimo artista, Henri Matisse, che a una casa editrice per ragazzi che ha saputo osare, e pubblica il primo volume di una nuova collana, in collaborazione con il MoMa.

Il giardino di Matisse, infatti, è il primo dei “Grandi Albi MoMA” della casa editrice Fatatrac, un progetto sviluppato insieme al MoMa, il celebre Museum of Modern Art di New York e dedicato all’arte per giovani lettori, a partire dalle grandi mostre retrospettive del museo.

Il testo del primo Grande Albo della collana è stato scritto da Samantha Friedman, una delle curatrici della mostra “Henri Matisse: The Cut Outs” insieme a Cristina Amodeo, l’illustratrice italiana che è stata chiamata a interpretare il tema del collage in Matisse.

E inizia così: “Un giorno l’artista Henri Matisse ritagliò un uccellino da un pezzo di carta bianca. Aveva una forma semplice, ma gli piaceva così tanto che decise di non gettarlo via. L’attaccò allora alla parete del suo appartamento per nascondere una macchia. L’uccellino sembrava sentirsi molto solo così Matisse ritagliò altre forme che lo raggiunsero sul muro”, raccontando il percorso di Matisse verso l’utilizzo del collage come mezzo espressivo.
C’è un’altra piccola casa editrice coraggiosa, nelle pagine del numero del giornale ebraico dei bambini in distribuzione in questi giorni, che così come Fatatrac si è fatta avanti per proporre a DafDaf un progetto a cui tiene particolarmente: il suo “Calendario interculturale”. È fatto di pagine colorate, e incredibilmente affollate di feste e simboli, il calendario della Sinnos che ogni anno riporta le festività delle religioni e delle culture delle tante comunità presenti in Italia. Ci sono feste cattoliche, ebraiche, indù, buddiste, islamiche, sikh… , e ogni mese viene presentata una ricetta a tema “ricotta”.

Perché, spiegano, la ricotta è un formaggio semplice, che in cucina crea legami e unisce ingredienti diversi, “ed è questo che dovremmo imparare a fare: aprirci a nuove possibilità, costruire alleanze e non erigere muri, trasformare informazioni in conoscenza e, sapientemente, ragionare, condividere, trovare soluzioni”.

Per i più curiosi, poi, una pagina spiega i meccanismi di base dei tanti calendari che si rincorrono fra le date: dall’anno bahá’í al calendario cinese, da quello ebraico, alla scansione del tempo dell’Induismo, fino al calendario islamico e a quello zen.
E a proposito di calendari e di feste è Roberta Anau a ricordare ai lettori di DafDaf che è tempo di iniziare a pensare a come festeggiare al meglio Tu biShevat, magari facendo qualche prova in cucina! Inizia con uno scioglilingua per poi raccontare – sempre a modo suo – la storia della festa e continuare con due ricette, una più golosa dell’altra, nonostante il significato un po’ orrido, che sicuramente piacerà ai piccoli cuochi. La morà Dafdafà racconta il significato dei simboli ebraici, dando voce questo mese alla menorah, ma trova spazio anche per Tu biShevat, cui oltre alle spiegazioni ha dedicato una canzone.

E c’è anche una novità, sul numero di gennaio di DafDaf: una nuova rubrica, intitolata “Storia e storie”, che apre con tre pagine dedicate a Theodor Herzl, un primo esperimento di quello che diventerà nei mesi un appuntamento fisso, insieme alla rubrica dedicata alla filosofia, per bambini, che aprirà presto grazie all’entusiasmo e alla competenza di una nuova giovanissima collaboratrice.

La scheda io sono racconta invece i gusti di Ada, torinese undicenne che vorrebbe fare l’architetto o la designer, odia le macchine e alla domanda “Cosa fanno gli adulti tutto il tempo?” risponde: “Parlano”.

Ada Treves twitter @atrevesmoked

(20 dicembre 2015)

– See more at: http://moked.it/blog/2015/12/20/melamed-dafdaf-64-storia-storie-e-un-grande-artista/#sthash.koBPq7CU.dpuf


Riccardo Di Segni

In occasione di Tu Bishvat, il “Capodanno degli alberi” che cade il prossimo Lunedì 13 Febbraio 2006, pubblichiamo questa lezione del Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma.

I – L’origine di Tu Bishvat
II – I significati simbolici
III – Come ricordare Tu Bishvat


Spiegazione 1:
Ricordiamo che Hillel e i suoi discepoli dichiaravanoChamishá Assar Bi-Shevatun giorno semi-festivo e lo chiamano Rosh Hashaná La-Ilanot (Capodanno degli Álberi), perché in Israele era in questo giorno che terminavano le piogge annuali e quindi iniziava un nuovo ciclo di crescita degli alberi.

Spiegazione 2
Anticamente, la “decima” dei frutti colti durante l’anno doveva essere portata come offerta al Tempio. Per effetto del suo calcolo, il 15° giorno del mese di Shevat veniva stabilito come inizio dell’anno fiscale. È da questo che deriva l’usanza della commemorazione delTu (15) (*) B’shevat come “Il Capodanno degli alberi”


L’origine di Tu-bishvat             torna su

Anche quest’anno, all’inizio dell’estate, dovremo, nostro malgrado, fare la nostra dichiarazione dei redditi. E lo faremo raccogliendo tutta la documentazione di quanto abbiamo guadagnato e speso nell’anno precedente, dal 1 gennaio al 31 dicembre. Ciò che sta prima e dopo queste date non conta. Conta solo l’anno fiscale, che comincia e finisce in momenti precisi.

Per quanto possa sembrare strano, la ricorrenza del Tu-bishvat, 15 del mese di Shevat, è strettamente legata al concetto di anno fiscale. Anche nell’antica società ebraica si pagavano le tasse, e questo certo non sorprende. Il calendario era diviso in cicli di sette anni, e in ogni anno bisognava prelevare una “decima” sul prodotto agricolo. La “prima decima” spettava ogni anno ai Leviti. Sul prodotto che rimaneva dopo il prelievo si applica una seconda decima; nel primo, secondo, quarto e quinto anno questa decima rimaneva al produttore, ma con l’obbligo di consumarla (direttamente o nel suo equivalente valore economico) a Gerusalemme; nel terzo e sesto anno veniva invece versata ai poveri. Si noti per inciso come l’entità di queste tasse fosse molto più modesta di quelle che ci impone uno stato moderno.

Era quindi importante stabilire a quale anno appartenesse un certo prodotto; se ad esempio era del secondo anno, rimaneva al produttore con l’obbligo di portarlo a Gerusalemme, se era dell’anno dopo doveva essere dato ai poveri. Ma come si faceva a valutare se un prodotto era di un certo anno? E ancora: la Torà proibisce di mangiare i frutti prodotti nei primi tre anni di vita di un albero (‘orlà): ma come si calcola l’età di un albero e di un frutto? È necessario stabilire delle date di inizio dell’anno, che sono strettamente legate al ciclo agricolo. Come capodanno per la frutta prodotta dall’albero viene considerato il momento d’inizio della formazione di gemme, dopo la pausa invernale. Ogni frutto che è nato (o che ha iniziato a maturare, secondo alcune opinioni) prima della data stabilita come capodanno, appartiene all’anno precedente, se è nato dopo è dell’anno in corso.

Nel clima della terra d’Israele il capodanno (fiscale) degli alberi è strettamente legato al momento in cui la maggior parte delle precipitazioni piovose (che avvengono quasi totalmente in autunno e in inverno) sono passate. La Mishnà (la prima del trattato diRosh haShanà) indica quali sono i diversi capi d’anno del calendario ebraico e riferisce, a proposito degli alberi, una divergenza tra la scuola di Shammai e quella di Hillel; i primi fissano il capodanno al 1 di Shevat, i secondi al 15. La regola, come sappiamo , segue l’opinione di Hillel, quindi si inizia il 15. Ma se si tratta di una data legata al flusso delle piogge, è difficile capire i motivi del dissenso tra le due scuole. Uno studio recente, basato sui dati attuali di piovosità – che si presume non si discostino molto da quelli di duemila anni fa -, spiega che in Eretz Israel esistono fasce climatiche molto differenti; in tutta la pianura costiera le piogge maggiori terminano alla data fissata da Shammai, mentre nelle colline della Giudea e a Gerusalemme in particolare la data è spostata avanti di 15 giorni. Questo significa in pratica che noi fissiamo il calendario fiscale degli alberi in base al clima di Gerusalemme.

Quando si parla di tasse e ancora di più quando si pagano non si è molto allegri e in linea di principio non si capisce perché, dopo tutto, Tu-bishvat sia diventata una piccola festa. Per questo ci sono diverse spiegazioni. Intanto le tasse non si pagano a Tu-bishvat, ma a raccolto avvenuto; quando si celebra un capodanno, quale che sia, si sta in allegria e non si pensa che è l’inizio e la fine di un anno fiscale, piuttosto ci si augura che il raccolto o il guadagno dell’anno che inizia sia migliore di quello dell’anno precedente.

A parte questo, la storia della celebrazione del Tu-bishvat mostra una certa evoluzione e indica che c’è voluto molto tempo prima che si creassero modi speciali di ricordare e festeggiare questo giorno. Come festa minore è sempre stato un giorno in cui il lavoro è permesso, ma sono proibite alcune manifestazioni di tristezza, come le orazioni funebri o la lettura del tachannun. Ma c’è voluto molto tempo per arrivare a forme di celebrazione attiva, e in questo è stato determinante il contributo dei cabalisti di Safed, nel XVI secolo. L’uso più semplice e antico, probabilmente risalente all’alto medioevo, e ormai diffuso in tutto il mondo, è quello di mangiare in questo giorno frutta di tipi diversi, in particolare i prodotti dell’albero per cui nella Torà è celebrata la Terra d’Israele: uva, fichi, melograni, olive, datteri; oltre a questi altri frutti menzionati nella Bibbia, come mandorle, pistacchi, noci, tappuchim (che nella Bibbia non sono le mele, come si ritiene comunemente e come oggi si indica nell’ebraico moderno, ma sono agrumi), e poi ogni altro tipo di frutto dell’albero.

Un rito vero e proprio, risalente almeno agli inizi del XVIII secolo è documentato per la prima volta nell’opera cabalistica Chemdat Yamim, e consiste in una specie di Seder (oTikkùn) in cui si alterna il consumo di frutta diversa, in un ordine speciale, e di vino (bianco e rosso), alla lettura e al commento di brani biblici, rabbinici e della letteratura mistica. Questo rito, da tempo dimenticato in Italia, è stato reintrodotto di recente da Rav Shalom Bahbout che ha anche curato la stampa del testo con traduzione italiana e commenti: ne sono uscite già due edizioni, la prima nel 5746 (1986): Seder Tu Bishvat per il Capodanno degli alberi, la seconda (edizioni Lamed) nel 5760 (2000); il nostro pubblico ha accolto con piacere questa reintroduzione e ormai il Seder si fa in molte famiglie.

Altri modi di ricordare questo giorno sono cerimonie di piantagione di alberi; sono iniziate in Eretz Israel nei primi decenni del secolo scorso, come testimonianza di attaccamento alla terra e all’importanza della ripresa della vita agricola, e della riforestazione in particolare. Forse non è stato estraneo un influsso di cultura americana (arbor day), ma in ogni caso hanno avuto la prevalenza nella società ebraica i valori positivi specificamente interni, collegati al rapporto con Eretz Israel, la sua ricostruzione, e l’importanza tradizionale degli alberi, specialmente quelli da frutta. Per educare a questi valori si usa in molti luoghi anche fuori da Eretz Israel di piantare simbolicamente un albero a Tu-bishvat.

I significati simbolici:               torna su

Ricordando il Tu-bishvat vengono richiamate e sottolineate alcune idee molto importanti nella coscienza ebraica.

Il rispetto della creazione e del Creatore: La natura che ci circonda viene vista come un’opera buona e utile, da rispettare, da coltivare, da mantenere e non distruggere; viene esaltata l’opera del Creatore, nei cui confronti viene espressa la gratitudine per i doni molteplici e diversi che ci elargisce.

Il rapporto speciale con la Terra d’Israele e della sua capitale Gerusalemme: Il legame del nostro popolo con la sua terra non è mai venuto meno, e per noi ha un significato sacro, anche dopo millenni di distacco traumatico, ricordare quando piove e quando finisce di piovere in quella terra, quando gli alberi fioriscono e quale frutta producono. Si rivendica il diritto a quella terra anche mantenendo un rapporto speciale con il suo ciclo agricolo e i suoi prodotti. Ed è una rivendicazione pacifica e costruttiva, portatrice di bene ed esemplare per tutto il mondo. La tradizione ci insegna che quella terra può fiorire solo nelle nostre mani, e di questo siamo testimoni nella nostra epoca.

La solidarietà sociale: il ricordo delle antiche forme di tassazione non è quello delle asprezze fiscali, ma quello di un sistema in cui devono esistere compensi e ridistribuzione della ricchezza.

La riflessione sulla natura dell’uomo: l’uomo come creatura è una specie di albero rovesciato (con le radici in alto). Questa identità simbolica propone una riflessione sulle origini dell’uomo, sulla sua dipendenza dall’alto nelle risorse naturali e spirituali, sulla sua potenzialità produttiva di frutti buoni e utili, sulla sua forza e sulla sua debolezza, sul suo destino.

La responsabilità: la storia dell’umanità in questo mondo comincia dalla colpa di Adamo ed Eva, che mangiano un frutto proibito. Mangiare ritualmente della frutta fa parte di un processo di presa di coscienza di responsabilità e di riparazione.

Il rapporto con le realtà nascoste: la mistica ebraica parla delle realtà a noi invisibili, che spesso paragona ad un albero, come paragona le diverse forme di frutta (buccia commestibile o no, nucleo duro o morbido ecc.) ai simboli dei mondi diversi. La “buccia” (qelippà) è anche simbolo del male. Per questo i cabalisti propongono un percorso simbolico tra le diverse specie di frutta e i colori del vino, suggerendo un viaggio tra i mondi diversi, tra la Giustizia e la Misericordia, con l’intenzione di contribuire a riparare (tikkùn) il mondo visibile dove viviamo. Sono messaggi e insegnamenti che per essere compresi richiedono conoscenze e sensibilità speciali, ma che non possono essere trascurati nella ricchezza di simboli che questo giorno propone alla comunità ebraica.

Come ricordare Tu-bishvat:              torna su

  1. chi lo desidera cerchi il testo del Seder, reperibile in libreria, e lo segua procurandosi tutti gli ingredienti necessari (vini e frutta), o si unisca ad amici che già sono organizzati per farlo.
  2. In ogni caso non si trascuri la tradizione di mangiare frutta di specie diverse, almeno in un pasto della giornata. È importante mangiare e benedire. Quando si mangia frutta, prima si recita la benedizione borè perì ha’etz, (Creatore del frutto dell’albero) che in questo momento assume un significato speciale. La benedizione si recita anche se si mangia frutta durante il pasto, e si è già detto l’hamotzì. Dopo aver mangiato, se il pasto comprendeva il pane, con la birkat hamazon si esce d’obbligo. Chi invece ha mangiato solo frutta recita alla fine una benedizione speciale: ‘al ha’etz we’al perì ha’etz ecc. per uva, fichi, melograno, olive datteri; borè nefashòt per tutte le altre (i testi sono stampati nelle tefillot e nei comuni birkhonim).

Riccardo Di Segni
______________________
Fonte: http://www.torah.it

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